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Edoardo Ferrario e Luca Ravenna: metti un po’ di stand-up morbida perché ho voglia di niente (anzi, morbidissima)

‘Morbidissimo’ è l’aggettivo usato dai due comedians per descrivere il loro ‘Cachemire’, podcast-rivelazione della stagione che ora va in tour. La satira, quello che (non) si può dire, i politici di oggi, e la cosa che fa più ridere al mondo. Li abbiamo incontrati

Foto: press

Una delle cose più divertenti dei venerdì degli ultimi mesi è stato Cachemire, un podcast comico che ha come tagline la frase “un podcast morbidissimo”, detta con una voce bassa e un po’ suadente che finisce in dissolvenza, come nei video ASMR dove persone sussurrano parole piacevoli. Lo registrano Luca Ravenna e Edoardo Ferrario, due stand-up comedian e autori comici giovani (hanno trentaquattro anni, e per gli standard italiani non sono solo giovani, ma giovanissimi) che si sono inventati questa cosa all’inizio dello scorso ottobre, quando le restrizioni sanitarie sono riapparse e i teatri sono stati chiusi di nuovo. Il loro canale YouTube ha 40mila iscritti, e la forma dei video è quella di una chiacchierata tra amici. Siccome i due amici sono due stand-up comedian brillanti, che spaziano tra i temi più vari — la cocaina, cenare al ristorante quando sei un bambino, come si mangia bene a Napoli, qual è stato il CD che ascoltavi la prima volta che hai fatto l’amore? — tutta la chiacchierata finisce per far molto ridere anche te che li ascolti, come quando ti trovi al bar a origliare la conversazione di due che parlano a voce alta al tavolo accanto al tuo. Questa estate stanno portando il podcast in un tour all’aperto completamente sold out, che continueranno in autunno. Ci siamo visti a Milano, per la prima data vera e propria del tour e dopo un paio di serate più ridotte a Bologna, prima di una cena e dello spettacolo, per parlare di cosa li fa ridere, di cosa significhi far ridere e di come sia possibile far ridere anche nella tragedia — di quanto possa essere salvifico farlo, proprio nella tragedia.

Come va questo tour? Avete già fatto delle date, come è stato?
Edoardo Ferrario: È stato come lo immaginavamo, siamo riusciti a coinvolgere il pubblico nella dinamica del podcast, cioè fare quello che abbiamo fatto tutto l’anno: improvvisare tra di noi, ma usando il pubblico per avere nuovi spunti. È quello che volevamo fare fin dall’inizio, ma ovviamente in un anno del genere non si è potuto.

Come sono i ritmi, e cosa cambia rispetto al podcast?
Luca Ravenna: Primo, di base non puoi tagliare. La cosa che davvero cambia però sono le risate: in studio ci sono solo le nostre, ora sono mille volte più forti. È come suonare unplugged o con gli amplificatori.

Nel podcast avevate dei temi, immagino che adesso non possiate sceglierne uno a serata. Andate a braccio?
EF: Il tema è sempre la città dove ci troviamo: siamo un Paese talmente campanilista, ogni chilometro ti sposti e ci sono città nuove che si recriminano nuove cose. Per il podcast, dopo le primissime puntate abbiamo iniziato a cercare temi più vari, a provare a inserire ospiti per farli funzionare in quel contesto lì. È stato anche divertente integrare gli ospiti nelle conversazioni, senza dover fare “l’intervista”: anche perché non è il nostro lavoro, non lo sappiamo fare. Ci incuriosiscono dei personaggi e cerchiamo di parlare con loro di una cosa che pensiamo possano raccontare bene.
LR: Il nostro primo ospite è stato Walter Veltroni, che è venuto volentieri ma doveva presentare il suo libro, che era appena uscito, e non si sposava proprio con delle tematiche ultracomiche. Ci divertiva riuscire a integrarlo, a rendere tutto divertente.

Vi aspettavate che Carmelo e Tahir sarebbero stati delle spalle comiche così forti, quando li avete scelti?
EF: Abbiamo avuto un culo pazzesco.
LR: Non pensavamo che ci avrebbero rubato completamente la scena, da un certo punto in poi. Infatti questo tour è l’ultima cosa che faremo con loro…

Perché poi faranno un loro tour e voi farete le spalle.
EF: Gli spareremo e sarà l’unico modo per liberarci. Tahir lo conoscevo perché lavorava con mio fratello Giorgio, che fa il rapper. Non pensavamo che sarebbe diventato il Gen Z spietato che è diventato oggi. Siamo stati molto fortunati, anche perché copriamo tutte le fasce d’età: venti, trenta, quaranta.
LR: Anche se nessuno sa che età abbia effettivamente Carmelo. È una di quelle cose tipo i film dei fratelli Coen.

