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I nuovi volti di Emergenza Sorrisi: cosa succede in Iraq

Un giornalista solitamente avvezzo ai rave si trova in un ospedale a Nassiriya in cui medici volontari ricostruiscono i volti di bambini e ragazzi rovinati dalla guerra
Foto da Nassiriya di Federico Geremei

Foto da Nassiriya di Federico Geremei

Quando li ho incontrati la prima volta mi sono parsi uguali alle tante (troppo poche, ad essere onesti) realtà di volenterosi che declinano la filantropia del sorriso per aiutare i più piccoli. Emergenza Sorrisi sembrava l’ennesimo claim catchy e retorico. E invece no. Ma andiamo con ordine.

Per prima cosa parlano i numeri: otto anni di attività in giro per il mondo su base esclusivamente volontaria, oltre mille pazienti operati, decine di missioni in Africa e Medio Oriente, centinaia di medici formati. Il mio interesse verso questa associazione ha destato il loro nei miei confronti: un giornalista che di solito racconta i rave, arti varie e reportage di viaggio per una settimana vuole stare in una sala operatoria irachena. Ma mi hanno accettato. Parto con macchina fotografica e registratore, passaporto col visto, test HIV (è obbligatorio) e qualche tappo per le orecchie, ché si dorme in camerate e non si sa mai. Gli altri compagni di viaggio – chirurghi, anestesisti, infermieri – hanno in valigia anche camici e zoccoli di gomma, quelli che usano tutti i giorni.

Foto di Federico Geremei

Si vola da Roma a Bassora. Mi piacerebbe restare a passeggiare sulla riviera marittima dell’Iraq (l’unica), dove si mischiano le acque del Tigri e dell’Eufrate (lo Shatt al Arab è qui). Ma niente da fare, si va diretti a Nassiriya – due ore d’asfalto tra raffinerie che si stagliano su cinquanta sfumature di beige – e devo così accontentarmi, si fa per dire, del secondo dei due fiumi.

Foto di Agnese Moroni

L’ingresso dell’ospedale è davanti alla sede del partito comunista iracheno, fondato qui ottant’anni fa, ma politica e religione sono in secondo piano per l’equipe di medici, l’attenzione è concentrata solo sullo screening di chi aspetta di essere visitato (tutti) e operato (il numero maggiore possibile).

Di missioni in Iraq, Emergenza Sorrisi ne ha all’attivo già una dozzina, le strette di mano e le pacche sulle spalle all’arrivo tra gli italiani e il personale locale sono convenevoli collaudati e sentiti. Poco dopo inizia la routine vera e propria: sarà sempre la stessa, ogni giorno, non stop: dieci ore di interventi su due tavoli operatori. Uno è per le malformazioni al volto, l’altro è per le ustioni. Bombole di gas, bombe del terrore, ogni esplosione lascia tracce e si cerca di rimuovere segni, schegge, traumi. L’ordinario dell’urgenza costringe a rivedere lo straordinario cronico di ogni emergenza.

Foto di Federico Geremei

I volti delle donne sono velati, su quelli dei medici le mascherine si abbassano di rado. Invece i volti che restano visibili – soprattutto di bambini e adolescenti – hanno un prima e un dopo. Che a volte diventa un nuovo prima: per molte patologie basta infatti un intervento, per altre bisogna tornare in sala operatoria. A garantire la continuità è ovviamente chi resta qui, affiancando i medici venuti da fuori per le trasferte e portando avanti il lavoro tra una missione e l’altra.

Foto di Federico Geremei

Rientro a casa e ricordo le luci: i coni dei fari della città al tramonto, i neon sulle insegne dei negozi e lungo le rive dell’Eufrate, le lampade alogene della sala operatoria su porzioni sempre diverse di teli sterili, garze & co. E i bagliori degli smartphone a cui affidare messaggi rassicuranti a chi chiede come va laggiù, su cui hanno iniziato poi a campeggiare le breaking news delle atrocità di Parigi. Incapsulati dentro una sala in un ospedale dentro una città dentro un Paese in cui quella barbarie ha una sua “capitale”, anche noi abbiamo sentito il bisogno di cercare un conforto nella tragedia. Uno slancio di coraggio e di libertà, un sorriso diverso, nonostante il dolore e lo sdegno. Nuovi sorrisi si rincorrono ora e ancora di missione in missione. La prossima è appena partita, destinazione Georgia.

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