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Fausto Paravidino, le parole che non vi ho detto (sul G8 di Genova)

A vent’anni dai fatti della Diaz (e dalla sua instant pièce ‘Genova 01’), il drammaturgo e regista ha avviato un laboratorio per riflettere su quegli stessi fatti. E che sfocerà in un nuovo spettacolo. Un dialogo su quel che è stato. E su come si può (e si deve) raccontare oggi

Fausto Paravidino in scena

Foto: Luigi De Palma

Fausto Paravidino è un fiume in piena. A fine giugno il drammaturgo, attore e regista teatrale ha condotto un laboratorio finalizzato alla produzione di uno spettacolo sui vent’anni successivi al G8 di Genova del 2001 che andrà in scena tra ottobre e novembre, e quando lo contattiamo per un confronto sul tema risponde alle domande con quel fervore caustico, non privo di sarcasmo, che da sempre contraddistingue le sue opere. All’attivo numerose pièce teatrali (tra le altre, Due fratelli, La malattia della famiglia M, I vicini, Il diario di Mariapia, La ballata di Johnny e Gil), oltre a un film, Texas, e a diverse apparizioni al cinema e in tv – molti lo ricorderanno nel ruolo di Ranocchia nella serie Romanzo criminale –, il 45enne genovese, cresciuto nelle campagne piemontesi di Rocca Grimalda, è al momento impegnato anche nello spettacolo Peachum – Un’opera da tre soldi, con Rocco Papaleo. «Saremo nei teatri in autunno», dice Paravidino, talento brillante e raffinato, tra i pochi italiani rappresentati all’estero. E, sul laboratorio tenuto a fine giugno: «A invitarmi a occuparmene è stato il Teatro Nazionale di Genova nell’ambito del G8 Project, progetto in cui sono coinvolti nove autori e autrici da varie parti del mondo, ciascuno chiamato a elaborare un’opera originale. Sapevano della mia pièce Genova 01, scritta dopo gli eventi di cui questo mese ricorre il ventennale, ma in realtà mi hanno preso alla sprovvista. La mia prima reazione è stata: ma cosa dobbiamo ancora dirci riguardo a quella storia?».

Però hai accettato.
Ho accettato per senso di responsabilità, perché ogni volta che c’è un’occasione per stimolare una riflessione su quei fatti mi sembra criminale tirarsi indietro. E perché nonostante Genova 01 fosse stato concepito come un instant play da buttare via nel momento in cui non ci sarebbe stato più interesse per l’argomento trattato, negli anni seguenti si è continuato a portarlo in scena, in Italia e ancor più fuori dal nostro Paese, e questo mi ha fatto capire che le vicende del G8 di Genova hanno davvero segnato la coscienza di molti: non sono un pezzettino della storia dell’Italia, ma uno spartiacque.

Con Genova 01 avevi riportato i fatti di Genova nella loro cruda realtà, questa volta cos’hai in mente?
Allora mi ero concentrato su quanto successo a Genova per denunciare l’avvenuta sospensione dei diritti umani in uno Stato occidentale, un enorme abuso da parte della polizia, una politica oscura che ha desiderato quel che è accaduto e che anche non l’avesse provocato ha chiare responsabilità per quanto avvenuto, e mi riferisco sia ai governi di sinistra precedenti a quel G8, sia al governo di destra allora al potere. Senza dimenticare la connivenza degli otto Paesi che parteciparono a quel summit e che avevano fretta di sbarazzarsi del movimento che era sceso in piazza per un nuovo mondo possibile. Il che non vuol dire che abbiano organizzato gli scontri per farlo secco, però sono stati a guardare senza particolare sgomento. Se le responsabilità giudiziarie non sono dimostrate, quelle politiche sono evidenti. Ma con il nuovo spettacolo non è più questo che voglio raccontare: per non mettere la politica su uno scaffale archiviando quanto accaduto come un fatto del passato e finendo così per sterilizzare una materia che invece è ancora viva, dobbiamo chiederci che cosa i fatti di Genova 2001 rappresentano oggi per noi contemporanei, se quella ferita ha ancora un significato attuale e che cosa si può dire adesso che prima non era dicibile, visto che di Genova 01, che ho portato in contesti di lotta e di celebrazione, per esempio in piazza Alimonda, non è che i teatri italiani si siano granché interessati. Perché dopo vent’anni mi chiedono di parlarne? Non mi pare una bella notizia che sia avvenuto dopo tutto questo tempo, semmai mi sembra una grossa insidia che mi ha spinto a chiedermi: non posso pretendere di fare uno spettacolo di lotta oggi, ma perché non posso pretenderlo? Dov’è la lotta? In quale tana di topi è andato a infilarsi, dopo le randellate di Genova, lo spirito di quei giorni? E qui nasce la necessità di un laboratorio.