Com’è stato far ridere nel podcast, senza il pubblico? Ricordo che Luca in un’intervista disse che fare stand-up comedy senza pubblico è “come giocare a tennis senza pallina”.
LR: Penso ancora la stessa cosa. La sera che abbiamo detto “Proviamo” ci siamo detti anche: dobbiamo per forza almeno registrarlo insieme. La comicità sta tutta nei tempi, e online saremmo stati sempre sfasati. Fare stand-up senza pubblico è difficilissimo: non senti mai ridere, non è la stessa cosa.

Avete due comicità diverse, adattarsi è stato facile?
LR: Anche se la scatola sembra simile in realtà abbiamo modi di ridere, e di far ridere, molto diversi, ma è un incastro che funziona. Per me la parte più bella di lavorare insieme, negli anni, non è mai stato lo sketch finito, la battuta chiusa, ma sempre quando prima ci si prende una birra e si buttano giù le idee. Quello fa ridere.

Non vi spaventa, facendo queste improvvisazioni su YouTube, che una battuta interpretata male o decontestualizzata poi resti lì per l’eternità? Coi live, di solito, non è così.
EF: Molto. Però credo che l’importante sia essere in buona fede. Io penso che si debba poter parlare di tutto e poter ridere di tutto, il che non vuol dire, credo, che si debbano poter dire le peggiori bestialità che ti passano per la testa. Una battuta “politicamente scorretta” non deve essere necessariamente omofoba o razzista. Io non faccio battute del genere; se le faccio e il pubblico dovesse percepirle così, poi ne possiamo parlare. In generale, la trovo anche una scorciatoia molto facile, che tanti utilizzano, e non mi piace. Detto questo, ci prendiamo il diritto di parlare di tutto, perché penso sia il lavoro dei comici.
LR: Poi: se vuoi arrabbiarti, un motivo lo trovi lo stesso. Se vai a sentire cose comiche col fucile puntato, mi chiedo poi come affronti le cose serie. Mi dispiace per te.

Ricordo, dopo la tua esperienza a LOL – Chi ride è fuori, di aver visto su Twitter una tua parabola incredibile: sei stato l’idolo e il sogno erotico di tutti per 48 ore, e poi ti hanno cancellato.
LR: Immediatamente cancellato, nel tempo di un giorno. Io adesso sto scrivendo il pezzo sul mio percorso a LOL, e questa cosa è stata molto divertente, al di là dell’essere stato considerato un sex symbol, che mi ha fatto molto ridere. È stato stranissimo perché la critica era che nei miei pezzi dico delle “brutte parole”. Ma è la commedia dell’arte: se prendi in giro uno perché dice delle bestialità e lo imiti, le dici, ma non le stai dicendo tu. Se mi vedi fare il saluto fascista perché sto imitando un fascista, e pensi o decidi che allora quello mi renda fascista, è un problema tuo.
EF: Più in generale, se pensi che non si possa parlare di delle cose che non ti riguardano — di omosessualità se non sei omosessuale, per esempio — io non la penso così. Ti rinchiudi, parli da solo, e la discriminazione nasce così. Se non parli e non pensi a nient’altro che non sia tu, alla fine voti Trump.

Quando si parla di queste cose sembra poi che l’unico modo per essere divertenti sia essere scorretti, e che essere scorretti finisca sempre per essere una cosa “di destra”, e che a sinistra questa cosa non si possa fare. Mi sembra un grosso limite.
EF: Questo modo di pensare è figlio della melassa di questi anni, che ci vogliamo tutti bene, siamo tutti uguali, dobbiamo sempre volerci tutti quanti bene in maniera incondizionata, per cui appena fai una battuta su una categoria che è diversa da te sembra una cosa di destra. Ti dicono: “Ma come? Se sei di sinistra, dovresti essere sempre pronto ad abbracciare tutti”.

