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Il futuro del benessere è nella psichedelia

Oggi che la ricerca scientifica sta riscoprendo gli psichedelici ad uso terapeutico, Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo hanno scritto una storia delle terapie psichedeliche, che secondo loro sono il futuro del nostro benessere

Foto via Unsplash

Non si può parlare di psichedelici in Italia senza trovarsi di fronte al lavoro di Giorgio Samorini, figura di spicco nel campo della ricerca sulle sostanze psicotrope e piante visionarie. Etnobotanico specializzato di piante psicoattive e studioso della storia delle droghe, Samorini ha pubblicato molte e importanti opere sul tema (tra le tante citiamo Mitologia delle piante inebrianti, Funghi allucinogeni, Piante psicoattive, Animali che si drogano, Adamo, Eva e l’iboga) e con sua moglie Adriana D’Arienzo, medico specialista in anestesia e rianimazione nonché studiosa di neurofarmacologia delle sostanze psichedeliche e delle loro implicazioni terapeutiche, ha scritto Terapie psichedeliche – due volumi che ne ripercorrono la storia fino alle nuove e promettenti scoperte e applicazioni dei giorni nostri.

Nella nostra ricerca all’interno del mondo delle droghe, dopo l’intervista a Enrico Petrilli e Cosmo sulla socialità della droga e a Federico Di Vita e Peppe Fiore sul rinascimento psichedelico, abbiamo raggiunto Samorini per farci raccontare a che punto siamo con le terapie psichedeliche. 

Buongiorno Giorgio, vorrei partire chiedendole come nasce l’idea di un’opera così imponente.
Terapie psichedeliche nasce da un incontro formidabile, quello tra me e Adriana, mia moglie. Questo libro nasce in risposta a questa nuova ondata di interesse per gli psichedelici dove il fulcro è l’aspetto terapeutico. Abbiamo pensato di creare una base cognitiva forte – finora mancante – una base formativa per eventuali future ricerche. Questa opera è scritta per medici, psicologi, psicoterapeutici. 

Le terapie psichedeliche (TP) non sono un tema nuovo se pensiamo che le prime documentazioni ci arrivano dal 1905. Dopo una densa attività negli anni ’50 e ’60 furono però proibite e solamente negli ultimi anni si è assistito ad una loro rinascita, quella che molti chiamano rinascimento psichedelico. 
A noi non piace il termine “rinascimento psichedelico”, anche se va molto di moda. Il concetto di rinascimento non rende conto di quello che è successo in questi trent’anni di tabù, dove in realtà gli psichedelici non sono spariti, ma hanno continuato a diffondersi nella società, riuscendo ad uscire dall’ambiente underground per diffondersi in strati della società di altro livello (penso alla Silicon Valley e all’utilizzo dell’LSD come forma creativa).

A fine degli anni ’60 si diceva che l’LSD bruciasse le cellule del cervello, facesse nascere feti anormali e fosse pericolosissimo. Venne dunque inserito – insieme agli altri psichedelici – nella Tabella 1, ovvero quella tabella che riunisce tutte le sostanze giudicate pericolose e senza alcuna utilità terapeutica. A breve assisteremo allo spostamento degli psichedelici da questa tabella perché quando una sostanza viene utilizza a scopi terapeutici automaticamente e legalmente deve essere spostata dalla Tabella 1. La diffusione esterna alle comunità underground di questi ultimi trent’anni ha ridimensionato l’opinione sugli psichedelici. Questo cambiamento di paradigma mediatico e sociale ha garantito il ritorno degli psichedelici anche in quella che è stata l’area più tabù: gli ospedali, la ricerca clinica, gli ambienti universitari. Mettere fuori legge LSD non è servito a fermarne la diffusione nella società, ma solo a bloccare il suo utilizzo nella ricerca.  

Foto via Twitter/Federico di Vita

La messa al bando degli psichedelici negli anni Sessanta è spesso legata in modo indissolubile alla figura di Timothy Leary.
Timothy Leary non era di certo un hippie, veniva fuori dall’ambiente scientifico. È stato un ribelle dell’ambiente scientifico e ha causato danni tali da coinvolgere anche la stessa ricerca scientifica nel problema della psichedelia con le istituzioni.