Perché?
Perché queste domande non me le posso porre da solo, altrimenti non farei altro che darmi la mia risposta personale, “dopo Genova ho fatto un po’ di spettacoli, sono diventato papà”: tutto un ripiegamento nel privato che…

Che va di moda.
Vero, ma che non serve a comprendere se l’elaborazione dei fatti di Genova è un’esigenza che ho avvertito soltanto io o anche altri: il laboratorio ha il fine di mettermi a confronto con una comunità per fare il punto della situazione sul nostro sguardo su Genova 2001 a vent’anni di distanza. Non so cosa ne scaturirà, ma intanto hanno partecipato trenta persone. E non solo attori, ma anche un giornalista, un’attivista francese, un avvocato del lavoro, più altri che erano a Genova, alcuni più grandi di me, altri della mia età che all’epoca erano coetanei di Carlo Giuliani, altri più giovani, nati negli anni ’80 o che nel 2001 erano bambini. Non pretendo sia una comunità rappresentativa dell’Italia, di fascisti non ne ho visti, quel che è certo è che i fatti di Genova li abbiamo dati per scontati per riflettere sul post-Genova e sull’oggi. Perché curiosamente nel discutere di Genova si parla perlopiù di una grossa repressione poliziesca, di com’è formata la Polizia di Stato e del perché, nonostante ci siano anche tanti servitori dello Stato fedeli alla Costituzione, a volte quella polizia è così fascista, basti pensare ai pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere di cui siamo venuti a sapere da poco: nulla di così diverso da quanto successo a Bolzaneto, il tema della democratizzazione della polizia è attuale tanto quanto lo era nel 2001, i commissariati di polizia italiani, le questure, sono un posto dove vieni torturato, ora come allora.

Dove puoi venire torturato.
Dove hai buone probabilità di venire torturato e ti può anche capitare di essere ucciso.

Foto: Sara Ciommei

I casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva sono noti e non sono i soli. Diciamo che in una democrazia i soprusi da parte delle forze dell’ordine non dovrebbero essere la norma, ma nemmeno l’eccezione.
Giusto, e io ora non so se siano un’eccezione o una norma, ma so che certi soprusi vengono perpetrati spesso. Ogni tanto lo veniamo a sapere e ci dicono che è un’eccezione, più di frequente probabilmente non lo veniamo a sapere, visto che parliamo di crimini meno denunciati degli stupri: c’è un grosso sommerso legato al fatto che per denunciare abusi subiti dalla polizia bisogna rivolgersi alla polizia. In più sappiamo che all’indomani dei fatti di Genova la Corte europea aveva chiesto all’Italia tre cose – di introdurre i numeri identificativi sulle divise delle forze dell’ordine, di istituire il reato di tortura e che i colpevoli del massacro di Genova fossero allontanati dal servizio –, cose che nell’alternanza di governi di centro-sinistra e di centro-destra non sono state fatte.

O quasi, la legge sulla tortura è passata, ma giudicata inadeguata dalla Corte europea dei diritti umani.
E tutto ciò significa che in vent’anni non si è fatto quasi nulla per portare avanti un processo di democratizzazione della Polizia di Stato perché non si può. E perché non si può? Perché non si vuole. E questo è un tema terribilmente ancora centrale, è la prova che non c’è stata un’elaborazione dei fatti di Genova 2001 da parte della politica. Ma confrontandomi con la piccola comunità durante il laboratorio mi sono reso conto che non è il primo tema, il primo tema è: che fine ha fatto il movimento con le sue istanze? Perché è innegabile che dopo Genova il movimento dei movimenti, che era un agglomerato di associazioni e realtà diverse, è scomparso: sono rimaste le singole componenti, ma hanno continuato le loro battaglie e a occuparsi chi di ambiente, chi di economia, chi di diritti umani, ognuna nel suo specifico, senza più fare rete.

