Rolling Stone Italia

La magia di Santarcangelo

Letture pubbliche anticapitaliste e follie punk, eventi in parchi e fabbriche, artisti di tutto il mondo che si danno appuntamento in un comune di 20 mila abitanti e cittadini che diventano performer. Viaggio in uno dei più longevi festival italiani dedicati alle arti contemporanee. Ambiente, femminismo, queerness, politica. E anche un po’ di rimorchio, siamo pur sempre in Romagna

Cosa succede a Santarcangelo? Sono anni che cerco di spiegare ad amici e parenti cosa vado a fare ogni luglio nel piccolo borgo in provincia di Rimini. Ci scrivo articoli, realizzo interviste, ma credo che non ci sia modo di trasmettere la magia di un intero paese che da più di cinquant’anni dà vita a un universo parallelo, se non standoci immersi per giorni e giorni, e tornando a vedere come le cose evolvono, anno dopo anno. C’è qualcosa di speciale in quest’angolo di Romagna, qualcosa che attrae ogni anno artisti da tutto il mondo, appassionati di teatro, attivisti, musicisti, che si ritrovano a discorrere con gli abitanti del paese della riuscita di uno spettacolo o di un allestimento che non è piaciuto a tutti. Cosa c’è a Santarcangelo? Ci riprovo, con qualche appunto sparso dai primi giorni del festival.

Dopo aver lasciato la borsa in albergo e aver raccolto il materiale preparato dall’ufficio stampa, si comincia. Il programma di eventi è molto fitto e a volte serve spostarsi da un luogo all’altro di corsa. Si forma una piccola coda, mentre aspettiamo che ognuno venga fornito di un dispositivo d’ascolto e auricolari. Prendiamo posto, occupando le sedie disposte in circolo in uno dei lati di piazza Ganganelli, che è il fulcro del festival, il luogo da cui si viene accolti appena si arriva a Santarcangelo. Sto per assistere a Siamo ovunque, che più che un vero spettacolo è una sorta di lettura pubblica di «voci antifasciste, femministe, anticapitaliste, antirazziste, antispeciste, hacker e di chi si batte per i diritti dei e delle migranti, contro qualunque forma di oppressione sociale, per i diritti delle persone LGBTQIA+, contro gli ecocidi». È un’idea, che ha preso anche la forma di un sito internet e di libri, partita da alcuni collettivi svizzeri, Dreams Come True e Collectif Anthropie, insieme a un gruppo bolognese, che pubblicherà una versione locale del libro. Gli ideatori danno poche istruzioni, poi tocca a chi è lì alzarsi, scegliere un brano e dare voce a uno dei molti testi scritti in prima persona da chi, in molte forme diverse, ha cercato di esprimere rabbia, speranza, offrire strumenti di resistenza da tramandare e condividere. È un presagio, un’anticipazione abbastanza chiara di quello che ci aspetta in questi giorni di festival.

Anna Karasinska ph @pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

Anna Karasinska ph @pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

È sera, il prossimo spettacolo avrà luogo negli spazi dell’ex cementificio Buzzi Unicem, un’enorme area industiale dismessa dal 2009 nella frazione di San Michele, a una decina di minuti di auto dal centro di Santarcangelo. Sono state organizzate delle navette per portare gli spettatori fino ai cancelli del complesso. Io salgo in un’auto guidata da una delle responsabili della logistica, preparatissima su tutti gli spettacoli di quest’anno e delle scorse edizioni, particolarmente stressata dalla situazione di caos negli aeroporti: «Ci hanno cancellato 38 voli in 36 ore», e posso solo immaginare le difficoltà del festival, cui partecipano decine di ospiti da tutto il mondo, a far quadrare tutto.

