Alessandro Barbero: «Si possono dire le parolacce in Messico?» | Rolling Stone Italia
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Alessandro Barbero: «Si possono dire le parolacce in Messico?»

Così comincia la lunghissima chiacchierata con il magister, arrivato a Città del Messico per presentare il suo libro. Il Medioevo spiegato a Rolling, la prima fidanzata, la passione per i wargame, la guerra in Ucraina, la storia di famiglia, la vita privata. E molto (molto) altro. Mettetevi comodi

Alessandro Barbero

Foto: Massimo Valicchia/NurPhoto via Getty Images

– Si possono dire le parolacce in Messico?
– In che senso?
– La gente si sconvolge se dico “cazzo”?
– Bah, in generale i messicani sono molto formali, ma credo che in questo contesto lo accetteranno. Farà ridere.
– E come si dice?
– Cazzo si dice verga, e fica si dice coño. Tra l’altro la verga è femminile e el coño è maschile.
– Ah, bene. Certo, certo. Comunque non lo dico io, lo dice il testo medioevale.

Il professor Alessandro Barbero passeggia in mezzo all’enorme spianata dello Zócalo di Città del Messico, una delle piazze più grandi del mondo. Il professore di storia medievale che negli ultimi anni si è trasformato in una celebrità come un cantante o un divo del cinema si prepara per la presentazione alla Fiera del Libro dello Zócalo del suo Benedette guerre, appena pubblicato in spagnolo dal Fondo de Cultura Económica. Gli si avvicina un ragazzo che lo ha notato vicino allo scrittore Paco Ignacio Taibo II, che qui è una celebrità, quindi gli chiede se può farsi un selfie con lui. Il professor Barbero sorride e si presta. Sta per cominciare la presentazione e lui dice di non parlare bene lo spagnolo. Qui non lo conoscono ancora, non è ancora quello che in Italia è da anni: una rockstar.

Poche ore prima il magister è seduto su una poltroncina nel patio dell’Hotel Gillow, in pieno centro a Città del Messico. Magister è il titolo che nel Medioevo avevano i professori universitari e con cui affettuosamente lo chiamano molti dei suoi ammiratori. Il patio è parte del cortile interno di quello che in origine era un convento gesuita, utilizzato come casa per gli esercizi spirituali. Quando glielo racconto sorride. Sorride spesso Alessandro Barbero. Sorride mentre parla.

– Ho proposto quest’intervista a Rolling Stone perché per me sei una rockstar.
(Ride) – Ormai io mi considero tale.

Uno si immagina una rockstar in giacca di pelle e capelli blu, come Jack White, mentre Alessandro Barbero si presenta con un pantalone di lino beige, una giacca leggera azzurra e una camicia a righe. La cravatta non la porta. La sua vita da rockstar è iniziata abbastanza di recente. Ha iniziato a fare tv nel 2007 grazie a Piero Angela.

– Lui faceva uno speciale, io avevo appena fatto un libro su Carlo Magno, ci siamo incontrati appunto per questo, e lui a un certo punto mi dice: ma perché non provi a venire in trasmissione? E ho cominciato ad andare in trasmissione. Per la prima volta in vita mia mi è capitato, in giro, che qualcuno mi fermasse e mi dicesse: “Ma lei… non l’ho vista con Piero Angela?”

Per Barbero la celebrità era un’esperienza del tutto nuova. Benché avesse vinto il Premio Strega nel 1996, nessuno lo aveva mai fermato per strada. Negli ultimi anni è cambiato tutto.

– Internet è un moltiplicatore pazzesco di quello che faccio. Da tre o quattro anni mi capita normalmente che… (sorride) i ragazzi specialmente, ecco, la cosa bellissima è questa, i ragazzi mi fermano per la strada dicendo (il sorriso diventa pian piano una risatina sommessa): “Ho preso 30 all’esame grazie al suo podcast su Carlo Magno!”. E quindi insomma… sono ancora nella fase in cui lo trovo divertentissimo. Mi piace da matti!

