Ho visto Houellebecq leggere Baudelaire e ho già nostalgia del presente | Rolling Stone Italia
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Ho visto Houellebecq leggere Baudelaire e ho già nostalgia del presente

Il più influente scrittore contemporaneo si è confrontato con il poeta maledetto per eccellenza, in un momento che probabilmente rimarrà nei libri di storia

Michel Houellebecq

Foto: EDUARDO MUNOZ ALVAREZ/AFP via Getty Images

A chi dice che il Green pass non serva a nulla, risponderei cinicamente che per ora è stato utile a permettermi di vedere dal vivo Michel Houellebecq. L’incontro con il grande scrittore francese, edito in Italia da La Nave di Teseo, era previsto a Milano ma, a causa delle nuove restrizioni anti-Covid, ha subito uno slittamento che lo ha portato a concretizzarsi a Parma, città Capitale della cultura 20/21. Nell’ambito della Milanesiana, rassegna culturale bulimica di appuntamenti nonostante le difficoltà del periodo (grazie all’impegno straordinario di Elisabetta Sgarbi), l’autore di libri capitali per comprendere la nostra epoca – da Estensione del dominio della lotta, Le particelle elementari, La possibilità di un’isola e La carta e il territorio in grado di radiografare la crisi del capitalismo, fino ai preveggenti Sottomissione e Serotonina, che hanno anticipato le stagioni del terrorismo islamico e delle manifestazioni gilet gialli – si è presentato in sordina, quasi timidamente, ma spendendosi in un momento che probabilmente rimarrà nei libri di storia.

L’evento nell’evento l’altra sera al Parco della Musica, dove era in programma anche l’omaggio al regista Bernardo Bertolucci, è stato rappresentato dalla sua lettura di poesie selezionate di Charles Baudelaire nell’anno in cui il poeta avrebbe compiuto 200 anni: il più grande scrittore francese (ma c’è chi dice mondiale) vivente che legge il più grande poeta francese della storia. Mancava soltanto Louis-Ferdinand Céline all’appello, ma il suo atteggiamento sprezzante e nichilista verso il mondo, e persino diversi tratti estetici, sembrano talmente interiorizzati da Houellebecq che, basta distrarsi un attimo, e si rischia pericolosamente di sovrapporli. E mentre il pubblico ristretto – sempre per via della pandemia – prendeva posto in attesa dell’inizio, lo scrittore è arrivato senza nessun clamore, camicia nera smanicata e bragoni grigi di tela estiva, quasi fosse uno dei suoi personaggi, “persone di una normalità assoluta”, nascosto al fianco della bella moglie Qianyun Li, detta Lysis, con la quale ha flirtato per tutto il tempo fra un bisbiglio di lui e un sorriso annuente di lei. Questo, a dimostrazione della natura di «grande romantico», come ha ammesso in un’intervista o ha descritto nei romanzi tra difficoltà e crudeltà delle relazioni: «Giovinezza, bellezza, forza: i criteri dell’amore fisico sono esattamente gli stessi del nazismo» (La possibilità di un’isola, del 2005).

Una volta sul palco, particolarmente interessante l’introduzione, dove ha spiegato i cliché della cultura francese – che si potrebbero sovrapporre a quelli della cultura italiana – che ancora non permettono all’autore de Les fleurs du mal di essere giustamente celebrato: «Nella cultura francese, e in particolare nella letteratura, prevale una certa visione restrittiva, nella quale Baudelaire fa fatica a entrare. A volte la si qualifica “esprit français”. E, di fatto, è più facile comprendervi La Fontaine che Baudelaire». E ha proseguito: «Montaigne, La Fontaine, Voltaire… esiste una linea. Scettica, ironica, misurata, satirica, leggermente cinica. In seguito, a partire da Victor Higo, una specie di ottimismo umanistico, che ci porta direttamente a Sartre e Camus. Il tutto non è completamente privo di interesse; ma è riduttivo». In seguito, la lettura di alcune composizioni dell’ispiratore di tutti i successivi “poeti maledetti”, che ha “interpretato” con un moto-tono cantilenante a tratti straniante e in altri straziante, anche per quel suo francese così rotondo. A di là della performance, l’effetto è riuscito: stabilire un contatto, una linea di continuità, fra grandi artisti del passato e del presente, che ha portato gli astanti a galleggiare in un “non tempo” nel quale Baudelaire (Céline) e Houellebecq sono apparsi magicamente contemporanei.

Con quel volto “pustolato dalle somatizzazioni”, come ha scritto Aurelio Picca su Repubblica, “coi capelli strinciati, le dita ingiallite dal fumo, gli abiti gettati sul corpo come portasse un lacero pigiama, la sigaretta trattenuta tra il medio e l’anulare”, lui che è considerato un reazionario, un misogino, un razzista, un ossessionato dal sesso, è apparso quasi stranito che lo avessero chiamato a parlare di “progresso”, quale era il tema della rassegna. Eppure, nonostante tutte le deformazioni messe in luce dai suoi personaggi – che sono fondamentalmente le nostre –, è proprio grazie a questa capacità di mettere a nudo le debolezze dell’Occidente che saremo ancor più in grado di guardare al futuro in maniera consapevole. E forse aveva ragione lo scrittore Paolo Di Paolo, salito sul palco subito dopo: «La serata mi ha fatto sorgere una domanda: si può avere nostalgia del presente? Ecco, dopo aver assistito a Houellebecq che legge Baudelaire, probabilmente sì».

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