In un barattolo, servito al tavolo scomposto e accompagnato dal caffè custodito da una piccola moka ancora calda, con i wafer o i KitKat, al matcha. Il tiramisù è uno strano caso culinario che ha superato in pochi anni l’invenzione della tradizione per diventare prima un dolce nazionalpopolare e poi un prodotto internazionale, al tempo stesso piuttosto morbido alle contaminazioni delle culture straniere e simbolo di un’italianità stereotipata che va d’accordissimo, anche, con l’overtourism.
Ogni comitiva ha un amico che durante compleanni e feste comandate chiede di spostare le birre in frigo per fare spazio al suo tiramisù custodito in uno scrigno di alluminio. Le famiglie tramandano le loro ricette con piccolissimi accorgimenti e variazioni impercettibili, presentate come folgoranti intuizioni della nonna di turno. Non manca mai tra la selezione di dolci del menu, comodo tanto vicino alle zuppe inglesi dell’ancien régime quanto a suo agio appresso a qualsiasi cosa abbia sopra una spolverata di sale maldon. L’Italian sounding quasi onomatopeico l’ha reso un caposaldo della nuova cucina italo-americana – già negli anni Ottanta il New York Times ne sanciva il successo – ed è diventato famoso in Giappone durante il boom itameshi, trasformandosi una pietanza senza limiti o confini.
Ma se la paternità del tiramisù è ancora oggi combattuta, contesa tra il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia (ripassavamo la vicenda qui), per trovare il tiramisù “contemporaneo” bisogna cambiare le coordinate, spostarsi dal Nord Italia a Roma e puntare in via Alba Longa, una delle strade che si aprono a raggiera da Piazza (dei) Re di Roma. Qui nel 1960 Giuliano Pompi apre una latteria-gelateria, e quando la moda del tiramisù inizia a imperversare nei ristoranti e nelle case italiane, decide di inserire il dessert tra la sua offerta di dolci. In quel momento forse Giuliano non l’ha ancora messo a fuoco, ma il suo cognome, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, diventerà in Italia e all’estero sinonimo di “tiramisù”, spostando la puntina della mappa di questo thriller psicologico sulla Capitale.
Nel 1997 infatti, alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani degli eredi che fanno diventare la fu latteria un brand internazionale che sforna migliaia e migliaia di vaschette di tiramisù al giorno. L’intuizione è nella riproducibilità della monoporzione e nell’ampliamento della gamma: fragola e pistacchio sono i primi gusti innestati, già instagrammabili ancor prima di Instagram. Arriva anche l’auto-incoronazione, nel logo: Pompi, virgola, Il Regno del Tiramisù. Poi l’apertura, oltre che in diverse città italiane e all’estero, anche nel centro di Roma, a Piazza di Spagna, dove il punto vendita viene preso d’assalto dai turisti stranieri che non vedono l’ora di mangiare un pezzetto di Dolce Vita.
Grazie all’esplosione di Pompi, Roma è diventata la capitale internazionale dei tiramisù, con buona pace di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ma anche dell’amico che prepara sempre il suo o di quello che eravamo abituati a mangiare a casa dei vostri genitori, negli anni Novanta, dopo un compleanno.
Gli stessi turisti stranieri che sorseggiano il limoncello spritz e affittano le vespe vintage vanno pazzi per i tiramisù take-away, e tra le vie del centro si sono moltiplicate le attività che ne propongono versioni iper-cremose. C’è chi lo serve in delle coppette trasparenti che ai più maliziosi potrebbero ricordare delle tazze di cappuccino, e chi ne propone 100 versioni differenti, letteralmente: melograno, macadamia e passion fruit; Bounty o Ferrero Rocher; limoncello, cioccolato bianco e limone.
Questi nuovi tiramisurari sono dei piccoli negozietti stretti e profondi, con lunghe file di persone in attesa che come delle bisce si disarticolano dalla vetrina con scritti i gusti del giorno, lungo i marciapiedi, e tratteggiano forme a S tra le auto in sosta, i taxi e gli NCC in doppia fila. Sono spuntati all’improvviso, come quella strana moda delle patatine fritte nel cuoppo. Ma se Amsterdam Chips e Queen’s Chip parlavano a un pubblico di adolescenti locali abituati a bighellonare nei quartieri residenziali, il target dei Tiramisù Take-Away è molto diverso: turisti stranieri che inquadrano con lo smartphone la vaschetta-bicchierino, sfruttando un qualche scorcio del centro di Roma come sfondo, per un carosello POV: Things I ate in Italy.
