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Gli anni perduti e gli ultimi giorni di David Foster Wallace

È stato il più grande scrittore della sua generazione, e anche il più tormentato; nessuno sapeva trasmettere come lui cosa significa essere vivi nel mondo contemporaneo. Familiari, amici e colleghi raccontano la lunga lotta di una mente meravigliosa

Wallace era alto quasi un metro e novanta e quando era in forma pesava novanta chili. Portava occhiali rotondi e una bandana legata sulla nuca che gli dava un aspetto a metà tra il pirata e la casalinga. Portava sempre i capelli lunghi. Aveva gli occhi scuri, la voce dolce, il mento sporgente e un arco di Cupido molto pronunciato che faceva della bocca il lineamento più bello del suo viso. Camminava con un’andatura da ex atleta, con una rullata del piede che partiva dal tallone, come se qualsiasi attività fisica fosse piacevole. David Foster Wallace ha saputo dare una prospettiva nuova e sorprendente a qualsiasi cosa: ai romanzi, al giornalismo, alle vacanze. La sua vita è stata una caccia alle informazioni, una costante ricerca dei come e dei perché. «Oggi ho ricevuto qualcosa come 500.000 informazioni», disse una volta, «di cui forse quelle rilevanti sono 25. Il mio lavoro è provare a dargli un senso». Voleva scrivere «di cosa si prova a vivere, invece di scrivere come sollievo da quello che si prova a vivere». I lettori si sono accoccolati negli angoli e nelle radure del suo stile: nel suo umorismo, nella sua genialità, nella sua umanità.

La sua vita è stata una mappa con una destinazione sbagliata. Alle scuole superiori, Wallace ha giocato a football e tennis ed è stato studente modello, prima di laurearsi all’Amherst College aveva già scritto una tesi in filosofia e un romanzo, ha frequentato una scuola di scrittura, pubblicato il suo romanzo, è riuscito a far innamorare follemente di lui una folla di editori e scrittori scatenati, feroci e spietati. Ha pubblicato un romanzo di mille pagine, ricevuto l’unico premio che puoi vincere negli Stati Uniti se sei un genio, ha scritto pezzi che sanno trasmettere come nient’altro cosa significa essere vivi nel mondo contemporaneo, ha accettato una cattedra speciale in scrittura creativa al Pomona College, in California, si è sposato, ha pubblicato un altro libro e, il mese scorso, all’età di quarantasei anni, si è impiccato.

«Di David Foster Wallace si dovrebbe solo dire che di talenti come il suo ne nascono uno ogni cento anni», ha detto il suo amico ed editor Colin Harrison. «Nel corso delle nostre vite non vedremo mai uno come lui, lo dico forte e chiaro. Era una cometa che volava a livello del suolo».

Infinite Jest, il romanzo di dimensioni bibliche del 1996 che ha dato origine a libri di interpretazione e commento come Understanding David Foster Wallace, è un libro che i suoi amici avrebbero voluto scrivere e per il quale avrebbero fatto la fila in libreria. Per molti anni ha sofferto di depressione, ma questa informazione era riservata solo ai familiari e agli amici più stretti. «Credo che non sia mai riuscito a superare l’idea che l’essere depressi fosse una cosa di cui vergognarsi», racconta suo padre. «Lo nascondeva istintivamente».

Dopo la sua morte, il 12 settembre 2008, i lettori hanno invaso il web con ringraziamenti e omaggi alla sua generosità e alla sua intelligenza. «Ma Dave non era un santo», dice Jonathan Franzen, migliore amico di Wallace e autore di Le Correzioni. «Il paradosso di Dave è proprio quello: più ti avvicini, più il quadro diventa oscuro, ma non puoi fare a meno di amarlo in modo spassionato. Solo conoscendolo meglio riuscivi a capire quale lotta eroica fosse per lui non solo far parte del mondo, ma anche scrivere cose così straordinarie».

David era cresciuto a Champaign, in Illinois. Il padre Jim insegnava filosofia all’Università dell’Illinois. La madre, Sally, era una docente di inglese al college della città. Era una famiglia di accademici, un ambiente composto e rispettoso: giochi di parole in macchina, stanze ordinate, la libreria come fulcro della casa. «Ho dei ricordi d’infanzia molto strani», mi ha raccontato Wallace nel 1996 durante una serie di interviste. «Ricordo i miei genitori che si leggevano a voce alta l’Ulisse nel letto, tenendosi per mano, condividendo un amore intenso per qualcosa». Sally odiava arrabbiarsi, le ci volevano giorni per riprendersi da una sgridata. E quindi la famiglia aveva creato una specie di sistema di comunicazione interna per gestire i conflitti. Quando la madre doveva essere severa, scriveva una lettera. Quando David voleva fortemente ottenere qualcosa – andare a letto più tardi, un aumento della paghetta – faceva scivolare una lettera sotto la porta della camera dei genitori.

