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Federico Iarlori, come diventare uno scrittore nel momento peggiore degli ultimi 50 anni

‘Se una notte a Parigi una tedesca e un italiano’ racconta come un ragazzo brillante e ipocondriaco si è ritrovato a fare il padre-casalingo a Parigi. È un esordio brillante, un libro perfetto per chi è bloccato in un’eterna adolescenza

Federico Iarlori, autore di 'Se una notte a Parigi una tedesca e un italiano'

Ce ne vuole, di sfiga, ad uscire in libreria il giorno prima della chiusura di tutti “i commerci non essenziali”. Il giorno in cui realizzava il sogno che coltiva dall’infanzia – pubblicare un romanzo – Federico Iarlori si ubriacava per la disperazione, solo, nel suo salotto, mentre la compagna e i suoi bambini dormivano, e registrava un messaggio per i fan di Ritals, che lo hanno conosciuto su Facebook e YouTube accanto all’autore Svevo Moltrasio: «Il mio libro sta uscendo nel momento peggiore della storia degli ultimi 50 anni. Non so se sarò più lo stesso, dopo questa sfida alla sfiga». 

E pensare che persino Svevo, critico al punto di recensire i film italiani con delle gocce di sangue, gli ha fatto i complimenti. «Mi ha detto che è un libro ricco di aneddoti divertenti, che scorre veloce e che, soprattutto, non era facile per un esordiente gestire una massa letteraria di oltre trecento pagine». In quelle pagine ci sono anche – forse in quantità eccessiva – le battute tipiche sulle differenze tra gli italiani e francesi, sul caffè annacquato o sull’anaffettività dei transalpini. Ma sono quelle che faranno ridere di più il lettore, il marchio di fabbrica di una web serie di successo che ha facilitato – inutile nasconderlo – l’incontro di Federico con Giunti Editore. «D’altronde è così che funziona», commenta Iarlori, «ho scritto questo libro cercando di non pensare solo a me stesso e alle mie velleità letterarie, ma anche al pubblico di Ritals. In sintonia con la casa editrice, ho voluto un libro agile, con paragrafi brevi e una struttura semplice, che ognuno può aprire in qualsiasi punto per farsi una risata. E poi, nel libro d’esordio, è giusto non strafare».

In Se una notte a Parigi, una tedesca e un italiano, Federico è la caricatura di sé stesso: una persona brillante, talentuosa e sensibile, ma terribilmente ipocondriaca, divorata dall’ansia da prestazione – con il lavoro, le donne, le relazioni sociali – e che alla fine si fa trascinare dalla sua compagna tedesca, Julia, in una vita di padre casalingo a Parigi. E al lettore viene da chiedersi: chi te l’ha fatto fare?

La descrizione della paternità, fiore all’occhiello di questo diario di casalingo disperato e frustrato, potrebbe scoraggiare diversi aspiranti padri. Il blog che ha ispirato il libro, Il Mammo, raccontava il primo anno di vita dell’“alieno”, il neonato sempre pronto a strillare e mai a dare una soddisfazione. «Un giorno un mio ex collega mi ha detto che quel blog era una cosa mostruosa». E sono quelli i passaggi in cui la penna dell’autore si dispiega al meglio. Più delle divertenti scorribande in giro per l’Europa, più dei buffi ricordi di gioventù e dei fallimenti con le ragazze, colpisce la brutale condizione dell’uomo nella relazione post-moderna, quella dell’inversione dei ruoli, in cui lui sta a casa e lei lavora. E l’uomo, per eccesso di gentilezza, per amore, e per la propria debolezza, ingoia sempre il rospo e si rassegna a qualsiasi decisione presa dalla sua partner, tipo quella di fare un figlio qui e adesso, quando lui non è ancora pronto, e soprattutto non ha un lavoro. 

“Non avevo bisogno di uno psicologo per analizzare la situazione in cui versavo. La stanchezza che si era accumulata nel corso di quel primo anno del nano poteva essere la causa di una sorta di esplosione del coperchio di una pentola a pressione nella quale convivevano la frustrazione di aver rinunciato alla mia vita sociale e sessuale, quella claustrofobia di dover vivere tra quattro mura e di non avere un posto nella società, il carico mentale della gestione della casa, la moltiplicazione degli stati ansiogeni generati dall’ipocondria – e che ora si versavano anche sul bambino -, la sensazione tangibile che la mia vita fosse stata risucchiata in un buco nero e che così sarebbe stato per sempre.”

Se il Federico del libro è eccessivamente sfigato, anche quello della vita reale è il prodotto di tante rinunce: recita con talento, scrive con arguzia, improvvisa il jazz al pianoforte come solo i migliori autodidatti sanno fare. Ma, vuoi per la doppia paternità, vuoi per la scelta di emigrare all’estero dopo l’università, questi doni naturali non sono mai potuti sbocciare in una vera e propria carriera professionale. Fino a questo libro, valvola di sfogo aperta proprio mentre l’Italia si fermava. «State tranquilli», rassicura, «sono passati sei anni dalle vicende del libro. Io adesso sono una persona diversa e un padre felice: già con il blog, mi ero liberato di quelle frustrazioni». Ma ne restano altre: «A dire il vero, non ho ancora accettato di essere un casalingo, e di essere mantenuto. Sono ancora alla ricerca di una soluzione e spero che, con un lavoro part time, potrò continuare a scrivere». 

L’obiettivo futuro è superare il pubblico dei fan di Ritals, sganciarsi dalle tematiche del “C’erano un francese, un tedesco e un italiano…” e parlare della vita dei bambini, se possibile. Che poi con il tempo è diventata la sua grande passione. Se volete aiutare Federico a diventare uno scrittore, mentre ascolta a palla i Metallica per esorcizzare la paura del Coronavirus, potete acquistare qui il romanzo, e spingerlo nella sua utopia. Se come lui, per lunghi anni, siete rimasti in bilico tra l’eterna adolescenza e la tentazione di diventare adulti in una società che fa di tutto perché non lo diventiate, questa è la lettura da quarantena che fa per voi.

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