Don Winslow sa mostrarti una versione piuttosto credibile della prima posizione nel balletto. La sta dimostrando proprio adesso, circa un’ora dopo l’inizio del nostro incontro, in un luminoso pomeriggio di gennaio. Si è alzato dal suo posto in un caffè a due passi dalla spiaggia, affacciato su una distesa di cespugli bassi e fanghi salmastri, nella cittadina costiera di Cardiff, nella California del Sud. Ha chiarito fin da subito che, nonostante abbia scritto una lunga serie di bestseller di narrativa crime popolati da una schiera di duri e occasionali “spruzzi di sangue”, la sua vita quotidiana è quella di un gentiluomo, padre di famiglia, alto appena «un metro e sessantotto per sessanta chili». È il tipo di contrasto ironico che, a 72 anni, Winslow è perfettamente in grado di abbracciare.
«Cammino come un’anatra zoppa», insiste, anche se è arrivato fin qui a piedi percorrendo quasi tre chilometri lungo la costa, partendo dal piacevole — seppur temporaneo — appartamento in affitto che condivide con la moglie Jean. Più tardi, mentre continuiamo a passeggiamo, si scopre che la sua andatura leggermente spigolosa è abbastanza fluida da far apparire quella similitudine come parte del suo istinto autoironico. Allo stesso modo, quando accenna al fatto di aver trovato nuove profondità nella sua celebrata scrittura crime, mette in guardia entrambi dal rischio che possa «sembrare una stronzata».
Per usare un’espressione cara agli avvocati, «secondo le informazioni disponibili e salvo prova contraria», nell’uomo non sembra esserci alcuna stronzata.
La nostra conversazione ruoterà soprattutto attorno al suo nuovo libro, una raccolta di novelle intitolata The Final Score (in italiano L’ultimo colpo, uscito per Harper Collins, ndt), e a un film, Crime 101 (in uscita il 13 febbraio), tratto da un racconto della sua raccolta del 2020 Broken (uscito in Italia sempre per Harper Collins, ndt). Ma abbraccerà anche l’insieme caleidoscopico di lavori che Winslow ha svolto oltre a quello di cronista di storie di finzione popolate da poliziotti temprati e sicari senza scrupoli, tutti tasselli che contribuiscono al suo vasto bagaglio di conoscenze.
La sua breve “iniziazione”, negli anni Ottanta, come istruttore antiterrorismo per il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti — forte di un Master in storia militare, a quanto pare venne formato per un ruolo che prevedeva l’individuazione di potenziali minacce alla sicurezza — è l’unico dei suoi incarichi, spesso mutevoli e svolti tra Inghilterra, Cina, Africa e New York, di cui si rifiuta di entrare nei dettagli (si concluse quando capì che non sarebbe stato adatto a servire nell’amministrazione Reagan).
Ma considerando le provocazioni più sordide e le minacce che arrivano sul suo feed di X o che gli vengono persino urlate per strada — rabbia e insulti provenienti dall’area MAGA, strilli di chi si sente “triggerato” dai suoi attacchi online a Trump e ai suoi accoliti — Winslow si attiene oggi a una serie di comportamenti prudenti.
Per quanto riguarda il mestiere che ha imparato, Winslow dice: «L’abilità più utile era — ed è tuttora — quella che credo oggi chiamino “consapevolezza situazionale”. Ero, e sono, sempre consapevole di chi mi sta intorno. Non importa se sono per strada, al supermercato, in aeroporto o a una presentazione di un libro: osservo tutti. Sono particolarmente attento ai movimenti. E se vedo una persona che non conosco più di due volte nello stesso giorno, allora presto a quella persona un’attenzione speciale».
Il tono è pacato, quasi neutro, ma negli ultimi tempi il clima di ostilità si è intensificato. Pochi giorni dopo la nostra conversazione, minacce che lui stesso definirà sui social «serie e credibili» lo porteranno a cambiare i piani per una serie di appuntamenti promozionali previsti in librerie e spazi culturali (come il 92nd Street Y di Manhattan). Alcuni eventi, inizialmente indicati come «aperti al pubblico», sono stati cancellati; altri probabilmente si sposteranno su un formato virtuale.