David era l’inquietante, perfetta combinazione delle abilità dei due genitori. I titoli dei libri del padre – Ethical Norms, Particular Cases – hanno una straordinaria assonanza con i titoli dei racconti di Wallace. La voce dello scrittore deve molto a quella della madre, che nel suo libro Practically Painless English aveva usato espressioni come “perire dal caldo” per dire “molto caldo”, aveva coniato la parola “snoof” per “parlare nel sonno”, e invece di “andare a dormire” diceva “dare sollievo allo scheletro”. Il titolo stesso del libro suona proprio come una delle trovate ironiche di Wallace. «Sia io che David abbiamo un debito enorme nei confronti di nostra madre», racconta la sorella Amy, di due anni più giovane. «Lei ha un modo di parlare che non ho sentito mai altrove».

Sin dall’infanzia, David era stato «molto fragile», per dirla con parole sue. Amava la TV e si entusiasmava a guardare Batman o Wild Wild West. (I suoi genitori avevano una regola stretta per i programmi dai contenuti “forti”: non più di uno a settimana). David riusciva a memorizzare tutti i dialoghi di una puntata e sapeva prevedere, come una specie di meteorologo della trama, cosa sarebbe successo ai personaggi. Nessuno vide in lui un genio, né fu trattato come tale, ma quando all’età di 14 anni David chiese al padre quale fosse il suo lavoro, Jim si sedette con lui a tavolino e lo iniziò al dialogo socratico. «Rimasi sbalordito di quanto raffinata fosse la sua comprensione», racconta Jim. «E in quel momento ho capito che era davvero straordinariamente intelligente».

David era un ragazzo robusto. Fino a 12-13 anni ha giocato a football come quarterback, e gli piaceva parlare come un atleta, storpiando le parole. «Da piccolo ero il prototipo di studente atleta che prende molto sul serio lo sport», mi disse. «Non avevo alcuna ambizione artistica. Giocavo a football a livello locale ed ero parecchio bravo. Poi andai alle medie, e lì c’erano due ragazzi più forti di me, e anche loro erano quarterback. Il gioco iniziò a farsi molto più duro e capii che picchiare la gente non mi piaceva molto. Fu una delusione grandissima». Dopo il primo giorno di allenamento all’Urbana High School, tornò a casa e disse che avrebbe mollato. Ai genitori dette due spiegazioni: gli allenamenti erano tutti i giorni e gli allenatori erano molto sboccati.

Aveva già anche provato il tennis. «L’ho scoperto da solo», raccontò Wallace, «prendevo lezioni al parco pubblico. Per cinque anni ho tentato davvero di arrivare a livello professionista. Non ero molto aggraziato, ma battermi era difficile. Lo so, sembra arrogante, ma è la verità». Sul campo gli piaceva fare un po’ di scena. Prima della gara diceva agli avversari: «Grazie di essere venuto, ma so benissimo che mi straccerai».

Compiuti i 14 anni, sentiva di poter arrivare alle fasi nazionali. «Avevo davvero la possibilità di entrare nelle giovanili nazionali. Ma proprio quando c’era in ballo qualcosa di importante, iniziai a sentirmi schiacciato. Più hai paura e peggio giochi». E poi erano gli anni Settanta, quelli dei Pink Floyd e dei bong. «Verso i 15-16 anni iniziai a fumarmi un sacco di canne, e allenarsi iniziò a diventare difficile». Si mise a ridere. «Non ti rimane molta energia».

Fu più o meno in quel periodo che la famiglia Wallace notò qualcosa di strano in David. Iniziò a fare richieste strampalate, come dipingere di nero le pareti della sua stanza. Era sempre arrabbiato con la sorella, e a 16 anni si rifiutò di partecipare al suo compleanno. «Perché dovrei voler festeggiare il suo compleanno?» chiese ai genitori.

«David iniziò ad avere attacchi di ansia durante le superiori», ricorda il padre. «Notai i sintomi, ma ero proprio ignorante in merito. La depressione sembrò prendere la forma di uno spirito maligno che lo perseguitava». Sally arrivò a definirla «il buco nero coi denti». David si chiuse in se stesso. «Durante i primi anni di superiori non faceva altro che vomitare», ricorda la sorella. Una delle pareti della sua stanza aveva una bacheca di sughero dove aveva appeso foto di star del tennis ritagliate da riviste. David attaccò al muro un articolo su Kafka dal titolo: La malattia era la vita stessa.

«Detestavo la vista di quelle parole», mi racconta la sorella piangendo. «Sembravano la sintesi della sua esistenza. Non riuscivamo a capire perché si comportasse in quel modo, e quindi ovviamente i miei genitori diventarono esasperati, in modo amorevole, ma esasperati».

David si diplomò con il massimo dei voti. Qualsiasi fosse stato l’uragano che lo aveva sconvolto, aveva sradicato gli alberi per poi andare oltre. Decise di iscriversi all’Amherst College, lo stesso che aveva frequentato il padre. I genitori gli dissero che avrebbe apprezzato l’autunno del Berkshire. E invece gli mancava casa sua, le fattorie e l’orizzonte piatto, le strade che si allungavano verso il nulla. «È autunno», scrisse David. «Le montagne sono carine, ma il paesaggio non è bello come quello dell’Illinois».