Nel clima di generale entusiasmo attorno a questo rinascimento psichedelico, manifestato da una grande quantità di pubblicazioni editoriali di successo, c’è chi fa presente come questa sovra-esposizione possa rischiare di condurre ad un nuovo effetto sixties, una nuova censura delle istituzioni verso gli psichedelici. Lei come si pone in merito? Crede che questo rischio sia davvero tangibile?
Uno dei motivi di questa nuova attenzione agli psichedelici è che la ricerca scientifica, neurofarmacologica e neurofisiologica, ha tantissimo bisogno degli allucinogeni. E non tanto di dare gli allucinogeni agli animali cavia, ma all’uomo. Ad esempio, un’importante conquista medica come la scoperta dei sottosistemi ricettoriali della serotonina, molto utile allo sviluppo di terapie per certe malattie, è merito dell’LSD. Non credo si possa ricreare una situazione di chiusura come negli anni Sessanta perché non penso si possa riproporre l’aspetto rivoluzionario di quegli anni. Fu quello sfogo contro-culturale a creare le problematiche conflittuali con le istituzioni. Gli psichedelici hanno qualcosa di rivoluzionario, ma non in senso sociale, non nell’idea di Leary, ma in senso rivelatorio. È un potenziale rivoluzionario per le persone, inteso come conoscenza personale. Non penso possa creare troppi problemi alle istituzioni ora. 

Nella vostra opera si ripercorre la storia delle terapie psichedeliche, dall’iniziale paradigma psicotomimetico all’approccio neurofenomenologico contemporaneo. Cosa funzionano le TP, oggi?
In linea generale l’utilizzo degli psichedelici per uso terapeutico oggi si avvale sia degli effetti neurofarmacologici che psicologici. Ad esempio si sta notando, in chiave aneddotica anche in Italia, l’uso positivo della somministrazione dell’ayahuasca nelle dipendenze patologiche (eroinomani, cocainomani, alcolisti): una somministrazione continua, non giornaliera, controllata da un’equipe di neurofarmacologi, psichiatri, psicologi, porta ad un effetto neurochimico tale per cui i composti all’interno dell’ayahuasca sono in grado di resettano i circoli viziosi neurochimici indotti dalla dipendenza – si è notato molto bene con le dipendenze come cocaina e crack – e sono capaci di condurre, grazie al loro aspetto rivelatorio, a momenti di auto-consapevolezza che, indirizzati nel contesto psicoanalitico e psicoterapeutico dell’esperienza, possono aiutare moltissimo la persona a prendere consapevolezza della propria dipendenza. C’è quindi un doppio binario, fisico e psicologico, che agisce. 

Ha citato una ricerca aneddotica italiana sull’ayahuasca.
In Italia l’ayahuasca si è diffusa grazie al Santo Daime, un culto religioso cattolico, dove al posto dell’ostia si beve ayahuasca. Dal Brasile si è diffuso nei paesi occidentali, in maniera quasi capillare, anche avvalendosi della legalità possibile in diversi paesi o, quantomeno, di un limbo generale di non-illegalità. In Italia, da una ventina d’anni oramai, sono presenti una decina di chiese del Santo Daime. A questo culto si avvicinano anche persone che hanno dipendenze e che all’interno di esso riescono a trovare una via risolutiva alla propria dipendenza.

Questo è stato verificato da un gruppo di ricercatori di Rimini guidato da Leonardo Montecchi, uno psichiatra che ha iniziato a studiare questa casistica – si parte spesso da livelli aneddotici per programmare ricerche di laboratorio successive – e ha verificato questi interessanti risultati che dimostrano come certi individui hanno risolto la loro dipendenza attraverso l’assunzione di ayahuasca.  Ne si parla con maggiore ampiezza in una raccolta di saggi, a più mani, che ho curato per Shake Edizioni e che usciranno ad aprile con titolo Ayahuasca. Dall’Amazzonia all’Italia.

Visto che ha introdotto il tema religioso, ne approfitto. All’interno di questa opera vi discostate dal concetto di misticismo e spiritualità degli psichedelici nella ricerca scientifica allineandovi con Robin Carhart-Harris, ricercatore all’Imperial College di Londra a cui si deve la prima scannerizzazione del cervello umano sotto effetto di LSD, che ha scritto il misticismo è problematico.
Noi non siamo critici con lo spiritualismo o il misticismo in sé, ma con la valutazione e l’utilizzo dei concetti spirituali/mistici all’interno della ricerca scientifica. Ci sono due punti di vista differenti: quello statunitense che ha creato scale metriche di valutazione degli effetti psichedelici all’interno delle terapie focalizzate a valutare il livello mistico e spirituale dell’esperienza e quello europeo (rappresentato, tra l’altro, da noi e dall’Imperial College) che si distacca da questa idea ponendosi a favore di un nuovo paradigma e nuovi modi di valutare gli effetti degli psichedelici.