È come se Genova 2001 avesse posto fine alla possibilità del conflitto sociale?
Già, ma perché? Io non lo so esattamente, e non credo basti dire che la gente dopo aver visto sparare in piazza ha avuto paura: in altri momenti della storia la repressione ha rinfocolato i movimenti di protesta. Come mai, invece, lo spirito del movimento dei movimenti si è spento? Cos’è successo alle persone che ne facevano parte e al nostro desiderio di partecipazione politica? Sono queste le domande a cui vorrei rispondere, visto anche che un tema messo sul tavolo proprio da quel movimento e assolutamente centrale nella contrapposizione con il potere era quello della rappresentanza politica, ossia di quanto esistano referenti politici in cui possiamo davvero riconoscerci. Non a caso lo slogan di quel luglio era “voi G8, noi 6 miliardi”. E quel tema è diventato sempre più grave.

A cosa ti riferisci?
Intanto, all’indomani di Genova 2001, la questione della rappresentanza ha travolto i partiti tradizionali, benché senza il movimento a guidare questo processo: gli 8 grandi che in quel G8 si sentivano padroni della storia erano esponenti di partiti che in buona parte non esistono più o non sono più dominanti. Al tempo stesso la partecipazione attiva della cittadinanza alla vita politica dei partiti stessi è passata di moda: se il PCI e la DC avevano una grossa base, le case del popolo, i circoli e via dicendo, adesso il PD è staccato dalla sua base, quasi nessuno si fa più la tessera, e nel centro-destra la situazione non è migliore, ha vinto il populismo, non la partecipazione dal basso. Nel mentre fare politica al di fuori del terreno istituzionale pare sia diventato impossibile e vietato: con Genova 2001 è scomparsa l’idea del conflitto come cosa organica alla politica, il conflitto è stato abbandonato al Novecento, come se fosse qualcosa di legato solo agli anni di piombo, al blocco sovietico… E pian piano è passata l’idea che la politica non si fa col conflitto: si fa con la buona educazione, con la legalità e il decoro. Ma allora non c’è distinzione tra esercitare una forma di dissenso o bere fino a tardi. Sono questi i temi su cui stiamo lavorando.

In tutto ciò, tu non hai mai smesso di dire apertamente ciò che pensi su argomenti anche scivolosi. E tenendo conto che ai tempi dei tuoi esordi si parlava di te come di un enfant prodige, ho l’impressione che questa tua onestà intellettuale ti abbia un po’ isolato. Sbaglio?
Sono stato effettivamente un po’ isolato, però forse è anche colpa mia, forse non sto riuscendo a interpretare il mondo com’è ora, forse non riesco a capire come collocarmi nel teatro italiano in un modo che soddisfi me e gli altri. Di sicuro non ho fatto una carriera politica e produttiva, che è una specie di percorso obbligato per i teatranti. Vedo che i miei coetanei cominciano o hanno già iniziato a dirigere teatri e festival, e normalmente chi fa teatro tende al controllo dei mezzi di produzione, mentre io di questo non mi sono mai occupato se non in forma di attivismo con l’occupazione del Teatro Valle a Roma, e questa è indubbio che l’abbia pagata e la stia ancora pagando assieme ad altri.

Che cosa ha significato per te quell’occupazione iniziata nel 2011 e durata circa tre anni e cosa puoi dire delle occupazioni di teatri cui abbiamo assistito in questi tempi di pandemia?
Sono esperienze differenti. Durante la pandemia, essendoci di mezzo anche una questione di sanità pubblica, c’è stato qualcuno che ha cercato più che altro di fare politica, però sai, se non ti puoi vedere dal vivo la politica la fai male. Perché tendenzialmente la politica, come il teatro, si fa facendo incontrare le persone, si fa con i corpi e col senso di pericolo che creano persone e corpi. Quindi se elimini i corpi il potere è molto a suo agio, ma il teatro e la politica soffrono. E ci sono cose che non si possono fare sul web, pur se non tantissime: il sesso, la rivoluzione, il teatro. Per carità, esistono dei palliativi, ma sappiamo bene che sono tali. Quanto all’occupazione del Valle, è stata un unicum.