Si emoziona, Barbero, mentre parla. La sua espressività è come le onde del mare. Inizia a sorridere, furbo, quando intravede quello che sta per arrivare. Prima gli cominciano a sorridere gli occhi, parla e sorride, ridacchia, come se stesse per fare una marachella. Conosce in anticipo la forza dirompente della sua arguzia. Pian piano aumenta il ritmo del racconto, si emoziona sempre più, e arriva alla rivelazione sorprendente, al climax. E si gode l’effetto che fa. Si gode l’eccitazione dell’ascoltatore, la gusta in anticipo, mentre sta per arrivare al dunque, e la gusta dopo, quando legge negli occhi di chi pende dalle sue labbra la sorpresa, la gioia, l’ilarità. E allora ride anche lui. E poi si fa improvvisamente serio. Si fa solenne. Perché dopo la risata giunge il momento della spiegazione: un tempo della risata, un tempo della serietà. E governa lui i sentimenti del pubblico. Ma non i propri. Che sono invece governati dalla Storia stessa. E dalla sua passione. Quando dovette preparare la prima lezione per un grande pubblico dovette farlo nella Sala Sinopoli, al’Auditorium di Roma. Erano già 15 anni che insegnava all’università, ma stavolta aveva davanti a sé una platea di 1200 persone.

– Ecco. Ti dirò che la strizza quel mattino… Madonna santa! (ride) Ma ha funzionato ed è piaciuto. Poi mi ci sono abituato, mi piace farlo, vedo che si crea un contatto col pubblico, un’empatia.

Molti gli dicono che è perché non ha paura di far vedere la passione che ha dentro. Forse è proprio questa passione, che si nota durante le sue apparizioni sul palcoscenico, che arriva a emozionare il pubblico. Alessandro Barbero è formale, tanto nell’aspetto da accademico come nei modi da gentiluomo piemontese, ma quando inizia a parlare è la performance che si impossessa di lui, come un daimon interiore.

– La passione tutti gli studiosi ce l’hanno dentro, eh. Perché tutti gli studiosi, almeno finché non si stufano, hanno dentro una passione che li brucia, per la materia di cui si occupano.

Però pochi hanno l’istinto di farla venir fuori, di confessarla, di mostrarla agli altri.

– Io evidentemente ho un po’ di esibizionismo, di teatralità, che non avrei mai creduto perché ero un ragazzino chiusissimo, incapace… la prima ragazza l’ho avuta a vent’anni (ride forte, tra l’imbarazzo e l’autoironia della confessione), negato per i contatti pubblici totalmente. E invece mi sono rivelato… a me stesso mi sono rivelato così.

La passione bruciante di Barbero è il Medioevo e la guerra, parola che, come lui stesso spiega in varie lezioni diventate di culto su internet, è una parola di origine longobarda, insieme a zuffa, tregua, faida. E, ovviamente, spranga.

– E perché quest’epoca ti ha affascinato così tanto da dedicarle la tua vita professionale?
– Mah, guarda, tutti quelli che studiano una qualunque cosa la trovano appassionante più di qualunque altra cosa (ride). E spiegare perché a te piace mentre a tutti gli altri non frega niente non ha nessun senso. È come dire: questa donna qui è la mia, adesso vi spiego perché è la migliore di tutte quante. No, lo è per te! E questo vale anche per le passioni accademiche.

Smette di ridere e si fa serio. La mia emozione la comanda lui.

– Poi. Dooopo… uno ci ragiona su. E in effetti mi rendo conto che la cosa che mi piace di più del Medioevo è…

Fa una piccola pausa scenica in cui cerca il mio sguardo. Ti guarda negli occhi perché è con gli occhi che si crea un vincolo. E arriva l’onda.

– … è che è un’epoca non ingessata (pronuncia forte ingessata, sottolinea le parole con la voce, à la Barbero). Il Medioevo uno lo studia parlando con loro, leggendo quello che loro ci hanno lasciato, no? Il Medioevo è l’epoca in cui Dante può scrivere un testo incredibilmente ambizioso, in cui parla di cose teologicamente complicatissime e altissime e al tempo stesso usa parole come “merda”, “puttana”… no? In altre epoche (rallenta, scandisce) non-si-fanno-queste-cose. Nel Medioevo si fanno tranquillamente.

Lo fa anche Alessandro Barbero. Prosegue, sincerandosi di avere tutta la mia attenzione. Sembra che anche il cameriere dell’hotel che finge di spazzare il pavimento a pochi metri da noi sia attento alla conversazione che però si sta svolgendo in italiano. O forse sono già suggestionato.