La capacità di misurare gli effetti e l’efficacia degli psichedelici in contesti terapeutici è un problema che va avanti da un secolo. Se utilizziamo questi vecchi modelli del misticismo facciamo solo delle forzature come quando si consideravano gli psichedelici come psicotomimetici, ovvero si credeva che il loro effetto fosse quello di indurre stati di psicosi. Allora si usavano scale metriche solo per misurare gli effetti psicotici e non si voleva vedere nient’altro: si rischia di ripetere questo errore. 

Il primo volume di Terapie psichedeliche è una ricerca archeologica di sperimentazioni seminali molte delle quali, penso alle ricerche italiane mai tradotte o digitalizzate, completamente dimenticate. Perché avete sentito la necessità di questa opera di raccolta?
Il primo volume vuole essere uno sguardo mondiale sulla storia delle TP, dall’Iran all’Egitto, con un focus importante sulla storia italiana. Ho passato un inverno intero nelle biblioteche di ex-manicomi dove ho recuperato fisicamente queste pubblicazioni. In Italia, a differenza di altri paesi, non si bada alla salvaguardia della storia, e per salvaguardia intendo la digitalizzazione di riviste e documentazioni. Il materiale che ho recuperato è ora disponibile sul mio sito.

In questa ricerca ho scoperto che tra gli anni ’50 e ’60 l’Italia ha avuto dei primati sulle terapie psichedeliche: fu il paese con la maggior quantità di ricerche sulla psilocibina nel mondo nonché l’unico ad aver fatto ricerche sulla LSA (la sorella dell’LSD) o ad aver somministrato contemporaneamente LSD e psilocibina. È stata una sorpresa che mi ha fatto realizzare quanto questa nostra opera non fosse solamente una rivisitazione storica, ma una documentazione da cui si possono trarre spunti utili per le terapie contemporanee. Ci sono stati, in passato, casi di risoluzione della balbuzie con psilocibina o LSD che meritavano di essere recuperati. O altri in cui la somministrazione a bassi dosaggi di psilocibina avevano alleviato o risolto uno dei dolori fisici più violenti che conosciamo, quello dell’emicranie a grappolo, chiamate infatti emicranie suicidarie. C’è tanto materiale da rivalutare e per questo stiamo lavorando ad una traduzione dell’opera in inglese e spagnolo.

Non è lo psichedelico in sé a dare effetto psichedelico, ma l’esperienza psichedelica. Questo è un tema fondamentale nelle terapie psichedeliche.
Di solito noi classifichiamo le droghe in varie classi chemiofarmacologiche (sedativi, eccitanti, allucinogeni, empatogeni etc.) come se queste sostanze avessero quel tipo di effetto. In realtà, e questo vale soprattutto per gli psichdelici, l’effetto non dipende tanto dalla sostanza. L’effetto dello psichedelico dipende da tre fattori: la sostanza (la molecola), il set, il setting, Per setting si intende l’ambiente fisico e umano in cui avviene l’esperienza (con chi e dove la fai), mentre il set è la predisposizione psicologica dell’individuo nel momento in cui fa l’esperienza. Ma non solo, il set è qualcosa di più grande in cui ricade la cultura dell’individuo e ciò che ritiene di sapere della molecola che sta per assumere, ma anche ciò che la società pensa di questa molecola. È molto complesso, proprio perché influisce molto sull’effetto. Il dove/come/quando dell’esperienza degli psichedelici è fondamentale per riuscire ad ottenere una certa tipologia d’effetto come quello terapeutico. È per questo che le TP non sono mera somministrazione della sostanza, ma nel contesto ci sono anche psicologici, psicanalisti, psicoterapeuti. Si cerca di direzionare la persona verso i propri traumi, di guidarla con l’adatto supporto psicologico. 

L’effetto dello psichedelico è quindi anche figlio della cultura della società in cui l’individuo si forma.
Per decenni sono andato nelle etnie in Africa, Messico, Amazzonia a studiare il loro modo di utilizzare le piante e i funghi visionari. L’ayahuasca, ad esempio, viene utilizzata tantissimo nelle cerimonie perché è una sostanza rivelatoria e pacifica. Però ci sono delle società come gli Shuar dell’Ecuador che utilizzano l’ayahuasca per andare in guerra. È la dimostrazione che non è la sostanza in sé, ma l’aspetto culturale. Se tu bimbo Shuar nasci e cresci in una società dove questa sostanza serve per andare in guerra, e tu lo sai, il giorno che da adulto all’interno di questo vestito culturale la berrai avrai un effetto terogeno, per finalità belliche. Se invece hai letto i libri di Aldous Huxley, avrai certamente un altro rapporto con gli psichedelici. Più volte ho visto l’utilizzo della medesima fonte visionaria per scopi totalmente opposti. Questo è il set, la cultura, che incide a livello degli effetti.  