Puoi spiegare?
Non è stato un esperimento finalizzato solo alla rivendicazione di diritti di tipo salariale o corporativistico, si operava su più fronti. Uno era quello dei beni comuni, a partire dal referendum contro la privatizzazione dell’acqua pubblica del 2011: al Valle questo tema è stato affrontato sia attraverso la pratica degli occupanti e di chi li fiancheggiava venendo a teatro e partecipando alle assemblee – una comunità arrivata a includere qualche migliaio di persone –, sia da un punto di vista giuridico, con il tavolo dei beni comuni presieduto da Stefano Rodotà e impegnato a studiare una declinazione giuridica del concetto di bene comune lontana dal perenne scontro tra privatizzazione e gestione pubblica – dato che nei due casi cambia la proprietà, ma la modalità di gestione è la stessa – e incentrata, semmai, sull’idea della partecipazione diretta dei cittadini alla vita del proprio Paese, cosa prevista dalla Costituzione, e dunque anche alla gestione dei beni comuni.

Cos’altro?
C’era un grosso cantiere aperto sul teatro inteso non come scatola in cui si entra a fruire degli spettacoli, bensì come parte viva della società, come luogo dove la società si confronta su se stessa, quindi permeabile, aperto tutto il giorno e impegnato in un dibattito culturale incessante e continuo. In più si faceva sperimentazione teatrale cercando di dare cittadinanza a forme espressive che a Roma e in Italia si vedevano poco. E grazie al fatto che il Valle era diretto da un gruppo di un centinaio di persone, le proposte erano molte di più di quelle che possono affiorare quando alla guida di un teatro c’è un direttore solo, per quanto illuminato possa essere. Infine, era in campo l’esigenza di rendere più armonico e meno impenetrabile, almeno sotto il profilo organizzativo, il rapporto tra tre attori – il pubblico, la formazione, il palcoscenico – solitamente separati da un muro di cemento armato. Perché la quarta parete non è mai stata così spessa come adesso: i palchi non sono mai stati così alti sopra il livello della platea, i teatri sono luoghi che aprono alle 20.45, si entra dopo aver pagato un biglietto, ci si siede al buio, si vedono illuminate persone che non si conoscono, che non parlano di noi, ma di se stesse e dei loro sentimenti, dopodiché cala il sipario, a quel punto anche il bar è chiuso e ci chiedono di andarcene tutti il prima possibile a casa, senza sostare in strada perché se no l’autobus non passa. Questa è la consuetudine da tempo, ovvero la cosa più distante da quella che potrebbe essere la funzione pubblica del teatro.

Quella di cui parli è una sorta di istituzionalizzazione dell’offerta culturale che era evidente già prima della pandemia.
C’era una frase di Gramsci che avevo trovato quando occupammo il Valle, ossia dopo la crisi finanziaria del 2008, quando tutto il mondo era entrato in recessione, che diceva: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Mi sembrava una buona definizione del periodo che stavamo vivendo allora e lo è di quello che stiamo vivendo adesso: quanto parli di “istituzionalizzazione” vedo un potere, ma con la “p” minuscola, fatto di amministratori e direttori di teatro, ognuno nel suo piccolo in buona fede, che sono sostanzialmente chiusi a qualunque tipo di sperimentazione. E perché? Perché “si è sempre fatto così”, perché siamo terribilmente affezionati a ciò che si fa in una certa maniera per consuetudine e quindi al massimo gli diamo una mano di lustrini, pur sapendo che non funziona e che non ci piace nemmeno più di tanto. Siamo conservatori senza passione!

Una volta hai anche dichiarato che gli italiani vivono al massimo nel melodramma, ma rifuggono la tragedia. Che cosa significa applicando il gergo teatrale alla nostra esistenza? Ed è stata una tragedia quella di Genova 2001?
Sì, è stata una tragedia. Quanto alla prima parte della domanda, citerò Goethe, che sosteneva che il tragico si configura quando tra due opposti non c’è possibilità di conciliazione. Mentre laddove questa possibilità di conciliazione sussiste siamo nella commedia. Quindi cos’è il melodramma? Una commedia mancata, perché sappiamo sin dall’inizio che la conciliazione degli opposti è possibile, solo non è stata messa ancora in atto. Allora io dal melodramma vengo consolato dal dramma cui assisto, perché a differenza dei personaggi che lo vivono conosco la soluzione. È un articolo confortevole cui gli americani, per non deplorare sempre gli italiani, sono molto avvezzi: tutto il cinema civile statunitense è fatto di personaggi che per loro insipienza non sanno qualcosa che lo spettatore sa benissimo, per esempio che i neri sono esseri umani come noi, che anche le donne devono avere dei diritti, che non bisogna ammazzare gli omosessuali… Ecco, allora, tutti questi viaggi di formazione in cui c’è sempre un Tom Cruise che impara queste cose che noi sapevamo già, o un Kevin Costner che impara che pure i pellerossa sono depositari di una civiltà e che dunque si potrebbe anche fare a meno di sterminarli. Questo tipo di film e di racconto risponde al linguaggio del melodramma: la storia può finire male, ma l’accento non è mai posto sull’inconciliabilità degli opposti, bensì sulla buona notizia che io come spettatore, al contrario dei protagonisti della storia che mi viene raccontata, la soluzione la conosco.