Oggi, però, nel suo caffè preferito dall’aria funky affacciato sulla spiaggia, Winslow se ne sta tranquillo in mezzo alla consueta clientela di surfisti. La testa è rasata con cura, e con la camicia nera aderente con colletto e i jeans neri appare asciutto e teso come uno spazzacamino. Fin dal nostro incontro sul portico, il suo sguardo fermo è cordiale. Eppure, sedergli di fronte a un tavolino dà leggermente l’impressione di essere collegati a un poligrafo, nonostante l’aura di calda educazione che lo circonda.
Quanto ai piedi, naturalmente, c’è una storia. Con Winslow c’è sempre una storia. Pare che sia nato con «qualche osso in più» nella schiena, una condizione che lo ha lasciato con il piede destro ormai decisamente rivolto verso sud, mentre l’altro punta a est. Gli infortuni giovanili giocando a hockey su stagno e anni di graffi e botte rimediati facendo surf sono stati assorbiti come dolorosi, ma tutt’altro che invalidanti.
Non era a conoscenza di questa particolarità scheletrica genetica finché la leva per la guerra del Vietnam non puntò lo sguardo su questo ragazzo del Rhode Island, il cui numero della lotteria era un vulnerabile 10. Solo allora suo padre, Don senior — un infermiere della Marina che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva prestato soccorso ai Marines feriti a Guadalcanal e altrove (in quella che i commilitoni avrebbero poi descritto come una condotta eroica) — condivise con la moglie Virginia e con la famiglia la diagnosi medica fatta anni prima. «Il medico disse che probabilmente sarei riuscito a camminare, ma non a correre, a fare sport. Mio padre disse: “Non l’ho mai detto a tua madre, non l’ho mai detto a te, perché non volevo che crescessi pensando di non poter fare quelle cose, o che tua madre vivesse nel terrore che potessi farti male”». Sui documenti che attestavano l’inidoneità del giovane Don a prestare servizio in una guerra in cui suo padre non credeva, gli esaminatori scrissero: “storpio”.
Quando la leva si avviò alla conclusione, nel 1972, Winslow andò avanti con la sua vita, anche se non sempre disarmato (questo sostenitore di lunga data di leggi più severe sul controllo delle armi è stato addestrato, in un momento non precisato, all’uso di armi da combattimento). Vide qualche rissa mentre lavorava per un servizio di sicurezza a New York, dove la sua qualifica era “street rat” e tra i suoi compiti c’era quello di aggirarsi nel distretto dei cinema della 42ª strada per attirare i borseggiatori. A un certo punto venne sospeso dal suo capo per aver messo al tappeto e malmenato un teppista di strada dall’aria punk che lo aveva aggredito durante una piccola sommossa di avventori all’esterno del leggendario stand dei Clash nel locale punk improvvisato di Manhattan, il Bond’s.
Se si osserva bene, sembra quasi imbarazzato dal fatto che un simile racconto sia venuto fuori, e torna a essere il gentiluomo mite e cordiale che probabilmente sarebbe più felice a dedicarsi a buone opere nella vicina Julian, poco più di un’ora nell’entroterra da San Diego. L’ex cittadina della corsa all’oro — circa mille abitanti — è il luogo dove, una trentina d’anni fa, lui e Jean hanno trovato un rifugio tranquillo: una casa-ranch su un terreno di trenta acri. Trae grande soddisfazione dal portare lì i suoi riferimenti culturali e condividerli con i più giovani. Dopo aver diretto produzioni shakespeariane a Oxford, in Inghilterra, ha offerto il suo tempo al sistema scolastico per aiutare i ragazzi a “scassinare” in sicurezza le opere del Bardo: «Per 28 anni, mettendo in scena versioni ridotte di Shakespeare per i bambini delle elementari — il Globe Theatre arriva a Julian». Fa una pausa. È evidente che preferirebbe strozzarsi piuttosto che sembrare uno che si vanta. «E poi abbiamo diretto musical delle scuole superiori, motivo per cui sconterò 300 anni in meno in purgatorio», aggiunge, facendo capolino la sua educazione cattolica irlandese. Si ferma di nuovo. «Cerchi di mostrare loro che il mondo è più grande, che ci sono cose che possono fare, di non lasciarsi intimidire da nessuno, perché, insomma, siete voi quelli che fanno Shakespeare».
Se l’America avesse uno zio nazionale, Winslow sarebbe un’ottima scelta.