«Buonasera, benvenuti, sono la signora Mara». Comincia così New Creations, il lavoro ideato da Anna Karasinska, rimasta per alcuni mesi in residenza a Santarcangelo. La regista polacca ha deciso di coinvolgere alcuni abitanti che vivono nei dintorni, facendo raccontare loro ricordi ed esperienze personali, con l’idea di creare uno spazio di condivisione. L’idea è semplice, ma funziona. La signora Mara racconta i suoi ricordi di famiglia legati al cementificio: «Ho pensato di esibirmi nei panni di mia madre Leda», e per farlo indossa un vestito della mamma. Ripercorre gli anni della guerra, prima che lei nascesse, quando il padre aveva trovato un lavoro sicuro al cementificio, e quando poi, durante i bombardamenti, proprio il complesso industriale era uno dei pochi luoghi in cui rifugiarsi. Intervengono poi un ragazzo egiziano che ha partecipato alle proteste del 2011, una donna peruviana che racconta la difficoltà di abbandonare il proprio Paese e dire addio alla madre, senza sapere se si sarebbero riviste, le parole di un bracciante ghanese, lette da alcuni spettatori chiamati sul palco. La memoria storica di questo luogo si mescola alle storie di vita dei nuovi abitanti, in una narrazione emozionante.

Fin dall’inizio, una delle grandi intuizioni del festival di Santarcangelo è stata quella di coinvolgere la cittadinanza in tutti gli aspetti dell’evento. Alcuni tra i progetti più memorabili visti in questi anni vedevano parte della popolazione di Santarcangelo come attori e performer, con risultati secondo me incredibili. Uno dei progetti più geniali mai visti (al mondo) è Azdora, un gruppo di anziane massaie romagnole che, guidate dal regista svedese Markus Öhrn e dalla cantante della band OvO, Stefania Alos Pedretti, si sono esibite in un concerto black metal, hanno inaugurato un’edizione del festival lanciando molotov, hanno viaggiato fino in Lapponia per un rito funebre dedicato alla nonna del regista, nel frattempo insegnando agli abitanti del piccolo villaggio svedese a fare la pasta fresca. Un altro esempio secondo me riuscitissimo è Lighter Than Woman, della regista estone Kristina Norman, che in uno spettacolo a metà tra la performance teatrale e il documentario raccontava la vita di alcune donne residenti a Santarcangelo, tutte provenienti dall’area ex sovietica, definite solo in base al proprio lavoro di badanti e restituite alla loro umanità e complessità.

Come spiega Alice Parma, sindaca di Santarcangelo al secondo mandato, «il festival e Santarcangelo sono importanti reciprocamente, la dimensione della città fa sì che la capacità così dirompente e innovativa del festival acquisti qui un valore diverso. Tutti gli abitanti del festival, gli artisti, i curatori, gli operatori culturali che arrivano da tutto il mondo, non possono fare a meno di confrontarsi e scontrarsi con la città. E come abitanti ci confrontiamo con i temi messi in campo dagli artisti, su cui ogni volta si crea dibattito, e questo accade da sempre. È una caratteristica imprescindibile, anche verso il festival, che riesce a innovarsi e a rimanere un punto di riferimento per la ricerca artistica proprio perché c’è anche una città che lo stimola. La critica è un elemento molto presente dentro l’evoluzione del festival».

Uno spazio come quello dell’ex cementificio Buzzi Unicem evidenzia un altro degli aspetti fondamentali del festival di Santarcangelo: «Il festival disegna e ricostruisce anche dal punto di vista urbanistico gli spazi della città», continua Alice Parma, «gli artisti hanno rifunzionalizzato spazi della città che non erano nell’immaginario dell’amministrazione». La prima edizione del festival è del 1971 e nasce dalla forte spinta di un gruppo di giovani amministratori legati al Pci, tra cui il sindaco Romeo Donati. Fin dall’inizio, lo scopo di questo festival del teatro in una città senza teatro è stato quello di riscoprire luoghi e spazi, a cominciare da un centro storico all’epoca trascurato e poco abitato, che oggi è un gioiello curatissimo. Il festival ha allargato la sua azione sempre di più, spostandosi nei paesini vicini, in aree post industriali, nel centro di Rimini come in tutta la provincia. I Mutoid Waste Company, la compagnia cyberpunk inglese che esibisce con enormi macchine e sculture costruite con pezzi di metallo recuperati, è stata invitata al festival nel 1991 e da quel momento ha deciso di insediarsi a Santarcangelo, creando il proprio villaggio sulla riva del fiume Marecchia (la loro storia assurda è raccontata in questo libro).