E a non ridere mai di nessuno.
EF: Storicamente la sinistra ha fatto la satira, è sempre stata culturalmente la parte che si permetteva di essere creativa. Non c’è mai stata una satira di destra, ed è interessante che oggi venga percepita invece come una cosa di destra. C’è un po’ questa ipocrisia a sinistra, che è la ragione per cui il podcast si chiama Cachemire. Quella sinistra un po’ snob, che compra i cachemire e col cazzo che poi va a mangiare in pizzeria.
LR: È il principio del sindaco di Capalbio, a cui qualche anno fa venne chiesto di accogliere dei gruppi di migranti e disse: “No ragazzi, per cortesia, che siamo già pienissimi di toscani”. Quella sinistra è più a destra della destra, c’è uno scambio continuo, e alla fine Salvini sembra Berlinguer: che non è.

Peraltro, ormai i politici fanno così ridere che farne delle caricature è difficilissimo.
LR: Certo, dovresti fare l’anti-politico superserio e che sta nell’ombra, ma non fa ridere.
EF: Oggi i politici hanno capito che la comicità li avvicina alla gente, che non funziona più fare il politico della DC, tutto austero. Fai un post su Facebook dove dici che hai messo i bambini a letto e poi guardi Pio e Amedeo, sono molto più furbi di qualche anno fa.
LR: Tra l’altro, su questo discorso: se il politico più potente di tutti dice che tu sei il suo comico di riferimento, questo lo diceva la mia ragazza, non sei più un comico, sei un ciambellano di corte.

Edoardo Ferrario e Luca Ravenna sul palco. Foto: Edoardo Galati

Non vi spaventa l’idea di non saper più fare ridere, a un certo punto? C’è quel personaggio famoso della Terrazza, di Scola che scrive satira ma ha un esaurimento nervoso e continua a ripetere ossessivamente di ogni idea: “Non fa ridere”.
LR: Credo sia una cosa che fa paura a tutti i comici. Quel personaggio poi è incredibile e simbolico: c’è dentro tutta la fine della commedia all’italiana, ci sono i tre migliori sceneggiatori, è un simbolo che parla al suo tempo. Ora non so se questo rischio ci sia, lì c’era consapevolezza della fine di un’epoca.
EF: Magari, anzi, alcuni comici dicessero più spesso: “Non fa ridere”. Si scriverebbero meno stronzate, si pensa che oggi la comicità sia la stessa di trentacinque anni fa.
LR: Se provi a essere sincero con te stesso, in ogni caso, a un certo punto le risate le trovi.

Per la comicità in Italia oggi sono anni d’oro? C’è più spazio rispetto a dieci anni fa?
EF: Grazie a dio, grazie a internet (a YouTube soprattutto), sì.
LR: La comicità si muove in modo molto veloce, c’è stato un cambio di linguaggio gigantesco per quanto riguarda le cose comiche: dai meme, agli spettacoli di stand-up, ai video divertenti su YouTube.

Come la trap!
EF:
Mi ricordo che, la prima volta che ho visto un pezzo di stand-up, mi sono sentito come se ascoltassi un pezzo rap per la prima volta. Pensavo: non è possibile, esiste questa cosa per cui parli di te e basta, e la gente ti ascolta e la fai ridere. Ti permette di farlo chiunque tu sia. Ora possiamo farlo, non c’è più il gap della lingua che fino a quindici anni fa era gigantesco: c’erano comici italiani che non conoscevano i britannici o gli statunitensi, che è come per un regista non aver visto film di Kubrick o di Spielberg. Negli ultimi dieci anni sono usciti tantissimi comici giovani, prima era impossibile. Per trent’anni, quarant’anni, la comicità qui è sempre stata uguale.
LR: Sopperiva, per certi versi, il cinema, da cui usciva la comicità “vera”. La cosa bella, con Cachemire, è che si sia creata una community, che è una cosa ancora diversa da quello che succede con la stand-up: è anche bello vedere che certe volte internet serva a fare delle cose che fanno stare bene le persone, e non solo a litigare.
EF: Quando fai questo lavoro, poi, non te ne rendi conto, ma quando le persone ti dicono: “Grazie, era un momento terribile e ci avete dato un po’ di conforto”, ti fa vedere che stai facendo una cosa bella.

Qual è la cosa che fa più ridere in assoluto?
(Mi rispondono in coro) Le scoregge.
LR: Sembra una cazzata, ma la comicità è lì, parte dal corpo.
EF: C’è tutto: c’è la sorpresa, l’imbarazzo, il rompere una situazione di tensione, l’empatia. È tutto lì.
LR: Più è fatta in una situazione terribile e più fa ridere, che è lo stesso effetto che può fare una battuta cattiva o uno sketch molto bello: l’arte della comicità è sorprendere con una cosa che non dovrebbe essere fatta.

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