Soprattutto perché “papà” continua a diventare sempre più folle. La nota ostilità pubblica di Winslow nei confronti dell’attuale Presidente — il cui nome oggi non pronuncia mai — è evidente fin da quando quel distruttore di mondi per due volte ha cercato il potere. Negli ultimi mesi e giorni, fino all’attuale auto-da-fé autoritario che sta smantellando la Costituzione, Winslow è diventato sempre più collerico nei suoi commenti pubblici. Il suo pubblico su X sfiora il milione — e quanto agli odiatori tra loro, si limita a dire: «Fatevi sotto», inspirando l’aria tiepida della California del Sud a pieni polmoni. È chiaro che si riferisce alle schermaglie online, anche se forse non è casuale che Winslow abbia scelto un posto a sedere rivolto verso la porta.
Non è stato solo un oppositore simbolico dell’amministrazione, ma anche uno pratico. Potremmo assistere a un nuovo ciclo di video come quelli che ha co-prodotto durante la campagna del 2020, nel tentativo di arginare l’ascesa di Trump in quella tornata elettorale. Il 13 ottobre di quell’anno, la nascente Don Winslow Films pubblicò un video che rimproverava Trump attraverso immagini negative montate su “Streets of Philadelphia” di Bruce Springsteen. In breve tempo fu visto 10 milioni di volte, seguito da altri brevi filmati pensati per raccogliere voti in Georgia e Michigan. Con il tempo, li videro molte altre decine di milioni di persone. Winslow divise i costi con il suo partner di produzione, agente, confidente creativo e migliore amico: lo scrittore-produttore hollywoodiano anticonformista Shane Salerno.
Seduti nella brezza marina, mentre i surfisti ci sfilano accanto trascinando le tavole, il Paese è appena stato sconvolto dall’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un’unità dell’ICE a Minneapolis. Viene spontaneo chiedersi se non stia per subentrare una sorta di stanchezza della resistenza. Assolutamente no, dice Winslow: «Ho momenti di disperazione e momenti di rabbia, come tutti noi — e come è giusto che sia. Ma la disperazione non porta da nessuna parte. Che dovremmo fare, raggomitolarci sul divano in posizione fetale e lasciargli prendere il Paese? Non possiamo farlo. A volte possiamo sentirci disperati o pessimisti, certo. Per me è un “E allora?”. Ok, oggi sono incazzato. Oggi sono triste. È una brutta situazione. E allora? Dobbiamo comunque continuare» — e accenna un ritmo di marcia interiore — «sinistra, destra, sinistra, destra… Quindi sì, parliamo delle grandi questioni, ma agiamo anche come individui e cerchiamo di ispirare».
La scrollata di spalle con cui conclude non è una resa, piuttosto un rimettersi in assetto, e serve a riportare la conversazione sull’ordine del giorno: un nuovo libro e un film tratto da un’opera precedente. Il suo esercito fedele di lettori ricorderà bene lo spavento dell’aprile 2022, quando Winslow si era allontanato da decenni di crime fiction pressoché ineguagliabile per dedicarsi a tempo pieno alla resistenza anti-Trump.
Mentre promuoveva il terzo romanzo della trilogia gangster irlandese di Danny Ryan, Città in rovine, annunciò il suo ritiro dalla scrittura. «Volevo stare nella lotta», disse allora a NPR. «Non volevo scrivere un necrologio di fantasia sull’America che perdeva la democrazia». A scuoterlo era stata anche l’esperienza del figlio Thomas, allora sulla trentina avanzata, vice capo dello staff della campagna Biden dopo aver lavorato alla Casa Bianca Biden-Harris. Il tracollo della campagna Biden è stato «duro», dice Winslow con empatia asciutta (più tardi, oggi, chiamerà Thomas a Washington per festeggiare il primo compleanno del nipote Perry, a cui è dedicato L’ultimo colpo).
Eppure, a pochi mesi dall’abbandono del mestiere di scrittore, Winslow ha scoperto — non senza sorpresa — che la stessa urgenza creativa che per anni aveva alimentato il suo lavoro era ancora lì. «Non so se sono tornato per un solo libro o per altri», ha raccontato a Deadline lo scorso maggio. «Un giorno ho semplicemente ricominciato a scrivere e non riuscivo a smettere. Ho scritto tutte queste storie in segreto e, per la prima volta da decenni, senza una scadenza».