Nel frattempo torniamo nel centro cittadino, nello spazio adibito ai concerti allo Sferisterio. Il festival, che ha sempre incoraggiato la contaminazione tra arti, da anni propone un programma musicale parallelo, il cui direttore artistico nelle ultime due edizioni è Chris Angiolini, fondatore del club Bronson. Tra gli ospiti di quest’anno ci sono la cantante italo-colombiana Joan Thiele, il duo di madre e figlia Blind & Lame, gli Wow, l’interessantissima Nava. Ma ora siamo qui perché sul palco stanno per salire i Siksa.

.

.

La band di Gniezno è un’esplosione di gioiosa follia, punk più che mai. Per prima cosa la cantante Alex Freiheit impone al pubblico di togliere tutte le sedie dalle prime file. «Se ci dicono qualcosa, visto che questo è un festival di teatro diremo che fa tutto parte della performance», dice mentre scende tra il pubblico e sul palco resterà solo, per tutto lo show, il bassista Buri. Il concerto dei Siksa è in realtà una sorta di melodramma, un intero spettacolo recitato e cantato in polacco, che Alex introduce brevemente in inglese. Da quel che ho capito, c’è sicuramente un cavallo, ci sono delle talpe e un topo. Alex imita gli animali, galoppa e sbuffa quando impersona il cavallo, canta quasi in falsetto, rappa abbassando la voce di due ottave, urla, passa al growl, tutto questo correndo in mezzo al pubblico, salendo sulle sedie, saltando per tutto il tempo, mentre il Rickenbacker di Buri macina riff pesantissimi dal sapore punk e metal. Il concerto si chiude con Alex che guida un trenino, con tutti i fan al seguito, portando il pubblico a invadere gli spazi fuori dall’area dedicata al concerto. Un meraviglioso delirio, in cui mancava solo (e sinceramente ormai ci speravo) il wall of death.

Ma la serata è appena cominciata. Dopo mezzanotte, piano piano il centro si svuota, c’è chi addenta l’ultimo trancio di pizza, chi recupera una felpa perché queste sere fa più fresco. E poi una rilassata processione di dirige verso Imbosco. Il centro della cittadina è dietro di noi, si imbocca un sentiero di sassi segnalato da luci e insegne luminose, e ci si addentra nella selva, tra gli alberi. Dopo un po’ sulla sinistra si apre l’estesissimo parco Baden Powell (un altro luogo riscoperto proprio grazie al festival), con un grande tendone da circo al centro. Ci si ritrova tutti lì, a una certa ora: gli artisti, i tecnici, i molti spettatori venuti per assistere agli spettacoli, i volontari, lo staff del festival, i giornalisti, giovani compagnie di amici che si spostano dalla Riviera perché qui si offre una più ghiotta e colta occasione di rimorchio (siamo pur sempre in Romagna). Ci si mescola, si balla, si chiacchiera, si limona, si ritrovano vecchie conoscenze che non si vedevano da tempo. In due occasioni diverse in questi giorni sullo stage all’interno del tendone ascolto il dj set pestato di Ehua, la sera successiva invece l’atmosfera di Merende è più distesa: c’è uno spazio per farsi tatuare, dei materassi su cui farsi massaggiare, un angolo lettura, è possibile farsi leggere le carte e predire il futuro. La festa continua fino all’alba, la cosa più difficile è decidere di andarsene a dormire.

Merende @pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

Merende @pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

Dopo un risveglio faticoso, un brunch con piadina e birra, la giornata ricomincia. Nel pomeriggio c’è un incontro, uno di quelli dedicati agli addetti ai lavori, sul tema dell’arte come forma di resistenza, coordinato dalla mia collega al Manifesto Lucrezia Ercolani. Tra gli ospiti ci sono i collettivi di Siamo Ovunque, c’è l’artista brasiliana Gabriela Carneiro da Cunha, che ha realizzato il suo spettacolo a partire da un lavoro durato anni insieme agli indios dell’Amazzonia (ci torno tra un attimo), c’è il performer Igor Shugaleev, scappato dalla Bielorussia e rifugiatosi a vivere e a lavorare in Polonia. Si parla di finanziamenti negati, di persecuzioni, di censura.