Wallace disfò i bagagli ad Amherst nell’autunno del 1980: Reagan stava arrivando, gli anni Settanta erano stati capovolti, dilagava la cultura preppy. David si era portato un completo. «Era uno di quei completi da grandi magazzini, di quelli con la cravatta con la fantasia scozzese», racconta Mark Costello, compagno di stanza del college e amico stretto di Wallace, che come lui sarebbe diventato uno scrittore di successo. «Quelli che arrivavano all’Amherst dalle scuole preparatorie private si vestivano sempre in modo più casual. Nessuno si era portato un completo. Era un tipico esempio della mentalità dei Wallace, convinti che spostarsi a est fosse una cosa seria e che non si doveva fare brutta figura. La mia prima impressione fu che fosse completamente fuori dal tempo».

Costello veniva dalla classe operaia del Massachusetts: sette fratelli, famiglia cattolica di origine irlandese. Con Wallace ci fu subito un’intesa. «Né io né lui rientravamo nel modello Gatsby», racconta Costello. Proprio ad Amherst David perfezionò lo stile che lo avrebbe caratterizzato per il resto della sua vita: dolcevita, felpe con il cappuccio, grandi scarpe da basket. Il look dei ragazzi che stanno in strada e che in Illinois vengono chiamati Dirt Bombs. «Il risultato fu un personaggio tipo giocatore di tennis, un po’ ribelle ma anche un po’ trasandato», racconta Costello. Wallace era anche incredibilmente arguto e di buona compagnia, anche solo per una passeggiata. «Ho sempre desiderato essere un imitatore», mi ha raccontato David, «ma non ho mai avuto la voce né la gamma di espressioni facciali adatte per esserlo». Quando attraversavano il campus, iniziava il “Dave show”. Si metteva a descrivere la gente, come camminava, parlava, inclinava la testa, a descriverne la vita. «Ha sempre capito le persone», ricorda Costello. «Dave aveva proprio la capacità di entrare nei panni di un altro».

Osservare le persone da lontano, ovviamente, è anche un modo per evitarle da vicino. «Al college ero davvero un secchione, mi ammazzavo di studio», mi disse Wallace. «Ero proprio spaventato dalle persone. Ad esempio, per andare nella sala TV dello studentato a guardare Hill Street giorno e notte mi dovevo fare coraggio, mi sforzavo perché quello show era importante per me».

Un pomeriggio, nell’aprile del secondo anno, Costello tornò in studentato nella stanza che condividevano e trovò Wallace seduto sulla sua sedia. Scrivania vuota e bagagli fatti. David aveva persino messo via la macchina da scrivere, che da sola pesava più di tutti i vestiti messi insieme.

«Dave, che succede?» gli chiese Costello. «Mi dispiace, mi dispiace tantissimo», disse Wallace. «Lo so, ti sto mettendo nei casini».

Stava lasciando il college. Costello lo accompagnò all’aeroporto. «Non riusciva a parlarne», ricorda Costello. «Piangeva, era mortificato. Era completamente nel panico. Non riusciva a controllare i pensieri. Era una sorta di incontinenza mentale, come farsela nei pantaloni».

«Non ero molto felice lì», mi ha detto in seguito Wallace. «Mi sentivo inadeguato. Volevo leggere un sacco di roba che non era inclusa in nessun programma. E per i miei genitori la cosa non era un problema».

Al suo ritorno a casa, David venne ricoverato, dette spiegazioni alla famiglia, iniziò a lavorare. Per un po’ fece il conducente di scuolabus. «Era una sorta di giovane Holden, un ragazzo un po’ instabile che guidava uno scuolabus in mezzo a temporali e fulmini», dice Costello. «Mi scrisse una lettera furiosa dove mi raccontava che i conducenti di scuolabus dell’Illinois centrale erano scelti in modo davvero discutibile, con pochi controlli». Wallace iniziò a seguire le lezioni di filosofia del padre. «Le lezioni diventavano un dialogo tra me e David», ricorda. «Gli studenti si guardavano intorno e si chiedevano chi fosse quel tizio». Wallace iniziò a divorare romanzi. «La quasi totalità di quello che ho letto, l’ho letto in quell’anno». Raccontò anche ai genitori come si era sentito al college. «Ci parlava di quanto si era sentito triste e solo», racconta Sally. «Il fatto che fosse amato o meno non aveva importanza. Era una solitudine profonda quella che sentiva dentro».

Ritornò ad Amherst in autunno, nella stessa stanza condivisa con Costello, scosso ma temprato. «Nella sua testa certe cose erano state distrutte», dice Costello. «Durante la prima metà della sua carriera universitaria cercò di essere una persona normale. Si era iscritto al gruppo di discussione, era uno di quelli che sapeva che avrebbe avuto successo». Wallace gli aveva parlato dell’idea di entrare in politica. Costello ricorda che David gli diceva scherzando: «Nessuno voterà mai un tizio che è stato in manicomio». Il fatto che la sua vita avesse subìto quello scossone sembrava aver ridotto il ventaglio di opzioni che gli si presentavano, e così le possibilità che gli rimanevano acquisirono più concretezza. In una lettera indirizzata a Costello scrisse: «Voglio scrivere libri che la gente leggerà per i prossimi cento anni».

