Filippo Giardina: «La stand-up in Italia è ormai compagna borghese di una élite» | Rolling Stone Italia
Stand up legends

Filippo Giardina: «La stand-up in Italia è ormai compagna borghese di una élite»

Torna con uno spettacolo urticante che prende di mira l'uomo moderno nella sua bolla virtuale di social. Lo abbiamo intervistato e non risparmia critiche a tutti, dai Ferragnez alla politica. E una reunion con Montanini non sembra rientrare nei piani

Ha fondato Satiriasi nel 2009 dando un nuovo corso alla comicità nel nostro Paese, oggi però disconosce in larga parte gli effetti che ha prodotto: «È la compagna borghese di una élite». Anche perché, ci spiega, «l’influencer da un milione di follower può riempire un teatro dicendo “quanto è bella la verdura” e in molti gli urleranno “genio”». Invece la stand-up, oltre a costare sacrificio e fatica, viene dalla letteratura (non si improvvisa, tiene a precisare) e deve «provocare su temi sensibili» e sui quali non è facile far ridere per non diventare qualcosa «tipo Zelig con l’aggiunta di parolacce». Lui è Filippo Giardina, 48 anni, uno dei più amati – e di conseguenza odiati – stand-up comedian in Italia, che abbiamo intervistato perché appena tornato con un nuovo spettacolo che si intitola Dieci – come i suoi monologhi negli ultimi anni – e prende in esame in modo urticante ed esilarante l’uomo moderno occidentale ormai chiuso nella sua bolla virtuale fatta di social network e fame di popolarità che «cela un dolore esistenziale in cui lo stesso si nasconde». 

Che senso ha la stand-up comedy in un periodo di pandemie, guerre e crisi economiche?
Come la intendo io, è legata a una prospettiva satirica, un modo per raccontare le contraddizioni che viviamo e per ridere sia di cose brutte che tragiche. Veniamo da questi disastri che viviamo con grosso disagio e la comicità è uno strumento per digerirle, mentre attraversi queste cose enormi.

Anche questi disastri sono fonte di ispirazione?
Negli anni ‘80 c’era Il Bagaglino o Drive In, perché c’era un generale benessere e la comicità è un metro della società. Per cui era disimpegnata e leggera. Ma più ci sono contraddizioni e più prenderà posizione. Claudio Baglioni negli anni ‘70 che cantava l’amore era visto come un venduto, visto che la gente si ammazzava per le strade per le idee politiche. Oggi siamo arrivati al paradosso, cioè è come se fossimo negli anni ‘70 ma tutti cantano d’amore. Vediamo in giro addirittura stand-up comedian che improvvisano, quando invece la comicità nasce dalla scrittura, è letteratura orale. In pratica è diventata la compagna borghese di una élite di persone.

Senti di dover fare anche auto critica per l’ondata che hai contribuito a creare dopo Satiriasi?
Satiriasi, di cui avevo scritto anche il manifesto, partiva con altri presupposti. Venivamo da dieci anni di comicità dominata da Zelig, un processo da catena di montaggio, o da un anti-Berlusconismo militante ma sterile. Quindi l’idea era di ricominciare a raccontare il reale che era stato sottratto alla scena comica. Forse il nostro problema è stato di essere troppo fondamentalisti. Nella seconda ondata sono arrivate persone che non facevano parte di Satiriasi e molto pop che ora fanno cose alla Zelig e con un po’ di parolacce. L’antagonismo della contestazione è venuto meno.

Forse anche l’apparente facilità per realizzarla, un microfono e poco altro, ha attirato molti?
È essenziale, ma come tutte le cose semplici devi arricchirla con tanto altro. Ma conta anche la trasformazione della società. In Italia c’è un pubblico poco attento: non si producono serie tv o cartoni comedy , siamo il terzo mondo della comicità. Mentre il pubblico anglosassone è stato più allenato da anni e anni di sitcom con le risate finte per insegnargli quando ridere. Da noi abbiamo un pubblico distratto, in più con i social qualsiasi figura professionale si confronta ormai con l’influencer. Uno da un milione di follower può debuttare a teatro e dire «quanto è bella la verdura» e avere un sacco di gente che gli urla «genio».