Viene coinvolto anche Tomasz Kirenczuk, il direttore artistico del festival fino al 2024, succeduto ai Motus che hanno diretto la doppia edizione del cinquantenario. Kirenczuk, 38 anni, è fondatore di Teatr Nowy, un importante centro di produzione a Cracovia, e in carriera ha subito diversi tentativi di pressione e censura da parte del governo polacco. «La cosa che mi preoccupa di più è che c’è tanta autocensura», racconta, «siamo arrivati a un punto in cui ci blocchiamo da soli, perché sappiamo che questa cosa non si può fare o che quest’altra sarebbe problematica. Siamo arrivati a toglierci la libertà da soli, e questo rende ancora più difficile la situazione per l’arte».

Gabriela Carneiro da Cunha – Santarcangelo Festival 2022

Gabriele Carneiro @pietrobertora Santarcangelo Festival 2022

Con Tomasz ci eravamo conosciuti l’anno scorso, subito dopo il trasferimento dalla Polonia per l’inizio del suo mandato. Noto che sono molti gli artisti provenienti dal suo Paese in questa prima edizione da lui curata: oltre ad Anna Karasinska e ai Siksa, della Polish gang fanno parte anche Maria Magdalena Kozlowska (che in realtà vive nei Paesi Bassi), Alex Baczynski-Jenkins, Pawel Sakowicz, oltre al già citato Igor Shugaleev, ormai polacco acquisito. «Per me era molto importante presentare artisti del mio Paese», spiega Tomasz Kirenczuk, «le mie scelte artistiche sono ovviamente connesse con la mia esperienza e con il background culturale, storico ed estetico in cui sono cresciuto. Con questa scelta volevo anche mostrare un’altra prospettiva verso il mio Paese. La Polonia non è solo quella che il suo governo vorrebbe imporre. Ci sono tante realtà bellissime e meritevoli, artisti che provano a ribaltare la situazione di difficoltà, e lo fanno con uno sforzo enorme perché spesso i finanziamenti sono nelle mani del potere, che vuole controllare e indirizzare il loro lavoro». Quanto alle idee che guidano il programma di eventi, che trattano di ambiente, di femminismo, di queerness, «a me interessano sempre le tematiche politiche, perché credo che un festival come questo sia in sé un atto politico».

Uno degli spettacoli più riusciti in questo senso è Altamira 2042, della regista e performer brasiliana Gabriela Carneiro da Cunha. La regista da diversi anni torna in Amazzonia, nella città di Altamira, crocevia vicino a cui è in costruzione una diga, la terza più grande al mondo, che renderà impossibile la vita delle popolazioni indigenere che vivono grazie al fiume Xingu. Veniamo condotti e fatti sedere per terra in una stanza buia, illuminata solo dai led colorati che decorano le casse stereo sparse sul pavimento. In pochi istanti, il verso degli uccelli, il suono delle acque ci trasportano nel mezzo della foresta in pericolo. Lo spettacolo è un capolavoro che si muove tra distopia futurista, documentario, una performance perfetta in ogni dettaglio, dalle luci al sound design, che si chiude con un’azione collettiva, l’unica che forse ci può salvare. Per ultimo, appare sul fondale una scritta, che chiede giustizia per il giornalista inglese Dom Phillips e l’esperto indigenista brasiliano Bruno Pereira Araujo. È un lavoro commovente, di un’intensità e di una compiutezza davvero sorprendenti. C’è tutto, la politica, la lotta per l’ambiente, la ricerca di un linguaggio nuovo, che vuole essere il più lontano possibile dall’antropocentrismo.

È per vedere cose come questa che si viene a Santarcangelo. Succede ogni volta: c’è sempre quello spettacolo che, anche se ancora non lo sappiamo, ci resterà dentro, cambierà in modo profondissimo il nostro modo di vedere il mondo, influenzerà il nostro modo di agire e di stare al mondo. È per questo che qui tutti non vedono l’ora di tornare.

Iscriviti