Tornato al college, non parlò mai molto del suo crollo psicologico. «Era imbarazzante e personale», racconta Costello. «Non era un argomento su cui scherzare». Wallace lo vedeva come un fallimento, qualcosa che non aveva saputo controllare. Iniziò a stabilire una routine quotidiana. Era il primo a fare la fila alla mensa per la cena; dopo aver mangiato, si beveva un caffè con dentro del tè, andava a studiare in biblioteca fino alle undici, poi tornava in camera, si guardava una puntata di Hawaii Five-O, poi a mezzanotte prendeva un sorso dalla sua bottiglia di scotch. E quando non riusciva a spegnere il cervello, diceva: «Sai che c’è? Credo che stasera sia una di quelle in cui mi servono due shot». Buttava giù un altro sorso e andava a dormire.

Nel 1984 Costello decise di frequentare un corso di giurisprudenza alla Yale. Wallace passò da solo il suo quarto anno. Prese una doppia specializzazione, in inglese e in filosofia, il che implicava due grandi tesi da scrivere. Per filosofia scelse logica modale. «Sembrava davvero difficile ed ero molto spaventato», ha raccontato. «Quindi decisi che avrei scritto una sorta di romanzo scherzoso di cento pagine». Lo scrisse in cinque mesi, e alla fine le pagine erano diventate settecento. Lo intitolò La scopa del sistema.

Wallace pubblicò le sue storie nella rivista letteraria dell’Amherst. Una parlava di depressione e dei farmaci ansiolitici triciclici che aveva usato per due mesi. Quelle medicine «mi facevano sentire come se fossi strafatto e mi trovassi all’inferno», mi disse. La storia parlava dell’aspetto infernale:

Diventi tu stesso la malattia… Te ne rendi conto… quando guardi il buco nero e vedi che indossa la tua faccia. È lì che la Cosa Cattiva ti divora per intero, o meglio quando tu stesso inizi a divorarti. È il momento in cui ti uccidi. Tutta questa storia della gente che si suicida quando è «gravemente depressa»… diciamo: «Santo cielo, dobbiamo fare qualcosa perché non si uccidano!» Ma è sbagliato. Perché quella gente, come capite, a quel punto si è già uccisa… Quando «si uccidono» in realtà non fanno altro che mettere ordine.

Non fu solo la stesura di quel romanzo a far capire a Wallace che il suo futuro sarebbe stato la scrittura. Aiutò anche alcuni amici a scrivere le loro tesi. Rappresentato in un fumetto, quello sarebbe il suo battesimo, il momento in cui viene bombardato da raggi gamma, o morso da un ragno. «Mi ricordo che lo capii proprio in quel momento. “Ehi, sono proprio bravo a scrivere. Sono uno strano falsario. Riesco a imitare chiunque”».

Il passo successivo era una specializzazione. Filosofia sarebbe stata una scelta ovvia. «Mio padre si sarebbe fatto amputare gli arti senza anestesia piuttosto che imporsi sulle scelte dei propri figli», disse Wallace. «Ma sapevo che dovevo fare una specializzazione. Decisi però di fare domanda per alcuni corsi di scrittura e non dissi niente a nessuno. Scrivere La scopa del sistema mi aveva fatto sentire come se stessi usando il 97 percento di me, mentre in filosofia usavo solo il 50 percento».

Dopo Amherst, Wallace frequentò un master all’Università dell’Arizona. È lì che ha iniziato a portare la bandana: «Iniziai a indossarla a Tucson perché c’erano sempre quaranta gradi e sudavo così tanto da sgocciolare sulle pagine». La donna che frequentava al tempo pensò che la bandana fosse stata una scelta saggia. «Era un po’ come una donna degli anni Sessanta, una musulmana sufista. Mi parlò dell’esistenza di vari chakra, di cui il più grande sta alla sommità del cranio e che lei chiamava il buco di sfiato. Allora iniziai a pensare all’espressione “Perdere la testa”. Mi inquieta un po’ sapere che la gente la veda come un marchio di fabbrica, quando in realtà è più il riconoscimento di una debolezza, e cioè del fatto che ho paura che la mia testa possa esplodere».

Quella in Arizona fu un’esperienza strana: erano le prime aule dove la gente non era felice di vederlo. Voleva scrivere a modo suo, un modo ironico e carico e non lineare e un po’ strano. I docenti erano tutti «realisti puri e duri». Il primo problema fu proprio quello. Il secondo problema era Wallace. «Credo di esser stato un po’ un coglione», ha raccontato lui stesso. «Era impossibile avermi come studente. Avevo quell’aria strafottente tipo “Se ci fosse una giustizia, sarei io in cattedra” che a un insegnante fa prudere le mani». Uno dei suoi racconti, Da una parte e dall’altra, vinse il premio O. Henry nel 1989 dopo essere stato pubblicato su una rivista letteraria. Quando lo aveva consegnato al suo professore, il commento che aveva ricevuto era stato piuttosto freddo: “Spero che questo non sia rappresentativo del modo in cui vuoi lavorare qui. Ci dispiacerebbe molto perderti”.

«Quello che trovai disgustoso era l’ipocrisia di quel commento,» ricorda Wallace. «“Ci dispiacerebbe molto perderti”. Insomma, è una minaccia bella e buona».

