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In ‘Ali’, Enrico Dal Buono ci insegna che saper volare non serve a niente

Nel nuovo romanzo dello scrittore ferrarese c'è tutto: un cattivo tridimensionale ai confini del Grande Inquisitore dostoevskiano, comunisti che diventano alvearisti e quel senso del ridicolo che si matura solo in provincia. Lo ha intervistato per noi il Premio Calvino Pier Franco Brandimarte

È appena terminata la prima presentazione milanese di Ali, il terzo romanzo di Enrico Dal Buono uscito per La Nave di Teseo. Blocco l’autore nell’angolo tra una tavolata festosa e un androne di via Laghetto. Prima di concedergli la libertà va investito coi quesiti. La serata è mite, di un bel settembre, cieli solforosi che nascondono fantasie. Quella di Enrico Dal Buono la si vede anche da fuori, diffusa nel vestito che assomiglia a una voliera, in tema col libro; stormi di fenicotteri attraversano la stoffa lucida, e poi anatre e tucani annidati tra calzetti e underwear, che mostra a richiesta. Accendo il registratore invisibile e comincio.

‘Ali’, il nuovo romanzo di Enrico Dal Buono, La Nave di Teseo, 2022

Enrico, in Ali la gente vola, ha le ali e ce le ha avute da sempre, per scientifica evoluzione. Ti chiedo, com’è che questi esseri alati, con tutto l’angelico e l’elevato che mettiamo nella possibilità del volo e nell’ala, siano altrettanto coglioni, deficienti, subdoli, teneri, fanatici, assassini, disperati, perversi, amorevoli etc, etc, che noi umani? Com’è che si realizza questa vicinanza straniante, saper volare non serve a niente?
Ho immaginato che l’evoluzione avesse esaudito il desiderio per antonomasia dell’essere umano: volare. Ma scrivendo la storia mi sono reso conto che lo stereotipo del volo, come attributo etereo, degli angeli, per intenderci, andava inevitabilmente ribaltandosi. In un ambiente rarefatto, tridimensionale e immenso, in cui il potere inibente della sorveglianza reciproca tra individui si indeboliva, gli umani potevano essere liberi di essere se stessi. E, come dico nel libro “non ci sono confini in noi stessi”. Le pulsioni più terribili, gli aspetti più patetici e ridicoli delle nostre personalità, in volo possono sfogarsi in un purezza. A maggior ragione se, come nel romanzo, esiste una zona franca, al di sopra dei mille metri di quota, dove lo Stato non può esercitare alcuna forma di controllo e dove internet e i social network e il conseguente tracciamento dei dati non funzionano.

A dimostrare la gigantesca umanità che si ritrova in questo mondo parallelo – amplificata e meglio visibile per il dettaglio fantastico – leggiamo un’avventura che ruota attorno a una battaglia tra chi le ali vuole tenersele e chi invece ne farebbe a meno. E io, facendo finta di non aver letto il libro e che i poteri della grande persuasione mi siano ignoti, potrei chiederti: com’è possibile arrivare a farsi amputare via un pezzo, e un pezzo del genere?
Le ali che ho immaginato sono ingombranti e difficilmente controllabili, tanto che in questa contemporaneità parallela vengono ormai considerate un retaggio barbarico, adatto a una dimensione pre-civile. La civiltà è qui a livello del suolo, dove gli individui sono obbligati dalla vergogna, dalla leggi, dalle convenzioni a porre un freno alla loro volontà bruta. La paura, la razionalità, il bisogno di certezza e di punti fermi – forze altrettanto potenti e giustificate di quelle che spingono gli umani a volare – convincono sempre più persone a rinunciare al volo. Ormai, in questo mondo, volano solo i corrieri di Amazon, detti flyer. E questa tendenza, questa moda, ha fatto sì che venissero costruite, e inaugurate nel tempo della storia, delle cliniche di super lusso, i Gravity Resort, in cui la gente si fa tagliare le ali. E sgomita, per farsele tagliare, tanto che le prime operazione sono strategicamente riservate soltanto a vip e influencer, personaggi insomma capaci di condizionare le scelte delle folle.