Questo mese, gli editori di Winslow in America hanno ristampato Broken in edizione tascabile con il nuovo titolo Crime 101, giusto in tempo per l’uscita del film omonimo ricco di star (il cast è guidato da Chris Hemsworth e Halle Berry, e include anche i candidati all’Oscar Mark Ruffalo, Monica Barbaro e Barry Keoghan). Se questa è una delle rare trasposizioni arrivate effettivamente sullo schermo, la lunga storia di progetti legati a Winslow arenatisi nel limbo dello sviluppo ha spinto lui e Salerno ad annunciare che presto avrebbero cercato di recuperare vari diritti opzionati da studios e piattaforme senza che ne fosse mai nato un film (non a caso, nessuno dei due ha mai amato particolarmente Le belve, uno dei soli due film tratti da opere di Winslow: acquistato a basso costo per essere diretto da Oliver Stone, uscì nel 2012 come quello che lo stesso Salerno oggi liquida come «un giro a 300 all’ora su un dune buggy»).
È impossibile considerare l’ascesa, inizialmente improbabile, di Winslow a 26 volumi acclamati dalla critica — inclusi sette bestseller al numero uno del New York Times — senza riconoscere il ruolo dell’incontenibile Salerno, «l’uomo per cui prenderei una pallottola», dice Winslow. Figura di peso nell’industria cinematografica, autore di sceneggiature come Armageddon e Shaft e co-sceneggiatore di due capitoli di Avatar, Salerno è molto più che “incontenibile”: questo enfant prodige, oggi 53enne, ha aggiunto all’arsenale anche l’attività di agente e promotore, proprio per potenziare la carriera di Winslow. I due si erano conosciuti intorno al 2001 su una serie poliziesca televisiva, U.C. Undercover; con l’aumentare della ricchezza e dell’influenza di Salerno, il rapporto si è riacceso, i destini si sono intrecciati e ha preso forma la saga ormai nota del passaggio di Winslow da 37 dollari sul conto a un reddito che, confessa l’autore, presenta «un sacco di zeri».
Un momento emblematico della loro collaborazione risale a quando Winslow, sfinito dalle ricerche e dalla scrittura della trilogia del Cartello, ammise di essere «stanco di tutto quel materiale sui narcos». «E Shane mi disse: “Sai che non hai mai scritto il grande romanzo sui poliziotti di New York”. E io risposi: “Oh, quello lo potrei scrivere da paura”». Corruzione (pubblicato in Italia nel 2017 da Einaudi, ndt), circa 500 pagine, uscì nel 2017 come la storia del detective deviato Denny Malone e di quello che il New York Times definì «un branco selvaggio di alfa».
Il nuovo lavoro di Winslow, L’ultimo colpo, è invece una raccolta rilegata di sei romanzi brevi. Il racconto conclusivo, Collisione, contiene passaggi di brutale ferocia carceraria mentre riflette su disastri più casuali, quelle che Winslow definisce fin dalle prime righe «collisioni tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo». Abbiamo parlato di una certa distanza contemplativa dalla violenza e dalla frattura morale, uno spostamento percepibile man mano che l’opera di Winslow matura. Dice che uno dei suoi racconti preferiti del libro è The Sunday List, quella che lui chiama «una piccola storia innocua» sui viaggi per rifornirsi di alcol che un ragazzo non troppo diverso dall’autore faceva per i borghesi del Rhode Island intorno al 1970. «C’è redenzione in quella storia», dice.
Nella raccolta ristampata, il tempo agisce come vendicatore e stimolo spirituale. Una madre immersa nei circuiti letali di New Orleans trova un minimo conforto nel sapere che «il mondo è un posto rotto»; le carriere, tanto nel crimine quanto nelle forze dell’ordine, si avvicinano al loro epilogo. Crime 101 – La strada del crimine, il film, nominalmente incentrato sul ladro di gioielli di alto livello Davis (Hemsworth, in un’interpretazione cupa e misurata con precisione), costruisce una credibile alleanza con Berry nel ruolo della complice Sharon, per poi consegnarci alle dinamiche procedurali di un detective ossessivo e quasi a fine corsa, Lou Lubesnik (Ruffalo). Aggiungete il teppista ipercinetico e sociopatico di Keoghan, un Nick Nolte ruvido e minaccioso, e una galleria di personaggi compromessi che richiamano le morality play di molti film degli anni Settanta (con l’intramontabile freddezza di Steve McQueen come riferimento tonale), e la trama resta fedele all’attento studio del libro sulla crisi di mezza età di Lubesnik, quasi alla maniera di Willy Loman.