– È un’epoca poco ipocrita. Non ci si fanno grandi illusioni sulla natura umana e non si sente il bisogno di nasconderla. Non c’è ancora l’abito nero borghese. No, no… (ride) ci si veste colorati, più colorato sono e meglio è. Insomma è un’epoca che ho trovato diversa da altre. Alla radice ci sono alcuni autori medioevali, il cronista Fra Salimbene, che ho scoperto da studente, ecco, e adesso ragiono sul fascino che provo per loro. Allora non ci ragionavo su, però li trovavo bellissimi e son diventato un medievista.

Mi viene in mente una scena di Non ci resta che piangere in cui Benigni e Troisi, nella loro prima uscita in una strada medioevale, si mettono i vestiti alla moda e Troisi cammina con le mani sul “pacco” perché si vergogna. Gli abiti colorati, i cappelli stravaganti. Effettivamente una delle imprese di Alessandro Barbero è quella di demistificare epoche della Storia su cui siamo pieni di pregiudizi. Insisto sul fatto che nel nostro linguaggio quotidiano parliamo del Medioevo come di un’epoca oscura, che mica stiamo nel Medioevo, che queste sono cose che neanche nel Medioevo. Inizio a chiedergli di spiegare ai lettori la differenza tra il Medioevo immaginario e quello reale, ma Barbero anticipa le domande, è già pronto a rispondere, anzi, freme per rispondere.

– Mah, vedi, secondo me non si può abolire del tutto il Medioevo dell’immaginario. Perché il Medioevo dell’immaginario alla gente piace da matti (inizia a comparire lo sguardo picaro). È bellissimo pensare che ci sia stata un’epoca terribile in cui succedevano le cose più spaventooose (ghignando), roghi, pesti, streghe, barbari (sembra quasi che lo dica in longobardo, arrotando le erre, indurendo le gi)… ed è finitooo! (scoppia in una risata) Per gli sceneggiatori e i romanzieri è un bonus formidabile, quindi non ce lo toglieremo mai. Però la gente, in realtà, inconsciamente sa che è un po’ un’invenzione. Cioè, la stessa gente che dice “roba da Medioevo” poi quando gli dicono “guarda che sta bruciando Notre-Dame” gli vengono le lacrime agli occhi. Oh, ecco. Quindi, in realtà c’è un Medioevo che noi apprezziamo… noi non siamo più come gli illuministi che davanti a Notre-Dame dicevano: “Ah, che vecchiume, che orrore, buttiamola giù, facciamo un bel tempio greco con le colonne come la Madeleine”. Noi no. A noi il Medioevo piace molto. Però al tempo stesso è questo luogo dell’immaginario, appunto, popolato da inquisitori terribili, come nella serie ignobile del Nome della rosa che hanno fatto in televisione qualche anno fa. Questo inquisitore cattivissimo, donne nude messe sul rogo, questo non ce lo togliamo. Sarebbe bello se la gente si abituasse all’idea che è un luogo inventato, ecco, immaginario.

Si fa serio di nuovo. Improvvisamente. Ho appena il tempo di riprendermi dalle risate. Cerca di nuovo l’attenzione totale. E la trova. Sono davanti al magister Barbero e sta per spiegare, solo a me, cos’è il Medioevo.

– Il Medioevo vero è stato un’altra cosa. La maggioranza dei nostri antenati son vissuti nel Medioevo. Cristoforo Colombo era un uomo del Medioevo. Gutenberg era un uomo del Medioevo. Ecco! Il Medioevo ha costruito una modernità un po’ per volta. E dall’altra parte, proprio perché ha costruito questa modernità, è colpa loro il mito del Medioevo oscuro. Immagina quando hanno inventato la stampa. Quasi subito han cominciato a dire: certo che prima quei poveretti i libri se li dovevano scrivere a mano! Rabelais nel Gargantua li prende per il culo proprio… dice: “Gargantua tutti i suoi libri se li scriveva a mano come in quei tempi oscuri” (ridendo, poi torna serio). Il Medioevo costruisce un mondo talmente prospero, talmente innovativo, talmente in espansione, che scopre l’America, conquista il mondo… e a quel punto cominciano a dire: noi siamo ganzi ma fino a poco tempo fa era un disastro… e creano questa cosa che poi rimane e piace da matti.

L’analisi dell’immaginario e la ricostruzione storica sono parte di una ricerca della verità?, chiedo io, e su “verità” abbasso la voce, come se fosse una brutta parola.

