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Il TuttoRoma: nessuno tocchi le portinerie del quartiere Africano

La decima puntata della nostra serie sui quartieri della capitale, visti con equidistanza. L’Africano: luogo dell'anima in cui trovare un mondo immobilizzato fuori dal tempo, tra lacche per capelli, riproduzioni di Lourdes, la paura del parkour e un sexy shop che ricorda il ripostiglio di uno zio un po’ sporcaccione

Uno dei templi innalzati alle divinità portinaie. Foto di Giovanni De Stefano

Il quartiere Africano è un luogo dell’anima di tua nonna. Anzi, per la precisione, è come se casa di tua nonna fosse stata allargata alla dimensione di quartiere e a ogni parte di esso — piazza, via, vetrina, panchina — corrispondesse una stanza, un mobile, una suppellettile, una presina.

Tutti dovrebbero avere, per legge, una dimora di parente anziana dove tornare la domenica a espiare le colpe della propria superficiale, vanagloriosa modernità. L’Africano è quella dimora per chi non ce l’ha o non ce l’ha più. È una casa materna a Roma per chi la mamma ce l’ha in un’altra città o in un posto migliore. È sano immobilismo davanti alla corsa dissennata della vita. È un pisolino pomeridiano in un mondo a orario continuato.

Si tratta di un quartiere molto signorile e rispettabile, di quelli che, se ci vieni con la voglia di divertirti, ti supplicano di non rompere niente e, quando hai finito, di mettere apposto la palla. È preciso e affidabile: usa il punto e virgola negli sms e non fa storie, soprattutto su Instagram, quando capisce che è il momento di stringere la cinghia e risuolare le Hogan.

L’imprinting colonialista che ispirò l’odonomastica del quartiere continua nell’entusiasmo con cui alcuni degli abitanti spostano i suoi confini fino ad annettergli zone limitrofe, come quella di piazza Vescovio. O neppure tanto adiacenti, come avviene nella mente del blogger, che temerariamente include perfino il Piper di via Tagliamento tra le glorie dell’Africano e impagina come copertina addirittura piazza Mincio. Il che, agli occhi di un abitante del Coppedé, l’enclave di quartiere Trieste di cui piazza Mincio è il gioiello, appare stravagante almeno quanto può esserlo sembrato, alle orecchie di un napoletano o di una qualunque persona ragionevole, scritturare Alba Rohrwacher come voce narrante dell’Amica geniale, serie tv tutta in napoletano stretto.

Eppure i confini dell’Africano sono quantomai precisi, compresi come sono nelle vie chiamate con nomi di località africane, ben più esotiche da leggere su Tuttocittà (qui ancora preferito a Google Maps) che da percorrere a piedi, anche perché sono perlopiù identiche a quelle di molti altri quartieri di Roma, se non fosse che i loro suoni riempiono la bocca di glorie illusorie quanto roboanti: piazza Addis Abeba, via Mogadiscio, via Tripolitania, piazza Gimma, via Cirenaica.

La parete attrezzata a grotta di Lourdes + bar a Sant’Agnese fuori le mura. Foto di Giovanni De Stefano

La zona è polverosa ma funzionale; un affidabile, piccolo frigo custode, però, di teglie abbondanti, casomai dimagrisci. L’Africano chiude alle 14 e riapre alle 16, dopo il Famoso pisolino. Ma ci torni sempre perché hai delle comodità che altrove non hai. Tutto è robusto e a portata di mano, come un telecomando universale Meliconi posato su un tavolino, accanto alla poltrona. Prendi l’ergonomia del complesso di Sant’Agnese fuori le mura, che offre, appena entrati, la sua parete attrezzata: sotto una replica della grotta di Lourdes, sopra il bar.

All’Africano non succede quasi nulla da molti anni, al punto che l’evento più importante della storia recente risale al 30 gennaio 2013 e fu lo scoppio di una tubatura in piazza Sant’Emerenziana, producente il geyser alto 20 metri che ancora oggi cannibalizza, su Google Immagini, le ricerche iconografiche sulla zona. Uno dei momenti più emozionanti della giornata è quando si riunisce la banda del parkour di piazza Annibaliano e si esibisce in capriole davanti alle famigliole esterrefatte, che imprecano per la paura e subito coprono gli occhi dei bambini, raccomandando loro di non ripetere a casa né piroette né invettive. L’apertura delle due stazioni locali della metropolitana B1 ha inciso poco sulle abitudini degli abitanti: ne ha solo migliorato parzialmente la mobilità, come può fare una vasca da bagno con sportello laterale o un montascale elettrico con sedile. La metro ha tutt’al più elevato la street credibility del quartiere di quel minimo sindacale che vi ha permesso la realizzazione di un murale con citazione di Lidia Ravera, scrittrice e assessore alla cultura della Regione.

