Un dito indice portato alle labbra. È il gesto di Arpocrate, divinità antica del silenzio, ma anche quello dell’autoritratto di Ahmet Güneştekin che accoglie i visitatori al piano terra di Palazzo Gradenigo, nel sestiere di Castello a Venezia, sede della nuova fondazione che l’artista curdo-turco inaugurerà il 6 maggio. Non un gesto decorativo, ma una soglia.
Per un uomo nato nel 1966 a Batman, città del Kurdistan turco, quella frase non è una riflessione filosofica. È autobiografia compressa. Autodidatta integrale, Güneştekin si è formato attraverso anni di viaggi etnografici nelle province della Turchia, raccogliendo tradizioni orali e iconografie armene, greche, assire, curde, e diventando presto il più importante artista in patria. Un accumulo che diventa custodia: tenere in vita quello che la storia ufficiale cancella. «La storia dell’umanità è fatta tanto di progresso quanto di ferite», scrive nel manifesto della mostra. «Guerre, tirannie, epidemie e sistemi imposti da qualcuno su qualcun altro creano spesso periodi in cui la comunicazione diventa impossibile». A cui aggiunge: «La storia non si scrive quasi mai urlando, lascia le sue tracce più profonde nel silenzio».
Güneştekin sa bene cosa significa tutto questo. Nel 2021 ha portato alle sue conseguenze più esplicite questo discorso con Memory Chamber, allestita a Diyarbakir, la principale città curda della Turchia: bare dipinte nei colori tradizionali curdi con le iniziali dei civili uccisi nel conflitto, una montagna di scarpe di gomma a rappresentare migliaia di vittime, video sull’annientamento sistematico della lingua curda. La mostra era la più ampia sul tema nella storia del conflitto che per oltre tre decenni ha opposto lo Stato turco alla popolazione curda, lasciando decine di migliaia di morti. Il ministro degli Interni turco l’ha definita espressione di «simpatia per i terroristi». Il governo l’ha chiusa in anticipo. Nel 2016, una sua scultura monumentale a Istanbul – Kostantiniyye, che riportava i nomi storici della città tra cui quello greco-ottomano – era stata attaccata da una folla poche ore dopo l’inaugurazione e rimossa entro il mattino.

La gioia del silenzio. Credit: press. Studio Esseci
La mostra inaugurale della nuova fondazione Güneştekin si intitola Sessizlik / Silenzio / Silence ed è curata da Sergio Risaliti. Ventidue opere totali: undici sculture in bronzo di grande formato e undici dipinti a olio, tutte produzioni inedite realizzate nei laboratori di Istanbul, distribuite tra piano terra, primo piano e facciata dell’edificio. Apre il 6 maggio, in coincidenza con l’inaugurazione della 61ª Biennale di Venezia, ma fuori da essa, in una posizione laterale e autonoma che dice qualcosa sull’approccio dell’artista al sistema.
Le sculture – alcune oltre i tre metri – non rappresentano eroi né simboli, ma operai in pausa, figure anonime, corpi nel momento in cui il lavoro si interrompe e non rimane altro che la stanchezza e il peso. Le fisionomie di molti sono quelle degli stessi lavoratori che hanno restaurato il palazzo: un cortocircuito tra il presente del cantiere e la storia dell’edificio. Il tutto in una chiave surreale, grottesca, come evidenziano le grandi calzature che indossano. Alcuni stringono teschi e pesci – simboli ricorrenti nell’iconografia dell’artista. «Da molti anni nella mia pratica artistica ricorrono due immagini: il teschio e il pesce», spiega Güneştekin. «Non sono per me soltanto elementi visuali. Sono due antiche metafore del tempo e della mia esperienza umana». Il teschio come doppio simbolo di caducità e immortalità. Il pesce come continuità dell’esistenza nel flusso del tempo. Insieme, la tensione irrisolvibile tra la fine e il persistere.

Il varco di Lilith. Credit: press. Studio Esseci
I dipinti invece appartengono alla serie già incontrata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dove la mostra Yoktunuz/Eravate Assenti – curata da Risaliti con Paola Marino – si è chiusa nel settembre 2025. Al centro di ogni tela è incastrata una porta recuperata nei villaggi anatolici: legno antico, decorazioni intagliate, ottone. Güneştekin interviene sulla superficie pittorica con una tecnica che ricorda il rigatino del restauro – incidendo il colore steso sulla tela in segni sottili e ripetuti fino a ottenere una vibrazione quasi sonora. «Mentre disponevo queste porte in mostra, ho iniziato a concepirle come testimonianze», scrive. «Ciascuna testimonia miti, esili, storie dimenticate, tempi ridotti in frammenti». Ancora l’idea dell’archivio, del ricordo, che torna prepotente in un silenzio che non è di certo muto. «Queste opere non raccontano una storia. Non offrono una spiegazione. Semplicemente esistono».
In un momento in cui tutto deve spiegarsi, giustificarsi, comprimersi in un formato, la scelta di esistere semplicemente è già una posizione. Il silenzio come resistenza – non l’assenza di parola, ma il rifiuto di un certo tipo di rumore.
Il tutto dentro la spettacolare cornice di Palazzo Gradenigo, nel sestiere di Castello, in Campo Santa Giustina. L’eificio del Seicento è stato acquistato da Güneştekin e negli ultimi due anni è rimasto sotto un restauro conservativo affidato agli architetti Alberto Torsello – già coinvolto nella rifunzionalizzazione delle Procuratie Vecchie – ed Elisa Santoro. Pavimenti, stucchi, infissi e soffitti affrescati, attribuiti almeno in parte a Giovanni Scajario, allievo del Tiepolo: tutto riportato alla luce com’era.

La Fondazione. Foto: press. Studio Esseci
«Amo da sempre l’Italia», ha dichiarato l’artista. «Per me è la patria dell’arte e del Rinascimento. La sede veneziana della mia Fondazione nasce da questa passione, ma avendo le possibilità mi piacerebbe aprire altre sedi nel mondo». Una dichiarazione d’amore che è anche un atto di posizionamento: Venezia come punto esatto in cui Oriente e Occidente si sono incontrati per secoli – lo stesso crocevia simbolico che attraversa tutta la sua ricerca. La fondazione è la terza del network, dopo Istanbul e Urla, sulla costa egea (quest’ultima ancora in apertura). Per ora sono accessibili i primi due piani – circa 600 metri quadri tra spazio espositivo e bookshop. Il completamento di tutti e cinque i piani è previsto per fine 2026, con l’apertura definitiva nel 2027. A regime: atelier e residenze per giovani artisti da tutto il mondo, con priorità a quelli di area turca, in un modello che Güneştekin vuole libero da condizionamenti esterni: i finanziamenti vengono interamente dalla vendita delle sue opere e dalle royalties.
Aprire una fondazione a Venezia nel 2026, restaurare un palazzo del Seicento con i proventi della propria arte, costruire uno spazio in cui i giovani artisti turchi possono formarsi lontano dalle possibili pressioni del contesto politico di provenienza. Per Güneştekin l’arte è – e resta – una cosa politica. E oggi, più che mai, c’è bisogno di poter ascoltare oltre il rumore, in ciò che si nasconde nel silenzio.