– Ma la verità esiste! (lo dice con fare complice) Non bisogna aver paura. Naturalmente la verità è diversa a seconda che ne parli un fisico o uno storico. Per quanto riguarda lo storico, quando si dice la verità ragazzi esiste, stiamo parlando dei fatti, che sono solo un livello della realtà, chiaramente. Però a livello dei fatti la verità esiste. Se gli storici del futuro fra mille anni diranno mah, no, non ci sono prove sufficienti, non credo che sia possibile… (inizia a sorridere) a me risulta che Alessandro Barbero ha fatto lezione all’università a Vercelli martedì 3 ottobre, l’ha fatta di nuovo martedì 10 ottobre, io non credo che sia andato a Città del Messico, come sostiene la leggenda, e che il grande Mastrogiovanni l’abbia intervistato all’Hotel Gillow, non è vero. No no no. Ecco, quello storico lì avrà torto marcio. È verisssssimo che io sono qua e che mi stai intervistando (ride). E questo livello del reale esiste. E si può provare ad accertarlo, e non è sempre facile, chiaramente. Invece, naturalmente, il perché ho accettato di venire, perché mi hanno invitato, cosa pensi tu di me, tutte queste cose… la verità è più complicata perché io stesso non posso sapere bene perché ho voluto fare una cosa… posso ricordarmelo in futuro diversamente, quindi la verità in quell’ambito lì non è così chiaro che esista, ecco. È un concetto molto più sfumato, più vago.

Ecco che entra in gioco la memoria. E come insegnava Marc Bloch sulle testimonianze, della gente che c’era non c’è da fidarsi poi tanto. Così chiedo al magister se ricorda come si immaginava da ragazzino. Allora attinge alla sua memoria. E racconta.

– Mah, io non son mai stato uno che si immagina molto. Son sempre stato uno che vive nel presente, che non si fa aspettative. Però pensavo che avrei fatto lo storico e che questo volesse dire scrivere dei libri.
– Hai realizzato il tuo sogno di bambino?
– Sì sì sì. Da ragazzino pensavo questo. Assolutamente, sì.
– Da quando?
– Da quando ho imparato a leggere, praticamente. Sì sì sì. Perché io ho imparato a leggere ancor prima di andare a scuola, a cinque o sei anni. Per casa girava quella rivista molto ben fatta allora che si chiamava Storia illustrata, antesignana delle attuali riviste tipo Archeo.

Siamo negli anni ’60. Sua nonna, vedova di un marito fascista fucilato dai partigiani, era abbonata. Era la storia militare che gli piaceva, ricorda. Ma è proprio nei dettagli che ci si sbaglia di più (diceva Marc Bloch).

– Io giocavo ai soldatini, fabbricavo modellini e leggevo articoli sulla battaglia delle Ardenne, o sulla battaglia di Austerlitz. E mi ricordo perfettamente me stesso, a otto o dieci anni, che copiavo pezzi da questi articoli, convinto che stavo scrivendo anch’io un libro di Storia (ride). E non ho mai smesso di fare quello.
– Di giocare ai soldatini?
– Be’, i soldatini… gioco ai wargame, battaglie storiche ricostruite. Tu compri una scatola e dentro c’è la battaglia di Waterloo, le pedine, tutto quanto. A quello gioco regolarmente. Sono anche socio di un’associazione a Torino di matti che giocano coi soldatini, proprio. Però son socio così… ci vado una volta all’anno, non c’ho tempo.

Però la Storia militare continua ad appassionarlo. E ricorda che da bambino era un tutt’uno con il gioco.

– La storia era quello per me. Mi piaceva da matti e credevo che me ne sarei occupato per tutta la vita. E infatti continuo a fare la stessa cosa, perché se trovi una bella fonte, ne prendi un pezzetto e lo ficchi nel tuo libro, stai facendo il tuo mestiere (ride complice). Ecco. Io trovo delle cose che mi piacciono da matti e le monto. Poi è chiaro, ci aggiungi interpretazioni, ragionamenti, però il succo del lavoro è quello: leggere, leggere, leggere fonti, trovare quelle che ti dicono qualcosa, collegarle.

E io me lo immagino chiuso in casa che apre la scatola e tira fuori la battaglia di Waterloo, e non invita gli amici e non va al cinema e non esce, per immedesimarsi in un soldato di Napoleone. E grida, e corre, e fa le voci dei personaggi. Come ho visto fare mille volte a mio figlio coi suoi Playmobil. Come abbiamo fatto tutti. E non ha mai smesso di fare quello. Ecco.