Stai dicendo che si rifugge all’idea che talvolta il conflitto sia, invece, irrisolvibile?
Esattamente, e questa è l’essenza della tragedia greca: l’eroe combatte contro un destino triste che l’oracolo gli ha predetto; quel male non ha un senso, eppure la lotta si combatte lo stesso. Ma noi siamo così avvezzi al melodramma che una volta, durante un’intervista, una tua collega mi chiese: “E dov’è la speranza in questa tua pièce?”. E dov’è?! È una domanda da Rai 1, questa, una domanda da ufficio stampa della provvidenza, non da critico teatrale: nella tragedia la speranza è al massimo nella rappresentazione stessa, nella poesia come portato di una tragedia in cui gli esseri umani si riconoscono sentendosi meno soli.

E delle proteste sui social cosa pensi, sono anche quelle melodrammatiche?
Molto: c’è una grandissima retorica dell’indignazione, destinata, però, a passare in fretta, allo scemare dei clic, e c’è un attivismo politico assoggettato alla velocità degli altri media: quanto dura sui giornali una notizia?

Tu in compenso ti impegni da tempo a portare la dimensione del tragico a teatro, ma non solo: ho da poco rivisto dopo anni Texas, il tuo film del 2005. Come mai come regista cinematografico ti sei fermato lì? Quel lungometraggio fu accolto bene…
Sto cercando da tempo di fare un altro film, ho una sceneggiatura deposta in qualche ministero, tra un po’ dovrebbero dirmi se mi daranno i soldini. Ma è l’ennesima di una serie, sto accumulando le sceneggiature di film che non riesco a fare. Però io sono pronto.

Hai fatto anche tv, in particolare con un programma andato in onda nel 2012 su Rai 3, FIL – Felicità Interna Lorda, che raccontava l’Italia dal secondo dopoguerra in avanti attraverso i grandi temi del nostro vivere collettivo, dall’ambiente all’educazione, dalla salute al lavoro. Lo ricordo ora perché nei tuoi prologhi ed epiloghi sviluppavi una riflessione critica affine a quella interna al movimento sceso in piazza a Genova nel 2001. Concordi? E come vi siete ritagliati quello spazio di libertà?
Per quel programma fui coinvolto da Roberto Torelli, che aveva fatto un film collettivo sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo a cui avevo partecipato, e Peter Freeman, giornalista Rai. Non credo sia stato visto molto, ma lo abbiamo realizzato a costo quasi zero, con un lavoro di scrittura e di ricerca negli archivi Rai. La libertà… Sai, andavamo in onda dove tradizionalmente si trova la libertà in Rai, nelle notti di Rai 3: ti avvertono che probabilmente avrai poco pubblico e che non ci saranno quattrini, però in cambio puoi fare più o meno ciò che vuoi. E così è stato, a parte un’unica ingerenza da parte della rete: contro la Tav non si poteva dire nulla, gli altri autori hanno accettato l’obiezione secondo cui la questione era fuori tema, a me non sembrava, però ok, è andata così, ne ho parlato, ma mi hanno tagliato delle parti. Per il resto sì, nei prologhi e negli epiloghi scritti da me ho potuto sviluppare un ragionamento che assimilava molte delle istanze espresse dal movimento di Genova 2001. Sarà che arrivavamo da una crisi, quella finanziaria del 2008, che pareva aver dimostrato che forse quei menagrami che protestavano contro il G8 e le sue politiche neoliberiste non avevano tutti i torti.

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