Il libro che racconta com’è essere nativo americano e queer nel 2021 | Rolling Stone Italia
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Il libro che racconta com’è essere nativo americano e queer nel 2021

Con "Storia del mio breve corpo" il poeta Billy-Ray Belcourt si avventura in un memoir che mette insieme il peso del passato, l'angoscia per il futuro e le conseguenze ancora attuali del colonialismo

Siamo tutti la somma di qualcosa che è stato. Il passato è un insieme di eventi che nel presente diventa tradizione, una sovrastruttura che esiste già prima di noi e che traccia per noi una strada da percorrere. Cosa succede se, lungo la via, ci si rende conto di dover imboccare una deviazione? Accade che il passato non riesce a confluire nel futuro, o almeno non nel modo che ci si aspetta. Essere queer e NDN è un paradosso nella misura in cui nasci con un passato alle spalle per il quale sei indecifrabile.

Billy-Ray Belcourt cresce nella riserva della Driftpile Cree Nation, in Canada. Poeta, per la prima volta con Storia del mio breve corpo (Edizioni Black Coffee) si avventura tra le pagine di un memoir, affrontando la sua esperienza di scrittore, di nativo e di queer. 

Con una scrittura frammentaria e una marcata vitalità delle immagini narrate – probabile bagaglio della poesia – Belcourt saltella tra passato, presente e futuro. Un passato, quello della Storia, della sua gente e della nazione, che racchiude in sé anche un presente ed un futuro già scritto.

Prendiamo l’acronimo che ricorre così spesso nel libro: NDN. Un’abbreviazione nata online e adottata dagli indigeni nordamericani per autodefinirsi, ma utilizzato alle volte come acronimo di Not Dead Native, “nativo non [ancora] morto”, frutto della stereotipata rappresentazione occidentale del nativo, cioè defunto o in procinto di morire, scomparire, che ne sottintende la visione presente e futura.

Per questi motivi l’autore quasi giustifica e comprende la reazione dei propri parenti alla sua dichiarazione di essere queer. Oltre alla preoccupazione, legge nelle loro parole e nei loro silenzi quella sconfessione del futuro legata all’impossibilità della procreazione e al mancato dovere di portare avanti un nome e una Storia. Un futuro territorio, quindi, spoglio e senza paternità. Nel territorio della mia gente giace un futuro-cadavere col mio nome sopra.

La difficile lettura di sé passa quindi anche attraverso gli occhi di chi guarda e ascolta. Non riconoscendosi nello sguardo altrui (Forse in quei secondi, in quei minuti, sono diventato un po’ meno come loro, un po’ meno loro), Belcourt va a tentoni, tra incontri pianificati all’ultimo momento su Grindr e uomini bianchi indecisi tra la feticizzazione e la cecità al colore.

Il colonialismo rende invivibile il posto in cui è cresciuto, facendo diventare le riserve delle vere e proprie incubatrici di omotransfobia per via del processo di cristianizzazione portato avanti dai colonizzatori, rendendo quindi gli NDN queer oggetto di doppia, se non tripla emarginazione.

Nonostante tutto, Belcourt porta con sé speranza, che per lui è amore per l’arte e per la bellezza. Confidando in un futuro più libero e decoloniale, tenta con la scrittura la ricerca della bellezza, perché scrivere significa continuare a vivere. La pagina ci trae in salvo, ci evita di desiderare la fine. Il dolore non riesce a sopraffare la nostra immaginazione. La spinta creativa, l’impulso artistico, sono innanzitutto un roboante sì alla vita.