– In molte tue lezioni appare il tema del rapporto tra la memoria e la Storia. Se non ho interpretato male quello che tu sostieni, non c’è possibilità di una memoria condivisa.
– La memoria è una cosa inevitabile ma pericolosa, se ci si ferma a quella. Perché la memoria ti dice la tua verità. Nei Paesi spaccati, come è stata spaccata l’Italia in momenti cruciali, è chiaro che ognuno ha la sua, di memoria. Ora, questa memoria non è che sia falsa. Semplicemente riflette una verità parziale.

Fa una pausa. Comincio a sentire il ritmo delle sue pause, il cavo dell’onda. Ma capire non significa essere in grado di resistere all’onda della narrazione.

– Questo ti spinge a ignorare il fatto che la verità di altri è diversa, ecco. Invece la memoria, per carità, è una cosa a cui gli esseri umani tengono, serve a configurarci e quindi è importante. La scommessa difficilissima è di far coesistere memoria e Storia. Io so che mio nonno l’hanno ammazzato i partigiani, ed è una storia vera, io ho avuto due nonni fascisti, di cui uno fucilato dai partigiani. Nel ’44 sono andati a prenderlo a casa e l’hanno fucilato, vicino a Torino. Mia zia ne ha dedotto che i partigiani erano dei bastardi criminali e ha passato tutta la vita a pensare che i partigiani fossero degli schifosi criminali assassini. Se uno riesce a dire: a noi è capitato questo, però se guardo le cose con gli occhi di tutti gli altri, le cose sono un po’ diverse, sarebbe l’ideale. Sarebbe un uso della Storia che non è più divisivo e che consente di salvaguardare la dimensione di memorie, di identità di tutti, condividendo qualcosa di più. Non è impossibile, secondo me.

Non importa se il suo pubblico è composto da migliaia di persone o da uno solo. Il suo corpo da accademico serio è attraversato dal ritmo della narrazione. La performance prevale sul corpo. Forse è per questo che è così emozionante assistere allo show e farsi trasportare.

– Una delle cose fondamentali per fare questo mestiere è che quando qualcuno ti racconta qualcosa tu devi chiederti: primo, tu come fai a saperlo? E secondo, che interesse hai a sostenere questo? Ma non viene affatto naturale all’essere umano porsi queste domande. Quando una cosa quadra con i tuoi pregiudizi, ci credi. L’atteggiamento naturale dell’essere umano, quando gli dicono “sai che son sbarcati i marziani a Roswell?” è di dire “ma davverooooo?”. E invece la Storia insegna che non possiamo sapere tutto. Ti insegna a chiederti, quando vien detto qualcosa: come fai tu a saperlo? E poi a ragionare sui motivi che ti spingono a dirmelo.

Ore prima, in auto, Paco Ignacio Taibo II aveva chiesto a Barbero cosa gli piacesse leggere. E lui aveva risposto scherzando che non legge molto. A me invece risponde diversamente.

– Leggo fonti. Sul comodino ho una vecchia edizione di viaggiatori italiani del ‘600, ecco, leggere roba del passato mi diverte moltissimo.

Poi libri di Storia militare, che sente come un bisogno.

– Se è un po’ di tempo che non leggo un libro di Storia militare, me ne compro uno e leggo quello. Ogni tanto un romanzo, se ne esce uno di cui si parla molto, ma raramente perché non mi piacciono molto i romanzi.
Si ferma a pensare.
– Cose russe volentieri.
– Cose russe?
– Cose russe, sì. Sia di saggistica sia di narrativa. Sono il tipo di cose che se le vedo le prendo, ecco.

Visto che è una cosa russa e potrebbe entrare nella categoria di storia militare, chiedo:
– La guerra in Ucraina, che tipo di guerra è?
– Guarda, mi sono reso conto di un problema del mio mestiere di storico: ti rende più difficile essere in sintonia con le emozioni collettive. Perché le emozioni collettive sono dettate da un’assenza di profondità storica. E quindi chi vive nel presente dice: cazzo, sta succedendo questa cosa! È terribile! Lo storico inevitabilmente dice: ma ragazzi, son sempre successe queste cose (con vocetta da chioccia)! E nessuno va in giro dicendo “quel macellaio di Giulio Cesare”, “quel criminale assassino di Alessandro Magno”. Però mi rendo conto che dire una cosa così, a freddo, è una cosa un po’ scioccante e anche un po’ stupida, perché le emozioni che la gente prova sono importanti. È come essere un po’ mutilati non riuscire a provarle, queste emozioni.