Wallace inviò la sua tesi a due agenti. Ricevette molte lettere in risposta: «Hai sicuramente la strada spianata per fare le pulizie, buona fortuna». Al tempo, Bonnie Nadell aveva 25 anni ed era al suo primo impiego con l’agenzia Frederick Hill di San Francisco. Aprì la lettera di Wallace e lesse un capitolo del suo libro. «Mi piacque tantissimo», dice Nadell. Ma venne fuori che esisteva uno scrittore di nome David Rains Wallace, così Hill e Nadell gli suggerirono di aggiungere il cognome da ragazza della madre, diventando così David Foster Wallace. Bonnie Nadell sarebbe rimasta la sua agente per tutta la vita. «È sempre così, ho un debole per le persone che si prendono cura di me, mi ci attacco come si attacca un bambino alla gonna di una madre premurosa», ha detto Wallace. «Non so perché faccio così, forse come tutti i WASP mi è mancato l’affetto».

La Viking vinse l’asta per la pubblicazione del romanzo «per una manciata di bollini». La voce iniziò a girare e i professori diventarono improvvisamente gentili. «Passai dal rischiare l’espulsione a ricevere valanghe di sorrisoni e discorsi del tipo “Felice di vederti, siamo orgogliosi di te, perché non vieni a cena?”. Una vera delizia. Ero in imbarazzo per loro: non erano nemmeno capaci di essere coerenti con il loro disprezzo nei miei confronti».

Quando Wallace andò a New York per incontrare il suo editor, Gerry Howard, indossava una maglietta degli U2. «Dimostrava meno di 24 anni», racconta. La maglietta lo colpì molto. «Gli U2 non erano molto famosi al tempo. E c’è una sorta di iper-sincerità negli U2 con cui credo che David si sentisse in sintonia, nel senso che credo che anche lui volesse essere sincero, anche se poi il suo cervello tendeva a dirigerlo verso l’ironia». Wallace si ostinava a chiamarlo «Sig. Howard» anche se aveva solo 36 anni, non lo chiamò mai «Gerry». Quello sarebbe diventato il suo stile quando si trattava di affari: una sorta di formalità canzonatoria. La gente ha spesso sospettato che fosse una finzione. Ma in realtà si trattava delle buone maniere tipiche del Midwest, dove anche il più scapestrato non manca di abbassare la testa in cenno di saluto al vicepreside. «C’era un sottofondo di superintelligenza dietro ai toni pacati dei suoi “Accipicchia!”», ricorda Howard.

La scopa del sistema venne pubblicato nel gennaio del 1987: era il secondo anno di Wallace all’Arizona University. Il titolo era una riferimento a un’espressione che la sua trisnonna materna era solita usare: «Ecco Sally, mangia una mela. È la scopa del sistema». «Non sapevo che David la conoscesse», racconta sua madre. «Fui molto contenta che un’espressione di famiglia fosse diventata il titolo del suo libro».

Il romanzo fu un successo. «Non potevo sperare di meglio», racconta Howard. «Lodi della critica, ottime vendite: David era pronto a decollare».

Il suo primo contatto col successo fu una sorta di rito di passaggio. Un giorno aprì il Wall Street Journal e vide la sua faccia tramutata in vignetta. Disse: «Alcuni articoli come “Un nuovo romanzo straordinariamente strano” mi facevano stare bene, e per dieci secondi netti mi sentivo figo. Un’esperienza non molto dissimile dall’essere fatti di crack, capisci cosa intendo? Stavo vivendo una vita incredibilmente americana: “Santo Cielo, se solo potessi ottenere X, Y e Z sarebbe la perfezione”». Howard comprò anche il secondo libro di Wallace, La ragazza dai capelli strani, un’antologia di racconti che stava finendo di scrivere mentre studiava. Ma c’era qualcosa in lui che lo preoccupava. «Non ho mai incontrato una mente come quella di David», afferma. «Funzionava ad un livello così alto che non poteva non vivere in un perenne stato di iperallerta. Ma d’altra parte mi pareva che ci fosse un grosso sfasamento tra la sua vita mentale e quella emotiva. E credo che potesse perdersi nello spazio che le divideva».

Wallace, in quello spazio, ci stava già scivolando. Vinse un Whiting Writers’ Award – per il quale salì sul palco insieme a Eudora Welty – completò gli studi all’Arizona University, andò in visita in una colonia di artisti dove aveva incontrato scrittori famosi che era certo avessero letto il suo nome scritto su molte riviste («cosa assolutamente esilarante e al contempo davvero spaventosa»), finì i racconti. E poi si ritrovò senza più idee. Per un po’ provò a ritirarsi in una casetta a Tucson, poi decise di tornare a casa con l’intento di scrivere: mamma e papà gli facevano la spesa. Accettò un incarico annuale come professore di filosofia ad Amherst, il che era strano: gli studenti del secondo anno che aveva conosciuto erano ora suoi alunni. Nei riconoscimenti per il libro che stava completando, scriverà un ringraziamento alla “Fondazione dei coniugi Wallace per i ragazzi disorientati”.

