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Perché vorremmo tutti essere di Porto Rico (anche se veniamo da Portacomaro)

Ascoltiamo 24/7 musica da crossfit, ci vestiamo da gangster, beviamo cocktail vietati ai diabetici. Siamo stati Milan Latin Festival durante il concerto di Daddy Yankee per capire come è avvenuto il "contagio reggaeton"

Foto: Franco Oriot

Se la febbre del Caribe contagia anche la più demoniaca delle band romane, significa che la fine è imminente. Non che ci fosse bisogno realmente dei Nanowar of Steel e della loro hit Norwegian Reggaeton per capire che quella che stiamo sudando da alcune settimane sarà un’altra estate latina, anzi latinissima. Qualche altro indizio? Qua.

Trombette moleste e ritmi sincopati, contenuti espliciti e product placement di ogni cocktail sintetizzato dal genere umano, citazione di ogni località spettante alla Spagna secondo il trattato di Tordesillas del 1494, file di culi twerkanti nei videoclip ambientati a Lignano Sabbiadoro: sono anni ormai che tutte le sonorità prodotta da maggio a settembre non si discostano dai canoni calipso, fino a duellare talvolta con il comune senso del ridicolo.

Perché quella che giunge fino a noi è l’onda di risacca di un moto gigantesco, che tra il Sud degli Stati Uniti e una vasta parte dell’America Latina è cultura egemone da almeno 20 anni. Il reggaeton, nato a Porto Rico come patchwork di suoni locali, dancehall e hip hop, non è solo musica, ma lifestyle, con corollario di vestiti tamarri, brillocchi auricolari, fare da gangsta e tendenza alla sceneggiata. Un prodotto, con ogni evidenza, perfettamente esportabile, per non dire infettivo (ma in fondo poteva anche andare peggio, come in quella breve stagione in cui la musica italiana era diventata una specie di succursale di Mumbai). 

Franco Oriot per Milano Latin Festival

Per indagare questo mondo, in assenza di voli diretti per San Juan da Linate, siamo andati nell’unico posto in cui fosse possibile intercettare il cavallone inarrestabile: Assago Milanofiori. Qui, all’ombra di un cavalcavia, ha sede il Milano Latin Festival, più importante rassegna italiana dedicata alla musica e alla cultura sudamericana. Arrivata alla quinta edizione, in programma da metà giugno al 17 agosto, negli anni è cresciuto in maniera esponenziale e quest’anno ospita tutti o quasi gli artisti più significativi del genere. 

Qualche nome: Ozuna, Nicky Jam, Anitta, Wisin & Yandel, Farruko, Bad Bunny, Havana D’Primera, Rafaga, Luis Enrique, J Alvarez, Orishas. Gente che magari vi dice poco, ma che ogni estate sfodera hit internazionali da milioni di streaming. Ed è probabile che – al centro commerciale, a un’apericena o al corso di crossfit – le abbiate pure canticchiate o persino ancheggiate.

A maggior ragione potrebbe essere capitato con Daddy Yankee, che per il reggaeton è tipo Bob Marley per il reggae (quanto ci piace farci insultare…). Vero nome Ramón Luis Ayala Rodríguez, nasce 42 anni fa Porto Rico. Inizia a fare musica da ragazzino, anche perché il suo sogno di diventare un professionista di baseball viene interrotto prematuramente da un proiettile per le strade della sua città. Ancora oggi zoppica vistosamente sul palco. 

Il successo e la fama arrivano nel 2004, quando registra La gasolina, tra i primi brani reggaeton a lasciare il Caribe e fare il giro del mondo. In Italia Linus e Radio Deejay la passano con una certa convinzione per mesi. Negli ultimi anni, di pari passo con l’ossessione caraibica universale, Daddy Yankee ha piazzato un pezzo in cima alle classifiche ogni estate. Milioni e milioni di clic: solo in Italia è stato certificato con un disco di diamante, due di platino e 5 d’oro. L’ultimo, Con calma, nei primi cinque giorni dalla release ha accumulato oltre 26 milioni di views e oltre 36 milioni di stream su Spotify.

Franco Oriot per Milano Latin Festival

È in occasione del live del godfather of reggaeton, l’uomo da 21 Billboard Latin Music Award, che imbocchiamo la tangenziale Ovest di Milano e svoltiamo a destra al cartello Assago. Il concerto è sold out: in mezzo a un roster di numeri uno, il suo è il curriculum più prestigioso. La coda copre una buona parte del piazzale, i volti degli uomini della sicurezza – in ossequio allo stereotipo – paiono usciti da un film di Robert Rodriguez. 