Momenti di trasgressione formato famiglia con il parkour di piazza Annibaliano. Foto di Giovanni De Stefano

All’Africano, infatti, non esiste il concetto di moda. Forse, a pensarci bene, non esiste proprio il concetto di spaziotempo. Ma com’è dolce abbandonarsi alla singolarità gravitazionale per cui, più vai avanti su via Tripoli, e più si avvicinano gli anni ‘50, in un prequel di Interstellar in cui, comunque vada, in qualunque momento, un bus 80 express può trasportarti a Porta di Roma e al 2018. Per questo è difficile dare torto alla residente media, quando non si capacita perché, se Carla Fracci può ancora permettersi balletti relativamente movimentati, qui si debbano cambiare le prese di corrente o l’arredo urbano. Ovunque, odore di lacca per capelli e di acqua di colonia Roger Gallet.
Alcune vetrine di viale Libia propongono gli stessi bellissimi maglioni con scollo a vù dal 1983, allo stesso modo in cui certe cassepanche conservano per decenni i migliori capi degli anni d’oro dei propri genitori, fino a che non riesci a riempirli o tornano di moda. L’economia qui è basata sul Montgomery e sei additato con sospetto se lo indossi con un alamaro disallacciato, e diventi un tipo losco con due.

Filiali di negozi onnipresenti sul territorio nazionale, all’Africano conoscono declinazioni del tutto particolari. In viale Libia, Tiger non è stato ricevuto tanto come l’ennesima iterazione di un negozio di paccottiglia danese, quanto come la versione calpestabile di un catalogo Euronova. La Upim poco più avanti, una delle ultime rimaste in attività, è come un vecchio cassettone dove, scartabellando, trovi vestiti vecchi ma mettibilissimi.

Anche i vizi hanno una loro dimensione peculiare, cristianamente assolutoria. In questa parte di Roma i nonni si affollano davanti alla vetrina di Intimissimi perché a una certa età — e senza social media — ci si accontenta pure di Sarah Jessica Parker. Più addentro l’intrico delle traverse, il sexy shop automatico il Vizietto è il ripostiglio di uno zio ancora signorino e un po’ sporcaccione che tende a lasciare in giro qualche gadget di troppo per non tirargli l’orecchio, intimandogli, la prossima volta, di chiudere almeno a chiave.

Uno storico abitante del quartiere Africano al termine di un vigoroso aperitivo in via Tripolitania. Foto di Giovanni De Stefano

Rocco Giocattoli, invece, è la camera dei giochi di una volta, dove Sapientino vince ancora a mani basse contro la PlayStation, che qui non è gradita. Nella sezione dedicata ai giochi in scatola, Occhio alla nonna, una specie di Pirata Pop-Up, ha come sottotitolo: “Vincerai il biscotto o sveglierai la nonna?”, che è più o meno l’abstract di ogni pomeriggio negli immediati dintorni. Un’intera parete è dedicata alle Sylvanian families, casate di topi, castori, conigli o altri animali prolifici, di cui non colpisce certo che siano antropomorfizzate e vestite di tutto punto, ma che siano tanto numerose, che abbiano bisogno di un pulmino per la logistica dell’intero nucleo familiare. Ai loro antipodi ci sono le confezioni di bambole Småland, quasi sbeffeggiate, relegate in un angolo dello scaffale di fronte: giocattoli svedesi monodose con mamme single, bambini sfusi o gatti autosufficienti, non vendibili separatamente da una sensazione di afflizione, con la solitudine in omaggio. Africano 1 — Stoccolma 0.

Uno dei migliori manifesti programmatici del quartiere è l’Eurostore di via Tigré, un Unieuro dove raramente c’è qualcosa di nuovo, ma dove torni lo stesso per godere di rari piaceri tecnologici low-fi. Appena entri, intanto, il pavimento profuma orgogliosamente di spirito. I ferri da stiro qui si prendono una bella rivincita sugli smartphone, e che schiaffi morali danno gli asciugacapelli ai televisori, relegati in un angolo buio, come se per essere felici, per una volta, o tutta la vita, potessero bastare un sedici pollici Mivar e uno Scaldasonno Imetec. Le cuffie Beats del quartiere Africano, per vendere, dovrebbero essere ribrandizzate Amplifon. Fanno tenerezza i telefoni Brondi, dai tasti che occupano lo spazio di almeno quattro icone di app. Se vieni con un iPhone, le commesse, affettuose come bidelle di una materna di trent’anni fa, ti trattano come il nipote scapestrato, ma tutto sommato accettabile, di un’amica che un po’ compiangono e un po’ denigrano, grazie alla distanza prospettica che addolcisce anche la disgrazia più grave, se capita a un’altra famiglia.

Come altri, molto più di altri, l’Africano è un quartiere che vive del ricordo di una grandezza trascorsa non particolarmente irraggiungibile o mitica, ma potenzialmente ripetibile, fatta di famiglie numerose e unite. Anche se oggi questa grandezza non sembra più praticabile, un domani potrebbe tornare a esserlo e questi palazzi a forma di palazzo saranno qui ad aspettarla. I suoi simulacri di passato più riveriti, per questo, sono le portinerie vuote: documento del prestigio passato, che aveva obbligato gli architetti a prevedere quello spazio, oggi deserto, e al tempo stesso promessa di un futuro in cui potrebbe tornare necessario. Quei templi, dedicati a divinità portinaie che qualcuno deve aver fatto irritare e messo in fuga, contengono altarini, con tanto di offerte votive — libri, palette, effigi dei numi tutelari in livrea — innalzati al tempo e al potere d’acquisto perduti.

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