Era confuso, bloccato. «Iniziai a odiare tutto quello che scrivevo», disse. «Era peggio di quello che scrivevo al college. Tutto completamente confuso, incredibilmente brutto. Ero davvero nel panico. Pensavo che non sarei stato più capace di scrivere. Poi mi venne un’idea: ero cresciuto in un ambiente accademico, i miei primi due libri li avevo scritti sotto la guida di professori». Si iscrisse a un dottorato in filosofia, pensando che nel tempo libero avrebbe potuto scrivere. Harvard gli offrì una borsa di studio. L’ultima cosa che gli serviva per riprodurre gli anni del college era ritrovare Mark Costello.

«Se ne uscì fuori con quel progetto assurdo», ricorda Costello. «Mi disse: “Allora, tu torni a Boston, inizi la pratica legale, e io vado a Harvard. Andiamo a vivere insieme, sarà proprio come ad Amherst”. Ma finì per rivelarsi un disastro».

Trovarono un appartamento a Somerville, il ghetto studentesco: edifici traballanti, scale esterne. Costello arrivava a casa con la sua ventiquattrore, salive le scale sul retro e David gli gridava: «Ciao tesoro, come è andata oggi?» Ma Wallace non stava scrivendo. Aveva pensato che l’impegno universitario sarebbe stato marginale, ma i professori si aspettavano invece che lavorasse sodo.

Ma non scrivere era sia il sintomo che il problema. «Si metteva in situazioni che lo lasciavano senza difese», racconta Costello. «I sintomi erano praticamente sempre gli stessi: questo incredibile senso di inadeguatezza, il panico. Una volta mi disse che voleva scrivere per mettere a tacere il brusio nella sua testa. Diceva che quando scrivi bene riesci a stabilire una voce nella tua mente che mette a tacere tutte le altre, quelle che dicono: “Non sei abbastanza bravo, sei un impostore”».

«Quello di Harvard fu un periodo davvero squallido», disse Wallace. Divenne una maratona di sostanze: alcol, feste, droghe. «Non volevo sentire», ha raccontato. «È stato l’unico periodo della mia vita in cui sono andato per bar, frequentavo ragazze che non conoscevo nemmeno». Poi per settimane smetteva di bere e iniziava le giornate con una corsa di sedici chilometri. «Hai presente quel tipo di allenamento americano? La mentalità del “se agisco in modo radicale riuscirò a risolvere il problema”». Poi ha aggiunto, con voce da Schwarzenegger: «Se c’è un problema, lo risolverò allenandomi. Sempre di più».

Una serie di ritardi stavano bloccando l’uscita della sua antologia di racconti La ragazza dai capelli strani. Iniziò ad avere paura. «Sono uno scrittore geniale», diceva ricordando quel momento. «Tutto quello che faccio deve essere creativo, bla bla bla». Ancora una volta la regola dei cinque anni incombeva su di lui. Aveva giocato a football per cinque anni. Poi per altri cinque anni aveva giocato a tennis ad alti livelli. Ora per cinque anni aveva scritto. «Iniziai a pensare: Dio santo, è l’eterno ritorno dell’uguale. Avevo iniziato tardi, avevo dimostrato di essere una promessa enorme, e quando ho iniziato a sentire le implicazioni di quella promessa, ne sono stato schiacciato. Perché vedi, a quel punto il mio ego era tutto focalizzato sulla scrittura. Era l’unica cosa per cui l’universo mi nutriva. Quindi mi sentivo in trappola: “Oh-oh. I cinque anni stanno per scadere, meglio che mi lasci tutto questo alle spalle”. Ma non volevo lasciarmelo alle spalle». Costello lo vide cadere in una crisi depressiva. «Frequentava delle ragazze a cui piacevano parecchio le droghe, il che era allettante per David. Girava per Somerville, si sfondava di alcool».

Fu il periodo peggiore che Wallace avesse mai attraversato. «Forse era quella che ai vecchi tempi veniva chiamata una crisi spirituale», ha detto. «Come se ogni assioma della tua vita si fosse rivelato falso. E in realtà non c’è niente, e tu non sei niente: era tutta un’illusione. Ma tu pensi di essere migliore di tutti gli altri perché ti sei accorto che era un’illusione, e invece stai peggio perché non riesci a funzionare».

A novembre di quell’anno, l’ansia era diventata una presenza costante. «Iniziai a pensare seriamente che mi sarei ucciso, ebbi paura. E sapevo che se mai ci fosse stato qualcuno destinato a mandare a puttane un tentativo di suicidio, quello ero io». Attraversò il campus, si diresse al servizio sanitario e parlò con uno psichiatra: «Senta, ho un problema. Non mi sento al sicuro».

«Fu uno sforzo enorme per me, ero così imbarazzato», raccontò Wallace. «Ma quella è stata la prima volta in assoluto in cui mi sono trattato come se valessi qualcosa».

Con quella ammissione, Wallace aveva attivato un protocollo: venne notificata la polizia e dovette lasciare l’università. Venne inviato al McLean, che tra gli ospedali psichiatrici aveva una storia illustre: aveva avuto ospiti del calibro di Robert Lowell, Sylvia Plath e Anne Sexton. È lo stesso ospedale di cui parla il libro La ragazza interrotta. Wallace passò il primo giorno sotto vigilanza per comportamento suicida. Reparto chiuso a chiave, stanza rosa e spoglia, uno scarico nel pavimento e una finestrella di osservazione sulla porta.
«Una situazione del genere ti fa scattare una volontà senza precedenti di esaminare possibili alternative di vita», racconta David sorridendo.