In Ali cielo e terra acquistano connotati culturali imprevisti, potresti dircene qualcosa?
Credo, come alcuni filosofi, che il mondo sia principalmente un fatto linguistico. Per creare un nuovo mondo tu devi creare una nuova lingua, un nuovo modo di esprimersi. La razza umana di Ali ha un modo di vedere le cose per certi versi simile a quella degli uccelli e degli altri volatili. Qui la gente non si siede ma si appollaia. Non urla ma stride: L’urlo di Munch diventa infatti Lo strido di Munch. Non dicono cacca ma guano. Scrivono tutto attaccato altocielo (la porzione di cielo superiore ai mille metri di quota) proprio come noi scriviamo tutto attaccato sottoterra. Qui la gente bestemmia dicendo “Dio avvoltoio” e ripete espressioni idiomatiche del tipo “falso come un arcobaleno” o “testardo come un piccione”. I comunisti diventano alvearisti e Yellow Submarine dei Beatles diventa Yellow Zeppelin.

Alcuni personaggi del libro temono il cielo, altri trovano nel volo la felicità. Penso, ad esempio, a Eugenio Fallati e Celeste Possamai, la coppia “ribelle”. Ciascuno di loro si ritrova stretto in una contesa per la propria identità. Ciascuno di loro, come succede di fronte alle scelte decisive della vita o nei momenti drastici, prova a capire chi è, cosa vuole, com’è fatto. Allora si oscilla, appunto, tra questi due estremi: il vuoto che fa paura e il vuoto che concede la libertà. Sei d’accordo? Quante sfumature di vuoto contiene il tuo romanzo?
Sì che sono d’accordo. L’esperienza del vuoto è ciò che, nel mondo che chiamiamo pomposamente – e credo erroneamente – realtà così come in questa mia finzione romanzesca, ci contraddistingue come specie. Certo, i miei personaggi ne hanno un’esperienza più intensa e, va da sé, epidermica. Celeste, per esempio, ha deciso di farsi amputare le ali per guarire dagli attacchi di panico di cui soffre in volo. Il vuoto forse è una condizione di assoluta potenzialità: tutto è possibile. Una consapevolezza entusiasmante e tremenda, direi tragica. Ogni cosa potrebbe cambiare da un momento all’altro, per esempio tu potresti morire, impazzire, lo stesso potrebbe capitare a tua sorella, a tuo padre. Ti rendi conto di non essere altro che un moscerino in balia dell’eternità e del caso.

Parliamo dell’antagonista, Falco Tremamondo. Nel libro si definisce “Sacerdote dell’identità”, “Messaggero del buio”, “Detective dell’anima” e ti ho sentito definirlo un finanziere con le aspirazioni di un santo, o qualcosa del genere, e insomma si tratta di immaginarsi un potere economico enorme al servizio non dell’accumulo, come sarebbe sua spontanea tendenza, ma di un ideale. Sembra bello e fa paura. È indubbio che la sua dote saliente è quella della manipolazione. Puoi dire qualcosa su questo “cattivo” molto contemporaneo?
Da tempo avevo l’ambizione di costruire un grande cattivo. Non so, un Innominato di Manzoni o un Grande Inquisitore dostoevskiano. E così è nato Falco Tremamondo. A proposito della manipolazione, lui la ritiene l’azione umana più divina che ci sia, e la definisce così: “scrivere i gesti degli uomini prima che vengano compiuti”. Proprio perché ha in odio il vuoto, il caso, quell’assoluta potenzialità di cui parlavamo, si è messo in testa di salvare gli umani da loro stessi, e per farlo vuole privarli della tentazione del volo, vuole intrappolarli in identità ben definite, ermetiche. Crede che le persone abbiano bisogno di abitudini ferree, e soprattutto di dipendenze, per non naufragare nel vuoto del cielo. Vuole insomma rendere il futuro prevedibile e leggibile quanto il passato, costi quel che costi. E probabilmente ha tutte le regioni del mondo. In lui il confine tra mostruosità e santità è molto, molto sottile. Ogni lettore, spero, si formerà il proprio giudizio. Spero che alcuni arrivino a considerare Falco davvero un salvatore.