Stiamo camminando su un campo minato, è un tema di attualità su cui preferisce non soffermarsi troppo. Ma insiste sul mestiere dello storico.

– Lo storico dice: credevate che fossero finite le guerre? No! Vi do una notizia, non son finite! E l’altra notizia è che se due Paesi che si odiano, se hanno dei grossissimi problemi reciproci, e a un certo punto uno dei due decide di fare la guerra all’altro, è una cosa che è sempre successa. Fa parte della normalità della Storia umana. Non vi piace? Va bene. È stato bello quando credevamo che le guerre fossero finite per sempre e siccome non guardavamo gli altri continenti ci dicevamo “viviamo in un’epoca di pace”. Comodo. Poi… (torna serio) poi nei conflitti del tuo presente tu prendi parte. Se sei aggredito ti difendi, se invece pensi che quell’altro sia un bastardo e lo vuoi invadere, lo invadi. Prendi parte, il tuo Paese è il tuo Paese, benissimo. Se il mio Paese fosse invaso, io non direi: ah ma tanto son sempre successe queste cose. Ci starei malissimo. Non è che non lo capisco questo.
– Si parla della prossimità dell’Ucraina, ma della prossimità della Jugoslavia non ce ne fregava poi molto.
– È una cosa terrificante. La versione più terrificante è: “ma questi sono come noi”. Detto anche da bravissime persone, eh: questi sono come noi. Perché li hai visti al Tg che vivono nei condomini. Perché, quelli di Baghdad non vivevano nei condomini? Non scendevano poi a aprire il negozio? Certo che sì! Non prendono la macchina per andare in ufficio? Invece questi (sottolinea tutto) sono-come-noi. Il che, se anche fosse vero, sarebbe abietto: preoccuparti per loro perché sono come noi perché gli altri sono diversi.

Le “cose russe” lo appassionano. Inizia una lunga conversazione fitta, informale, animata, ma si sa che al magister non piace parlare pubblicamente di attualità ma di Storia, campo in cui si sente più a suo agio. Quindi chiosa in questo modo.

– Un Paese confina con un altro, e in quest’altro Paese, nelle province di frontiera, c’è gente dei nostri, che parla la nostra lingua, che è della nostra nazionalità, però che vive oppressa in quell’altro Paese. Sai che c’è? Un bel giorno li invado, per liberarli. Di cosa sto parlando? Chiaramente del 24 maggio del 1915! (sorpresa, sconcerto, effetti previsti dal magister) Eh, certo! Noi l’abbiamo fatto. Siamo dei criminali? E tuttora ce lo teniamo quel pezzo, bello stretto.

Il concerto sta per finire, è il momento del bis. Voglio strappare qualcosa di intimo.

– E nella quotidianità? A parte fare la rockstar, una volta sceso dal palco, che fai?
Ride forte, mi sembra di notare che arrossisce un po’. O forse è la luce, o la mia immaginazione.
– Io vivo nel modo più norrrmale possibile. A me piace starmene a casa mia, con mia moglie, in città o in campagna, abbiamo una casetta in campagna, andiamo tutti i fine settimana. Starcene tranquilli, non uscire, non far niente. Non andiamo mai al cinema, non andiamo mai da nessuna parte, non vediamo nessuno. Pochisssssimi amici, molto di rado.
Ora rido io molto e mi sento quasi in imbarazzo per volermi intromettere nella vita privata del magister.
– Normalissima, ’sta vita! Di clausura!
– (Ride forte) A me sembra normale! Ci facciamo i cazzi nostri! Stiamo benissimo! E basta. Quindi io vivo questa vita un po’ schizofrenica nel senso che, appunto, cerco di salvaguardare nell’agenda ampi spazi in cui sto con mia moglie e stiamo tranquilli noi due (con un sorriso compassionevole). So che tu stai cercando di farmi dire qualcosa di più interessante disperatamente.
– Be’, io devo fare il mio lavoro!