Wallace rimase al McLean per otto giorni. Gli venne diagnosticata una depressione clinica e gli fu prescritto un farmaco, il Nardil, che era stato sintetizzato negli anni ’50. Avrebbe dovuto iniziare ad assumerlo subito. «Ci fu un colloquio molto breve, forse di tre minuti, con lo specialista in psicofarmacologia», racconta la madre. Wallace doveva smettere di bere e c’era una lunga lista di cibi (certi tipi di formaggi, sottaceti, insaccati) che doveva evitare.

Iniziò a ripulirsi. Riuscì a trovare il modo di smettere di bere, con molto impegno. Non avrebbe più toccato alcol per il resto della sua vita. Alla fine, La ragazza dai capelli strani uscì nel 1989. Wallace fece una lettura pubblica a Cambridge: si presentarono tredici persone, tra cui una donna schizofrenica che per tutta la durata dell’evento non smise di urlare. «L’uscita del libro è stata come ricevere una risata stridula e acuta in faccia dall’universo, questa cosa mi inseguiva come il tanfo di una scorreggia».

In seguito ci fu un ritorno graduale e deliberato al mondo. Iniziò a lavorare come guardia di sicurezza nel turno della mattina presso la Lotus Software. Con indosso un’uniforme di poliestere e al fianco un manganello di servizio, faceva su e giù per i corridoi. «Mi piaceva perché non dovevo pensare», disse. «Poi me ne sono andato con una motivazione estremamente coraggiosa: ero stanco di alzarmi così presto la mattina».

Dopodiché iniziò a lavorare al centro sportivo di Auburndale, nel Massachusetts. «Molto fighetto», racconta. «Mi chiamavano in un modo diverso dall’addetto agli asciugamani, ma ero a tutti gli effetti l’addetto agli asciugamani. Un giorno me ne stavo lì seduto, e indovina chi arriva a prendere un asciugamano? Micheal Ryan. Ora, devi sapere che Micheal Ryan aveva ricevuto il Whiting Writers’ Award il mio stesso anno. E quindi mi trovo davanti questo tizio che due anni prima era salito insieme a me su quel cazzo di palco per ricevere il premio da Eudora Welty. Quella è stata davvero l’unica volta in cui mi sono letteralmente tuffato sotto qualcosa per nascondermi. Quando l’ho visto arrivare ho finto, in modo peraltro malcelato, di scivolare e sono rimasto a faccia in giù senza muovermi. Ho lasciato il lavoro il giorno stesso e non ci sono più tornato».

Scrisse una lettera a Bonnie Nadell dove le diceva che aveva chiuso con la scrittura. Ma quella non era la preoccupazione principale della sua agente. «Temevo che non sarebbe sopravvissuto», racconta. David aggiornò anche Howard. «Dovetti abituarmi all’idea che il miglior scrittore emergente d’America stava distribuendo asciugamani in un centro sportivo», dice Howard. «Che cazzo di tristezza».

Wallace incontrò Jonathan Franzen nel più naturale dei modi per uno scrittore, ovvero come suo fan. Gli scrisse una lettera riguardo al suo romanzo d’esordio, La ventisettesima città. Franzen gli rispose e si misero d’accordo per incontrarsi a Cambridge. «Mi tirò il pacco», ricorda Franzen. «Non si presentò. In quel periodo della sua vita ci dava dentro con le sostanze».

Nell’aprile del 1992, entrambi erano pronti per un cambiamento. Caricarono la macchina di Franzen e si diressero verso Syracuse in cerca di un appartamento. Franzen aveva bisogno di «un posto dove trasferirmi insieme a mia moglie, dove entrambi ci potessimo permettere di vivere e dove fossimo alla larga da chiunque volesse farci notare quanto il nostro matrimonio stesse andando a rotoli». Il bisogno di Wallace era molto più semplice: uno spazio a buon prezzo dove poter scrivere. Aveva dedicato mesi alla sua ricerca, frequentando inquietanti comunità di recupero e case di accoglienza, prendendo nota di voci e storie, ascoltando persone che come lui erano sprofondate nel precipizio del mondo normale. «Divenni molto determinato, volevo fare ricerca e iniziai a intrufolarmi in quei posti», mi ha raccontato. «Ho passato centinaia di ore in tre case di accoglienza. Scoprii che potevi semplicemente entrare e sederti in soggiorno: nessuno è socievole come chi ha smesso da poco di fare uso di droghe».

David e Franzen discutevano dell’utilità della scrittura. «Avevamo questa sensazione che la narrativa dovesse servire a qualcosa», racconta Franzen. «In pratica avevamo deciso che il suo scopo doveva essere combattere la solitudine». Parlavano molto delle idee di Wallace, e quelle discussioni potevano dal nulla sfociare nell’autocritica. «Mi ricordo che uno degli argomenti frequenti delle nostre conversazioni», continua Franzen, «era la sua idea di non avere un io autentico. Di essere solo molto veloce a costruirsi una personalità piacevole per chi si trovava di fronte. Ora mi rendo conto che non lo diceva per scherzo, c’era qualcosa di veramente compromesso in David. Ma al tempo pensavo: “Wow, è addirittura più timido di me”».