Ma si può davvero fare satira su tutto o ci sono anche dei paletti?
Non ci sono e non ci devono essere delle limitazioni per tutte le produzioni artistiche. L’autore si assume la responsabilità di quello che dice. Nella stand-up, provocando su temi sensibili è molto più difficile far ridere. E se ci riesci è un fiore all’occhiello. Io in questo spettacolo, il mio decimo monologo, ho provato a fare la cosa più difficile con il tema che citavi per poi chiudere con un altro argomento tabù: la morte. Si può far ridere anche su cose atroci, basta che ci sia un pensiero dietro. E questa idea deve essere dalla parte degli ultimi, un po’ ingenua ma positiva.

Come reagisci quando qualcuno, spesso la politica ma oggi anche in base all’indignazione social, chiede dei vincoli per la satira?
Per me una persona deve uscire da un mio spettacolo meno arrabbiata con il mondo e quindi meno violenta, è questo che fa la comicità. Non risolve i problemi, ma può farti compagnia. I presunti limiti di un comico sono soltanto un modo per auto assolversi dalle proprie responsabilità. I politici, la società civile, le Ong, tutta una serie di categorie devono stare attente a cosa dicono, l’arte invece deve essere libera. Le opere più belle trattano storie brutte, è un modo per mettere sotto una nuova luce le le parti più controverse dell’essere umano fin da quando abbiamo iniziato a raccontare storie.

Quante denunce hai ricevuto finora?
Per ora nessuna. Nella prima parte della mia carriera mi è capitato di rischiare di prendere botte e ho ricevuto tanti insulti e minacce. Da qualche anno faccio solo spettacoli a pagamento e quindi rischio ancora meno. Una cosa che avevo intuito già per Satiriasi era di mettere “vietato ai minori di 18 anni” sulla locandina in modo che lo spettatore senta di andare a vedere qualcosa che potrebbe disturbarlo. La mia comicità ospita, non va mai ospite, sennò vieni frainteso. Per cui adesso non si lamenta più nessuno e la mia sfida è cercare tematiche che possano creare disagio anche in un pubblico di ”convertiti”. Anche perché non mi piace parlare con gente che la pensa come me. Se hai notato, nello spettacolo il punto critico non è nella bestemmia, un tempo divisiva, ma su un altro argomento. L’obiettivo è sempre andare a rompere i coglioni al pubblico, continua a divertirmi.

Un tema ricorrente dei tuoi monologhi sono i Ferragnez. Che ti hanno fatto di male?
Sono un archetipo della nostra società, non ho niente di personale contro di loro. Sono i potenti di oggi. Prendersela con Berlusconi ai tempi ti tagliava dalla Tv ma ci riempivi i teatri. Mentre adesso prendersela con Chiara Ferragni e Fedez è solo qualcosa che fai a perdere. La gente dice “che palle” e altri ti odiano perché tocchi la royal family italiana. Io ne parlo, ma cercando di fare un discorso un po’ più ampio. Che è quello sui social e di quanto stanno impoverendo la mente di noi tutti e il mondo che ci circonda. Mi tranquillizza che, persino Luca Sofri nel podcast con Breaking Italy, abbia detto che «i social sono la causa della maggior parte dei problemi di oggi». Detto da uno dei più convinti utilizzatori delle nuove tecnologie nel mondo dell’informazione.

Per alcuni anni un comico è stato uno degli uomini più influenti d’Italia, Beppe Grillo. È stato un bene o un male?
La comicità satirica si basa sulla retorica, quindi facendo ridere le persone riesci a far passare messaggi assolutamente folli. Se dovessi isolare alcune parti del mio spettacolo, decontestualizzate sono frasi criminali. Eppure, puoi arrivare a dirle facendo ridere le persone. C’è un discorso manipolatorio dietro. Io nascondo le mie trappole e tu ridi quando io penso sia giusto che tu lo faccia. Questo ti dà un potere parlando alle masse, perché il pubblico è molto più stupido delle singole unità che lo compongono. Quindi c’è questa capacità persuasiva che hanno sicuramente di solito leader politici, religiosi e comici.