Corey Hawkins e Mark Ruffalo in ‘Crime 101 – La strada del crimine’. Foto: Merrick Morton/Amazon MGM
Lo scrittore e regista britannico Bart Layton, che aveva raccolto ottimi riscontri con American Animals nel 2018, è salito a bordo per adattare il progetto. Si è unito a Winslow in California per alcune ricognizioni lungo la costa, nei luoghi in cui si svolgono parti della storia, e i due si sono subito trovati sulla stessa lunghezza d’onda. Man mano che le ambientazioni diventavano più urbane — con la Los Angeles scintillante a sostituire le cittadine costiere più meridionali immaginate inizialmente da Winslow — lo scrittore interveniva sui draft della sceneggiatura, commentando e suggerendo. Layton voleva indagare, come dice lui stesso, «la moneta di scambio di Los Angeles: giovinezza, bellezza, ricchezza e status. E quando tutto questo comincia a scadere, che cosa ti resta?».
Dopo l’incontro sulle distese fangose, mentre la marea si ritira, ci spostiamo di qualche isolato verso sud per prendere un caffè in un altro locale abituale di Winslow, poi passeggiamo fino all’appartamento che ha affittato poco distante, dove Jean ci accoglie con il suo sorriso aperto e la chioma di riccioli biondo dorato. Originaria del Nebraska, Winslow l’ha conosciuta mentre studiava all’università statale; lei accettò la sfida di raggiungerlo durante uno dei suoi incarichi ricorrenti come guida di safari fotografici in Kenya. Alla fine di una stagione, ricorda Winslow, «quest’uomo africano sulla settantina, di cui mi sarei fidato della mia vita», andò a prendere Jean a Nairobi e la portò a nord, in un campo lungo un fiume. «E la prima notte che arriva, una mandria di cinque elefantesse madri inferocite attraversa il campo al galoppo. E noi siamo lì, in piedi dentro questa tenda, nel cuore della notte, a un passo dall’essere uccisi. “Benvenuta!” E io ho pensato: “Be’, ecco la relazione”. Lei aveva gli occhi grandi come piatti, mi guarda e dice: “È stato fantastico”».
Winslow lancia uno sguardo verso le piane, dove un airone solitario gli cattura l’attenzione, immobile come una sentinella su un palo, poi aggiunge il pensiero che allora non aveva detto ad alta voce: «Sposami». Più avanti, durante quel viaggio, racconta, trasformò il desiderio in realtà. «Eravamo su un’isola chiamata Lamu, al largo della costa del Kenya, dove non sono ammessi veicoli a motore: ci si muove a piedi, a dorso d’asino o in barca a vela. Così una sera le ho chiesto di sposarmi sulla spiaggia, con una collana di perline che valeva circa cinque dollari. Più o meno quello che valevo io. Per qualche ragione, ha detto di sì».
L’appartamento della coppia è semplice, ma dal balcone si affaccia su un’ampia distesa di oceano bordata di schiuma, che scintilla mentre si estende maestosamente da La Jolla fino a Dana Point. È evidente che sia una vista a lui cara. Winslow racconta che, proprio quella mattina, aveva lavorato un po’ su come descrivere il colore del mare che lo aveva sostenuto al risveglio. Non è ancora pronto a condividerlo, ma c’è una frase che considera un possibile punto di partenza, il seme di una nuova fase di scrittura: «Le città di mare sono più silenziose d’inverno».
Il sorriso di Winslow resta misurato quando gli si fa notare che i suoi lettori sono già pronti a chinarsi su qualunque cosa germoglierà da quel seme. «Voglio leggerla anch’io», dice. «Ma prima devo capire cos’è. Ed è questo il bello, è per questo che amiamo questo lavoro, no? Perché non ho mai avuto paura della pagina bianca».
È anche desideroso di esplorare certi cambiamenti nel suo approccio, aggiunge, socchiudendo gli occhi mentre osserva la linea di risacca illuminata dal sole: «Se guardi i miei lavori più recenti, c’è più redenzione e più perdono. Forse è un processo legato all’età. Ho 72 anni. Non mi sento di averne 72, qualunque cosa significhi. Faccio praticamente tutto quello che facevo prima — certo, i tempi di recupero sono un po’ più lunghi. Ma sono ancora lì fuori, capisci».
«Credo di stare facendo il mio lavoro migliore proprio adesso».