Si avvicina l’ora di pranzo e ho promesso al professore di portarlo in un luogo iconico di Città del Messico, il bar La Ópera, storica cantina in cui erano soliti pranzare presidenti, personaggi dello spettacolo e premi Nobel come Octavio Paz o Gabriel García Márquez. Ho deciso di portarlo qui anche perché la leggenda narra che durante la Revolución irruppe a cavallo il generale Pancho Villa, che per sottolineare il suo potere tirò fuori la colt e sparò un colpo in aria. Entrando nel bar in stile Belle Époque faccio notare al professor Barbero il foro di proiettile sul soffitto, una delle attrazioni del locale. La sua risposta è un mormorio che mi sembra di interpretare come un “bisognerebbe vedere la fonte…”

Durante il pranzo, come è d’abitudine in questo posto, arrivano tre mariachi con i loro strumenti: chitarra, guitarrón mexicano e marimba. Come accade spesso nei ristoranti tipici, ci chiedono se vogliamo ascoltare qualche canzone. Spiego a Barbero come funziona, brevemente. Lui mi guarda alzando le sopracciglia e sorridendo: sembra che l’esibizione dei musicisti rompa una regola non scritta che gli provoca un certo imbarazzo. La risposta arriva secca.
– No. Grazie.
I musicisti se ne vanno a un altro tavolo. Lui mi sussurra qualcosa.
– A Torino questo sarebbe inaccettabile.
Poi beve un sorso di mezcal in attesa del piatto forte. I musicisti, approdati a un tavolo vicino, iniziano a intonare la Bikina, pezzo classico della musica ranchera. Barbero li guarda e commenta, ironico.
– Ecco. Suonano lo stesso per noi ma senza che si debba pagare.
Divertito, gli racconto di una serata che ho passato l’anno scorso nella trattoria Valenza, nella sua Torino. Durante la cena il proprietario e vari commensali cominciarono a suonare e cantare, coinvolgendo quasi tutti i clienti. La sua faccia dice: sarà, ma a me non risulta.
– Alla fine della cena ci hanno servito caffè con una scorza di limone.
Fa una faccia schifata.
– Pensavo fosse una cosa tipica di Torino.
– Ovviamente no.

Mentre torniamo a piedi verso lo Zócalo ci fermiamo a vedere la vetrina di un negozio di guayaberas. Mi chiede in che occasione si indossino. Gli spiego che sono le camicie tipiche, bianche o colorate, che si usano in Messico, Caraibi e Centroamerica come capo d’abbigliamento elegante ma che sostituisce giacca e cravatta in climi torridi. Lui la cravatta non ama indossarla, ma la trova un accessorio che permette un guizzo di colore e fantasia nella moda maschile formale. Lo immagino vestito con abiti medioevali colorati, con un cappello bislacco, come Troisi e Benigni.

Il pubblico di Città del Messico è di circa 300 persone. Molti gli italiani che vivono qui felici di vedere di persona il professore che da anni seguono attraverso uno schermo. Lo osservo non visto mentre passeggia per lo Zócalo. A momenti il suo sguardo sembra intristirsi, diventa serio, come se lo stancasse la performance di essere sempre cordiale, di essere sempre adeguato, gentile, disponibile. Passa rapidamente dall’eccitazione a uno sguardo severo e quasi triste, che dura una frazione di secondo. È come se soffrisse il ruolo di celebrità. In breve è di nuovo pronto per l’esibizione in spagnolo.

Poco prima della presentazione lo avvicino e gli sottopongo il mio piano. Per stuzzicare il pubblico messicano verso la fine della presentazione vorrei che raccontasse un paio di storie tratte dal suo libro La voglia dei cazzi e altri fabliaux medioevali. Alza lo sguardo e mi fissa con un ghigno beffardo.
– Io però non parlo bene lo spagnolo. Io fingo di parlare spagnolo.

E finge così bene che lo parla quasi perfettamente.

– Se ti serve aiuto con la traduzione, ci sono io.
– Ma si possono dire le parolacce in Messico?
– In che senso?
– La gente si sconvolge se dico “cazzo”?
– Bah, in generale i messicani sono molto formali, ma credo che in questo contesto lo accetteranno. Farà ridere.
– E come si dice?
– Cazzo si dice verga, e fica si dice coño. Tra l’altro la verga è femminile e el coño è maschile.
– Ah, bene. Certo, certo. Comunque non lo dico io, lo dice il testo medioevale.

Si accendono le luci. Sul palco la rockstar. Che lo spettacolo abbia inizio.

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