Insomma, anche voi dovete essere maneggiati con cognizione di causa.
Rispetto agli altri due poteri, che mi spaventano, la comicità gioca sul fatto che è tutto vero fino a un certo punto. Se tu mi sei antipatico come giornalista, sul palco diventerà: “Ti odio e devi morire”. È tutto esagerato ed esasperato perché il gioco comico parte dal fatto che io mi permetto tutto non assumendomi nessuna responsabilità. Nel momento in cui me la assumo il comico muore.

C’è chi ne ha parlato anche riferendosi a Zelensky in Ucraina.
In questo caso dividerei tra comici e attori comici. Una distinzione difficilissima in Italia. C’è chi dice che Proietti fosse il più grande comico italiano, mentre invece era il più grande attore comico.

Che differenza c’è?
Il comico è autore si se stesso. Da noi, per esempio, tutte le donne sono state grandi attrici comiche, da Anna Marchesini a Paola Cortellesi e Virginia Raffaele. Zelensky credo fosse un attore comico. Comunque è brutto quando sfrutti quelle proprietà dialettiche per prendere voti. Ormai tutta la politica è orientata sul voler essere più simpatici alle persone. In America cominciarono tanti anni prima. Se vedi una intervista di Obama percepisci una brillantezza che denota grande preparazione.

Vi stanno rubando il mestiere, se non ve lo hanno già rubato?
In parte, perché non potranno avere la libertà che ho io visto che non devo rendere conto a nessuno se non alla legge e al pubblico. Se fai politica alla lunga non paga il registro comico. Adesso quelli che rubano di più sono i vari blastatori tipo Roberto Burioni o Enrico Mentana. Utilizzano tecniche dei comici ma risultano patetici questi 60enni drogati dalla popolarità che hanno perso la bussola.

C’è mai stato qualcuno del mondo dello spettacolo che si è lamentato per essere stato citato in un tuo spettacolo?
Fondamentalmente sto sul cazzo a tantissima gente, ne sono consapevole, però un messaggio del genere sarebbe una legittimazione e quindi si guardano bene dal farlo. So benissimo che Fedez guarda tutti i miei monologhi, ma non mi dice nulla. Alla fine cosa vuoi dire a un comico che sottolinea quanto stà lucrando su due bambini che non possono decidere? Ha talmente torto che non entrerebbe mai in questo dibattito con me.

Avendo a che fare con il pubblico dal vivo che cambia nel tempo, trovi che l’Italia negli ultimi tempi sia diventata più intollerante?
Questo è un trend globale. La crisi, la povertà, la precarietà portano ad avere più diffidenza negli altri. In Italia in più abbiamo un governo di estrema destra al potere, che spesso viene minimizzato, ma è orgogliosamente fascista. Passa tutto come se fosse uguale al Pd, ma non è così. Non solo, questa è una destra che per la prima volta sta creando una sua cultura. Conosci Simone Cicalone?

Sì certo, lo youtuber che va nelle periferie romane.
Ecco, lui è una sorta di “Pasolini” di destra che propaganda l’onore, il rispetto, la forza fisica. Dall’altra parte abbiamo un abisso, un vuoto pneumatico, perché c’è questa sinistra borghesuccia che parla a sé stessa e si concentra su cose assolutamente trascurabili, sulle definizioni, il lei e il lui e cose del genere. Non c’è più la lotta di classe, nonostante i più poveri siano più dei ricchi. Una battaglia per i diritti delle persone transessuali dovrebbe portarle a riuscire a mangiare onestamente e ad avere un tetto sopra la testa. Invece questa sinistra smembrata, che dopo la caduta del Muro di Berlino, con i fascisti rimasti forti sulle loro quattro cazzate, si è messa in continua discussione ma si è anche inesorabilmente allontanata dalla gente che soffre.

