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Il nuovo Dylan Dog è ancora il nostro eroe

Il "nuovo inizio" di Dylan Dog ha fatto storcere il naso ai puristi. Ma anche se ora ha la barba e guarda le email, l'Indagatore dell'Incubo rimane se stesso nel mondo che cambia

I detrattori del nuovo Dylan Dog sono molto simili a quelli di Achille Lauro. A entrambi fa paura il cambiamento, la rottura di uno schema. A prescindere. Si concentrano più sul look che sul messaggio.

Dopo anni di crisi del mercato editoriale, anni in cui chiunque ha perso lettori, Dylan Dog è arrivato al 400esimo numero segnando l’immaginario di centinaia di persone dagli anni Ottanta ad oggi, tra cui noi millennial. Avevo solo dieci anni ed ero in campeggio a Marina di Massa quando un ragazzo del nord Italia, più grande di me, mi mise in mano il numero 51, “Il Male”. Un gesto che sapeva di proibito, perché si trattava di un fumetto violento – all’epoca un fumetto poteva essere considerato violento – letto da adulti colti e che conteneva scene di sesso (disegnate, nello specifico, da Corrado Roi) in un periodo in cui qualsiasi materiale pornografico era difficile da reperire.

“Il Male” era una ristampa, visto che Dylan Dog dopo soli cinquanta numeri era così amato da necessitare di ristampe che acquisivano valore da collezione. I Lucca Comics dell’epoca erano dei meeting in un capannone spoglio dove andavi a comprare le foderine in plastica per conservare i primi venti numeri. “Il Male” mi infiammò: c’era già tutto quello che ci avrebbe nutrito nei decenni successivi. Cronaca nera, thriller, violenza, parallelismi con le paure inconsce della società pre-Undici Settembre. Era attuale e violento – il massimo per un bambino curioso.

Dylan Dog non è che vincesse sempre, a tratti pareva uno sconfitto, ma era così umano, così lontano da quei cazzoni che vedevi nei film horror, così bisognoso d’affetto che era l’uomo che tutti noi ragazzini lettori volevamo essere. Era animalista, femminista, ambientalista, dalla parte degli ultimi senza nessuno slogan, senza schierarsi, senza mettersi in posa a cercare consensi. Semplicemente era dotato di buon senso ed educazione e i suoi comportamenti da eremita sembrano oggi aver previsto la vita dei decenni successivi, in cui tutti si sono ritrovati un po’ più soli ma iperconessi, omologati ma divisi.

Dylan Dog aveva fiutato la puzza di marcio negli anni in cui l’Occidente si godeva il post-sbronza degli Ottanta e cominciava a serpeggiare un certo senso di claustrofobica infelicità. Nel fumetto di Tiziano Sclavi la simbologia per incarnare il disagio era sagacemente inscenata grazie a mostri, zombie, fantasmi, mondi paralleli, ufo, viaggi nel tempo. Tutta una serie di espedienti che derivavano dal cinema horror e dalla letteratura gotica, quando queste due branche della cultura erano ancora svincolate dalle logiche del mercato di massa.

Dylan Dog affrontava la vita tutti i giorni allo stesso modo, a partire dalla divisa d’ordinanza: camicia rossa e giacca nera. Sempre. Volto rasato. Sempre. Bello e dannato – disegnato a immagine e somiglianza di Rupert Everett. Tutto questo vivendo a Londra, una città in continua evoluzione dove era impossibile non seguire la moda. Ma per Dylan Dog si trattava non omologarsi all’egemonia del consumismo. In buona sostanza: Dylan Dog si vestiva così per mantenere una certa dignità.

Per questo Dylan ha percorso tutti gli anni Ottanta e Novanta portando la nostra generazione per mano senza mai cambiarsi i jeans sdruciti e le desert boots, così umanamente psicosomatico che non poteva prendere l’aereo per nessuna ragione al mondo – eccolo il nostro eroe. Credeva nell’amore ma non nel matrimonio, girava con la macchina scassata mentre tutti spaccavano, usava una vecchia pistola a tamburo e andava al cinema da solo. Cosa c’è di più millenial di tutto questo? Si trattava di una storia che era la storia di tutti noi, dell’eroe più vicino a noi che potessimo avere.

Il problema è che poi i millennial sono cresciuti e hanno iniziato una vita piena di figli, lavori, spostamenti. Questo ha segnato una drammatica emorragia di lettori di Dylan Dog, tutti intrippati con l’iPad e gli iPhone. La Bonelli Editore di certo non poteva puntare sui nativi digitali perché quel Dylan Dog così anni Ottanta poteva rappresentare ben poco ai loro occhi. 

Così gli autori si sono messi al lavoro con anticipo preparando un nuovo inizio, definito “Il ciclo della meteora”, una serie di numeri in cui la terra era minacciata da un’apocalisse, Bloch andava finalmente in pensione e altri cambiamenti sostanziali. Il culmine è stato il numero 400, la fine del ciclo, in cui Dylan di fronte all’imminente fine del mondo si sposa con Groucho, che viene assassinato pochi istanti dopo. Una svolta epocale.

Adesso siamo al 401, in una nuova fase che è indicata anche in copertina con la dicitura 666. Si tratta di un salto temporale in cui Dylan non è più figlio di Xabaras ma di Bloch, Groucho non esiste e al suo posto c’è Gnaghi di Dellamorte Dellamore e il nostro ha anche un’ex moglie, la poliziotta col velo. Ma la cosa davvero sconvolgente è che Dylan ha la barba, legge le email, è tecnologico.

Sui social ho notato parecchia diffidenza verso questi piccoli dettagli, ed erano i lamenti di quei miei coetanei ultra fondamentalisti che ormai non leggono nemmeno più il fumetto. Gli stessi che scrivono post lagnosi sulle librerie che chiudono, ma che storcono il naso di fronte alla scelta più coraggiosa mai fatta dal mondo del fumetto italiano. Lo chiamano hipster, proprio loro che dovrebbero sapere che quel tizio è tutto tranne che un hipster. Strano ma prevedibile. Dylan Dog si sforza di adattarsi a questo mondo rimanendo se stesso e questo mondo lo prende a pesci in faccia come ha fatto sempre. Proprio per questo continua ad essere il nostro eroe. 

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