I complotti, i depistaggi, le agitazioni di massa, le inchieste e i misteri non sono avulsi dalla storia, c’è uno dei personaggi, il giornalista Slavci, che si sente incaricato di sventare un Piano malvagio di ampiezza planetaria. È il personaggio che si avvicina di più all’eroe, e anche al pazzo: una prossimità che dice molto sul ruolo dei “buoni”. Che ne pensi?
È proprio così. Slav, come si fa chiamare, da un certo punto di vista è un puro. Ma anche lui ha bisogno di contrastare il vuoto imponendo un senso al caso. Pretende che nulla accada senza un motivo, che ogni avvenimento sia collegato agli altri da un disegno razionale. E, anche se questo disegno è malvagio, questa fede dà a Slav un enorme sollievo: per quanto terribile, almeno le cose hanno un senso. Molto spesso, data questa prospettiva paranoica, le sue deduzioni sono sbagliate. Eppure alla fine, forse, ha capito sul serio qualcosa che nessun altro aveva capito…Di certo è capace di slanci di assoluto altruismo, è capace di ricredersi, è capace di sacrificio.

In questo libro, come negli altri tuoi, non manca la presenza del divino, è qualcosa che si deposita nei personaggi, che li muove e che li assilla. Ora, saranno affari tuoi i rapporti che hai col divino, ma pensi che questo aspetto occupi ancora una rilevanza nella comprensione del nostro presente, soprattutto quello occidentale ateo e tecnicistico?
Credo che più un ateismo si dimostra sicuro e irridente più dimostra di non essere altro che una scaramanzia metafisica. Dio sono tre lettere per dire molte cose. Se vuoi, per intenderci, è un sinonimo di senso, di un significato che vada al di là del soddisfacimento dei bisogni primari, della caducità della nostra esperienza quotidiana. Ecco, io credo che un essere umano non possa sopravvivere nemmeno un secondo senza questa costante, sofferta, tragicomica, fallimentare ricerca. È più probabile che esistano i lupi mannari piuttosto che gli atei.

Ti sto facendo domande abbastanza roboanti ma non è colpa mia se il sostrato dei tuoi intrecci contiene sempre dei fronti radicali, ma ho anche curiosità meno fitte, per esempio, quante calorie si consumano facendo sesso mentre si vola?
Nel sesso a terra si bruciano in media tra le 3 e le 4 chilocalorie al minuto. Nel sesso in cielo, secondo le ultime ricerche di un’università svedese, le persone ne bruciano in media tra le 8 e le 9. Per questo le prostitute, che lavorano sopra i mille metri, sono tutte molto magre.

Sotto il cielo privo di sovranità territoriale e di legge, c’è, per gran parte del romanzo, la città di Milano, non è la prima volta che ci ambienti una storia, a parte il fatto che ci vivi, che caratteristiche ha questa città e perché la trovi particolarmente adatta alle tue storie?
La verità è che la maggior parte delle prospettive che ho in testa, dei punti di vista, degli scenari, dei tipi umani, vengono inevitabilmente dall’esperienza quotidiana, e ormai vivo a Milano da tanti anni. Ciò detto, a Milano girano più soldi che nelle altre città italiane, e qui la gente è particolarmente ambiziosa: almeno da Balzac in poi soldi e ambizioni sono i più fertili concimi per le buone storie.

A un certo punto agli scrittori bisogna chiedere quali siano i loro modelli: tu dove hai attinto per costruire questa storia e per definirne lo stile?
Per quanto riguarda il montaggio ho cercato di imparare la lezione delle serie tv americane. Sequenze brevi, climax, capitoli che si concludono con i così detti cliffhanger, e cioè con una situazione che tu vuoi sapere come va finire ma l’autore, un vero bastardo, interrompe l’episodio sul più bello e così tu rimani lì appeso. Insomma, almeno questa è l’aspirazione. Per quanto riguarda la lingua…le influenze e i modelli sono talmente tanti che non saprei da dove cominciare. Per farla breve, posso dire che nella mia testa c’è un misto di realismo magico alla russa (la definizione è scorretta ma serve per intendersi), vedi Gogol’ e Bulgakov, e postmodernismo americano, il tutto corretto da una smitizzante dose di commedia all’italiana, di quel senso del ridicolo che si matura solo in provincia. Cioè, se mi scappa l’epica, poi per non vergognarmi di me stesso devo far partire una pernacchia.