Con la giusta dose di apprensione, entriamo nell’area del festival. Che è un vero e proprio “villaggio latino”, che vive anche prima e dopo gli show sul main stage o addirittura in loro assenza. A destra e sinistra del decumano centrale ci sono vari stand, bar e ristoranti “a tema”. C’è la braceria argentina e chi vende churraschi a tutto spiano, il pusher di comida ecuadoriana e vari street food, e poi mojiterie e chioschetti di birra Quilmes.

Soprattutto, ci sono cinque piste da ballo, dedicate ai vari generi del subcontinente, dalla bachata a salsa e merengue. Alle nove circa, quando facciamo il nostro ingresso al MLL, sono già tutte attive e cercano di coprirsi tra loro con le proprie note. Ciascuna ha il suo corpo di ballo, uomini a torso nudo e donne con sederi prorompenti. Sono tutti centro o sud americane, o almeno questo è quello che percepiscono i nostri occhi. Il festival non è pensato solo per i live degli artisti internazionali, anzi, ci spiegano, sono in parecchi ad raggiungere Assago per ballare sulle varie pedane “locali”, o anche solo per ascoltare musica, bere qualcosa o mangiare del riso e fagioli. Tipo a una grande Festa dell’Unità (parlandone da vive), ci sono i super aficionados, che qua trascorrono le ferie. 

Girano dei secchielli di cocktail colorati con dentro varie cannucce. C’è anche qualche birra, ma percentualmente sono in minoranza. Il pubblico è molto diverso da quello degli altri festival cui siamo abituati: niente hipster e ci sono più femmine che maschi, molte più femmine. L’età media è bassa, tipo ultimi anni di liceo o più probabilmente università. Le ragazze sono tirate a lucido per la serata, con shorts, canottiere e capelli fatti da poco. Non ci sono magliette dei Joy Division, shopper e nemmeno la bandiera della Sardegna. Roba da matti.

Ci sono un po’ di compagnie di centro o sud americani: molto molto tamarri, proprio come te li aspetteresti. E molte coppie miste, in cui la metà italiana è di gran lunga quella più presa bene per i suoni latini e lo dimostra con io fianchi. Prima di Daddy Yankee un dj scalda la folla con pezzi reggaeton e non solo: Ghali e Salmo che meritano un posto in playlist. L’atmosfera è carica. Più che a un concerto indie, ecco.

Daddy Yankee sale sul palco abbastanza tardi, introdotto dalle note della sua ultimissima hit: Con calma, bombone estivo che riprende il tema di un pezzo (grandioso) del 1992, Informer di Snow. Con lui entra anche il corpo di ballo, che lo accompagnerà sullo stage per tutta l’esibizione con decine di coreografie, alcune delle quali abbastanza esplicite. L’artista portoricano flirta col pubblico, chiamando le hit. Che arrivano una dopo l’altra. La despedidaSígueme y Te Sigo, Dura, Shaky Shaky e via via. Le conoscete, fidatevi.

Franco Oriot per Milano Latin Festival

Le sonorità più lover si mischiano con i momenti dancehall, cui non mancano i pull up di rito. Daddy Yankee si esibisce in un lungo freestyle e dimostra di saper rappare e non poco. La gente salta, uno viene portato via dalla sicurezza perché un po’ marcio di mojito. Verso la fine, mentre il cantante ringrazia Milano con un sacco di superlativi, è il momento di Despacito, super mega successo planetario di un paio d’anni fa pubblicata con Luis Fonsi.

Qua succede qualcosa che non ci saremmo aspettati: la gente alza le dita al cielo, sillaba ogni strofa del brano, gli occhi sono quasi lucidi. Ci aspettavamo una grande sessione di acquagym con vista Carrefour (e in effetti per lunghi tratti, a chiudere gli occhi, la situazione poteva sembrare un po’ quella), invece si capisce che, oltre a essere presa benissimo e ad aver ballato come dei matti per tutta l’esibizione, la gente… ci crede. Le coppie miste si baciano e pure quelle non miste. Con La gasolina torna il momento dei culi scossi e dei salti in alto. 

Ci avviamo verso l’uscita, ora ci sono bottigliette d’acqua al posto dei beveroni colorati e la gente è parecchio sudata. Le balere dedicate ai diversi Paesi, deserte e costrette a zittirsi durante il live della superstar con la bandana, si rianimano, i sound system tornano ai controlli e le ballerine si sgranchiscono le gambe. C’è da conquistare le ultime bevute della gente che ha finito di godersi lo spettacolo. Per tornare a casa passeremo da Cascina Venina, poi Rozzano e Chiesa Rossa. Niente tangenziale, siamo latinos.

PS: Portacomaro è uno splendido borgo vicino a Asti, c’è nata una mia carissima amica. Viene da qua anche la famiglia di Papa Francesco, che in quanto sudamericano sicuramente baila il reggaeton. 

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