E questo si vede poi nel voto alle elezioni.
È chiaro. Oggi è normale che ai Parioli o in via Monte Napoleone si voti a sinistra e in periferia si voti a destra. Perché la sinistra sembra davvero scollata dalla realtà. Quindi io, nel mio piccolo e da uomo di sinistra, cerco di parlare un linguaggio comprensibile a più livelli. Sono appassionato di politica da sempre e vedere che si è così svuotata fa male. Una politica leaderistica e con l’uomo solo al comando mi fa schifo. E invece ne vedi tanti, da una parte e dall’altra.

In passato hai pubblicato diversi spettacoli gratuitamente su Youtube. In fondo, come ricordi in Dieci, rimani sempre un po’ comunista?
Se lo sostenessi sarebbe ipocrita. La verità è che quando rompi i coglioni a tutti raramente vieni aiutato da qualcuno. Per cui, prima di tutto, è un modo per promuovere il mio lavoro. Questo ultimo spettacolo è in vendita e con quelli gratis vorrei smettere. Quello però mi è sembrato un modo onesto per farmi conoscere.

Senti, in tanti che vi seguono dal 2009 se lo chiedono: con Giorgio Montanini come va?
Non lo sento da tanti anni, almeno cinque o sei. Non abbiamo più rapporti.

Ci sarà mai l’occasione di rivedervi insieme?
Detesto in tutto l’effetto nostalgia che porta alle reunion. Satiriasi è stata utile soprattutto per noi, ci ha consentito di imparare un mestiere. Il ricordo è bellissimo e rimane, ma sul ritorno di noi insieme imbolsiti come uomini di mezza età sullo stesso palco non mi pare qualcosa di buonsenso.

E quando Montanini sostiene di essere l’unico stan-up comedian in Italia, cosa pensi?
Ho sempre detto: fatemi vedere cosa fate e vediamo. Io i miei spettacoli li ho messi integrali su Youtube. Quando vedrò qualcosa che mi farà dire “ok, sei più bravo te” glielo dirò. Comunque siamo nell’epoca dell’auto promozione, che è tristissima. Almeno un tempo c’era qualcuno che scriveva di qualcun altro. Oggi tutti dicono di essere fighissimi e bravissimi e se hanno qualcuno che li supporta è perché hanno un po’ di follower e si dicono a vicenda di essere i migliori. Per far sì che si ricrei una scena, probabilmente, c’è bisogno di una critica che la spinga. Anche perché adesso la stand-up va di moda, ma con i reel di 30 secondi su Instagram e TikTok che banalizzano la complessità rispetto al portare a termine uno spettacolo di un’ora e mezzo da solo su un palco.

I social hanno tanti difetti, però fra il tuo pubblico ci sono tanti giovani come dimostra anche Dieci. Forse molti ti hanno conosciuto proprio grazie ai social.
Infatti l’unico senso di responsabilità che sento oggi è verso il pubblico di giovani. Nello spettacolo, a un certo punto, chiedo di fare un applauso a quelli sotto i 25 anni e più della metà ha quella età. Io ne ho 48 e non so perché si è creata questa nuova generazione che mi viene a vedere, però mi stimola molto. Primo perché mi costringe a non essere un rincoglionito, a parlare con un linguaggio comprensibile anche a loro, e poi perché penso che possa generare un seme. Non credo nella persona sola con una responsabilità diretta su tutto. La cultura è la somma di tanti che contribuiscono a un dibattito e io spero di essere uno dei tanti che provano a far sì che ci sia ancora un po’ di cultura in questo Paese. E avere dei pischelli di fronte mi dà molta soddisfazione.

Prima o poi un comico va in pensione?
Credo che si possa fare tutto, solo che a me quello che faccio piace così tanto che non vedrei la mia vita senza la comicità. È una sorta di autostrada che mi scorre accanto. E più cresci e più vivi cose brutte, più ti avvicini al termine del tuo percorso, più la comicità è una coccola che ci facciamo noi comici. Costa sacrificio e fatica, però ti dà in cambio tantissime soddisfazioni. Mettiamola così: se camperò fino a 80 anni e sarò in grado, mi vedo ancora a fare monologhi.