Un prodotto di città – ancor prima che gastronomico – costruito per essere di facile lettura – e di consumo – per i turisti che spesso pernottano solo per qualche giorno: poco più di due notti di media a Roma secondo i dati forniti a gennaio 2026 dall’EBTL (Ente Bilaterale del Turismo del Lazio). Un dato che si riscontra in tante altre città turistiche, condizionati anche dai viaggi per lavoro o dal turismo interno, ma comunque un’evidenza. Letteralmente un’esperienza mordi e fuggi.
Non è un caso se da qualche anno, soprattutto in Italia, si parla molto di foodification, quel fenomeno per il quale le attività di quartiere vengono sostituiti da bistrot, bar à vin, enoteche naturali con piccola cucina, bakery minimaliste dal design nordeuropeo, listening bar à la page. D’altronde l’aumento della vendita di prodotti negli e-commerce continua a crescere anno dopo anno, anche dopo il boom provocato dal lockdown della pandemia di Covid-19, il quale non è stato un plateau, ma un trampolino. In questo scenario, chi mai dovrebbe aprire un negozio? Per vendere cosa? Non c’è da meravigliarsi che chi voglia intraprendere un’attività commerciale si ritrovi con l’affrontare l’estenuante sfida dell’HORECA.
E quando questo fenomeno si intreccia con la volontà, istituzionale o meno, programmata o meno, di mettere al centro della narrazione condivisa di una città la sua tradizione enogastronomica, si crea un cortocircuito carpiato. Bologna e Napoli ne sono gli esempi più lampanti. La prima è diventata un caso mediatico internazionale con un articolo pubblicato sul New York Times nell’agosto 2024, How My Beloved Bologna Turned Into a Tourist Inferno. La giornalista bolognese di base a Hong Kong, Maria Sala, sembrava aver aperto un vaso di Pandora sulla trasformazione della città da “La Dotta, la Rossa, la Grassa”, a solo La Grassa. Una città in cui le insegne storiche, le botteghe e i centri di cultura e aggregazione si erano poco a poco trasformati in un susseguirsi di mangiatorie in cui “degustare” mortadella e re-invenzioni tradizionali come i tortellini fritti street-food, prodotti gastronomici che sembrano pensati per saziare più l’algoritmo di Instagram e TikTok che i palati. Un discorso simile può valere per Napoli: una grandiosa rinascita, spinta da una nuovo rinascimento musicale, cinematografico e sportivo, soffocato da pizze, pizze fritte e frittatine e dall’airbnbizzazione dei quartieri popolari del centro. Anche in questo fu la stampa internazionale a gettare la secchiata d’acqua gelida, con un pezzo di Le Monde dell’estate 2023. Solo l’anno scorso, ancora il New York Times, in un articolo dal titolo The Spritzes and Carbonaras that Ate Italy, metteva in luce come il turismo avesse trasformato le strade del Bel Paese in «monochromatic eating zones».
Ma c’è di più. La domanda e l’offerta turistica si stanno incrociando sempre di più nella ricerca dell’esperienza autentica. Ma che cos’è un’esperienza autentica a Roma? Mangiare tiramisù take away e bere spritz in centro dopo un veloce giro in vespa tra il Colosseo e i Fori Imperiali, o aspettare alla fermata dell’autobus per tornare nella propria “zona” lontana dal centro, cercare un bar al tempo stesso abbastanza alla moda e abbastanza economico per un aperitivo e poi tornare in un appartamento il cui affitto cannibalizza la più alta percentuale di uno stipendio che non riesce a tenere il passo con l’aumento del costo della vita? Cosa intendiamo anche noi, da turisti, quando cerchiamo un posto “autentico”? Qual è la differenza tra un locale “vero” e la messa in scena di un’esperienza “vera”?
E se questo fenomeno è evidente nei centri storici delle grandi città, deflagra nelle piccole realtà di provincia, dove non ci sono periferie gentrificate o hinterland che espandono i nuclei urbani (sociali ed economici), offrendo, purtroppo o per fortuna, alternative. Ascoli Piceno è un susseguirsi di piccoli locali che friggono “la vera oliva ascolana”, nei comuni del Salento è sempre più difficile trovare ristoranti che offrano alternative a ciciri e trie o al purè di fave, nei menu del Lazio c’è sempre posto per un carciofo. Proposte che a prima vista suonano tradizionali e identitarie, ma che ignorano l’unica cosa che non si può cambiare: il tempo. Quello della stagionalità e quello dell’evoluzione dei gusti.
Il gomitolo che unisce gentrificazione, foodification e stereotipizzazione della cultura italiana è sempre più difficile da dipanare. Una trama che vede i centri storici plasmarsi sul turismo take-away più che sulle necessità dei cittadini, costretti a diventare turisti della propria stessa città, ma senza alcun romanticismo. Un paradosso iconoclasta in cui per promuovere l’autenticità, la tradizione viene formatizzata e teatralizzata. Con il risultato di diventare posticcia.