De-stigmatizzare gli psichedelici a livello culturale aiuterebbe quindi anche i risultati effettivi delle ricerche e delle sperimentazioni di oggi in Occidente.
L’utilizzo terapeutico può fare da nuova guida nella società sul modo di approcciarsi agli psichedelici. Il grave e concreto aspetto problematico delle droghe è dovuto alla cultura occidentale che ha degenerato il rapporto con queste sostanze. C’è un problema di approccio, un problema di dove-come-quando. Nelle etnie che ho studiato non ho mai visto un problema droga perché lì sono davvero attenti al set e al setting, un qualcosa che invece non è presente nella nostra società e che degenera nell’aspetto problematico delle droghe. Queste terapie psichedeliche moderne le immagino come un faro guida che possa far capire l’importanza del dove-come-quando anche nell’uso non-clinico. E su questo voglio fare un appunto. Io sgrido i medici che utilizzano il termine uso ricreazionale per far riferimento a tutti gli utilizzi non-clinici degli psichedelici: è sbagliatissimo. Certo, c’è una dose di uso ricreazionale, ma molti li utilizzano per auto-cura o per il proprio percorso spirituale. Sarebbe corretto utilizzare il termine uso non-clinico.

Quindi la domanda mi sembra obbligata: dobbiamo ancora definire gli psichedelici come droghe?
Io faccio fatica a chiamarli droghe. Nei decenni ho sentito ripetere una cosa, anche in ambiti molto differenti: gli psichedelici sono non-droghe. È un pensiero in cui posso ritrovarmici. Se per droga penso al modello di droga mediatico di questi anni, allora sì, non riesco a definire gli psichedelici come droghe. Non a caso gli psichedelici sono sostanze che curano le dipendenze da droghe. 

In questi due volumi vi è una lunga lista aneddotica sulle terapie a cui sono applicate gli psichedelici. Dove pensa si vedranno, nel breve futuro, i risultati più promettenti?
A mio avviso le terapie più promettenti sono quelle legati all’uso degli psichedelici nella cura delle dipendenze patologiche. In questi ultimi trent’anni la ricerca scientifica sulle dipendenze patologiche, e le metodiche conseguenti, non hanno fatto molti passi avanti. Non ci sono state grandi conquiste e il trattamento è sempre fin troppo aleatorio. Per anni ho fatto formazione agli operatori del SERT ma oltre al metadone per gli eroinomani, non ci sono stati grandi passi in avanti. L’arrivo degli psichedelici è una conquista nuova, anche se già negli Anni Cinquanta in Canada si curava l’alcolismo con una dose unica, ma molto forte, di psichedelici in modo da stimolarne l’esperienza di picco che è auto-risolutoria per alcuni problemi dell’individuo e può esserlo quindi anche per la dipendenza. I risultati di tale sperimentazione furono clamorosi, irripetibili con i trattamenti in uso oggi. I risultati dei nuovi studi pilota con ayahuasca e ketamina stanno portando a risultati molto interessanti e vista la povertà di offerta terapeutica risolutiva della dipendenza, gli psichedelici sono molto importanti.

Anche nella depressione maggiore si stanno vedendo dei risultati sorprendenti con un approccio completamente differente rispetto all’utilizzo degli antidepressivi.
A differenza della dipendenza, nelle depressioni maggiori (MD) abbiamo una soluzione: gli antidepressivi. Ma gli antidepressivi sono una terapia palliativa, non curano e creano dipendenza. Gli psichedelici oltre ad avere un effetto immediato (a differenza degli antidepressivi che ci mettono settimane a funzionare), non creano dipendenza. Non creare dipendenza è una delle caratteristiche per definire una sostanza come psichedelico. Oltretutto gli psichedelici curano, aprono il depresso alla possibilità di trovare un percorso risolutivo alla propria depressione, a priori esclusa dagli antidepressivi. 

E lei pensa che l’Italia possa tornare a giocare un ruolo da protagonista nella ricerca con gli psichedelici?
Io e Adriana crediamo che il nostro libro possa dare una mano in questo senso. Ora tutte le persone e i professionisti che vogliono avvicinarsi a queste tematiche hanno una base cognitiva da cui partire. Credo che anche l’Italia possa essere pronta. Il cambio di paradigma mediatico è in atto: pensiamo al successo del saggio di Micheal Pollan Come cambiare la tua mente o al fatto che ci siano luoghi come questo in cui poter parlare di certi argomenti. Il cambio di paradigma mediatico è una delle basi per preparare un cambio del paradigma mentale della società.