Per un anno Wallace si dedicò alla scrittura a Syracuse. «Vivevo in un appartamento che era grande quanto l’ingresso di una casa normale, non scherzo. Mi piaceva molto. Era così pieno di libri che riuscivi a malapena a camminare. Quando volevo scrivere, dovevo spostare tutta la roba dalla scrivania al letto. E quando volevo dormire, dovevo rimettere tutta la roba sulla scrivania».

Wallace scriveva a mano, accumulava pagine su pagine. «A un certo punto guardi l’orologio e ti rendi conto che sono passate sette ore e hai i crampi alla mano,» racconta Wallace. Come i giocatori di baseball hanno una predilezione per un certo tipo di mazza, così Wallace aveva delle penne preferite: erano delle normalissime penne a sfera Bic. Lui le chiamava penne orgasmiche.

Nell’estate del 1993 accettò un incarico accademico a Normal, presso l’università statale dell’Illinois, a 80 chilometri da casa dei genitori. Aveva scritto tre quarti del libro. Nadell era riuscita a vendere i diritti alla Little, Brown presentandogli solo la prima ingarbugliata pila di pagine. Ci aveva messo tutta la sua vita dentro: il tennis, la depressione, i pomeriggi stonati, e poi il precipizio della riabilitazione, e tutte le ore passate con Amy a guardare la TV. Il motore della storia è un film intitolato Infinite Jest, che scorreva così liscio che era impossibile interromperne la visione: lo guardi finché non sprofondi tua sedia, ti scoppia la vescica, smetti di mangiare, muori. «Se c’è un argomento nel libro», disse Wallace, «quell’argomento è una domanda: perché guardo così tanta merda? Non parla della merda. Parla di me: cosa sto facendo? Il titolo originale era A Failed Entertainment (Un intrattenimento fallito) e il libro è strutturato proprio come un intrattenimento che non funziona» – personaggi che si sviluppano e si disperdono, capitoli disordinati – «perché il fine ultimo dell’intrattenimento è “lo scherzo infinito”, è verso quello che tende».

Wallace teneva le lezioni a casa sua, con gli studenti seduti in mezzo a libri come Compendio di Farmacologia e volumi sulla storia del cinema d’autore francese, a ridere del Monte Manoscritto, l’immenso cumulo di pagine che era il romanzo di David. Aveva terminato e raccolto le bozze di tre anni, poi aveva finalmente deciso di sedersi al computer e battere il tutto. Usare la tastiera non era il suo forte. Eppure, scrisse due copie di quella opera gigantesca, battendo con un solo dito. «Ma un dito molto veloce».

Il risultato fu un malloppo di circa 1.700 pagine. «L’idea di quanto sarebbe venuto lungo mi terrorizzava», disse. Wallace disse al suo editore che sarebbe stato un buon libro da spiaggia, nel senso che la gente poteva usarlo per farsi ombra.

David Foster Wallace al New Yorker Magazine Festival del 2002. Foto: Keith Bedford/Getty Images

Ci può volere un anno per editare un libro almeno un paio di volte, stamparlo, pubblicizzarlo, spedirlo. E per tutto quel tempo lo scrittore sta lì a controllare l’orologio. Nel frattempo, Wallace decise di dedicarsi alla non-fiction. Due dei suoi pezzi, pubblicati da Harper’s, sarebbero diventati pietre miliari del giornalismo dello scorso decennio e mezzo.
Colin Harrison, l’editor di Wallace per Harper’s, ebbe un’idea: gli dette un taccuino e lo spedì in luoghi tipicamente americani, come la Fiera Statale dell’Illinois o una crociera ai Caraibi. Il lato di Wallace che era sempre attivo, sempre intento a misurare se stesso, si sarebbe attenuato. «Ci sarebbe stato Dave l’imitatore, Dave l’osservatore», dice Costello. «Chiedergli di fare un vero reportage poteva diventare fonte di stress, di disagio, complicazioni. Colin ebbe un colpo di genio su come trattare David. Era una soluzione molto semplice che non era venuta in mente a nessuno».

Nei suoi pezzi, Wallace si inventò uno stile che gli scrittori hanno poi saccheggiato negli ultimi dieci anni. La ripresa grezza, il materiale così com’è, prima che il regista, dentro il camioncino, decida di scegliere cosa tagliare. Il tono era totalmente umano, un grande e generoso cervello che inciampa nelle sue elucubrazioni. «In quei pezzi per Harper’s ho praticamente aperto la mia scatola cranica», ha raccontato Wallace. «Erano come un invito a entrare nella mia testa per 20 pagine, vedere attraverso i miei occhi e dire: ecco questi sono i giri assurdi che fa la mia mente. Il trucco era scrivere qualcosa che risultasse onesto e interessante allo stesso tempo, perché la maggior parte dei nostri pensieri non sono poi così interessanti. In pratica era essere onesti con una motivazione». Ha aggiunto, ridendo: «Ho creato un personaggio che è un po’ più stupido e imbranato di me».

L’articolo sulla nave da crociera uscì nel gennaio del 1996, un mese prima che venisse pubblicato il romanzo. La gente lo fotocopiò, iniziò a inviarselo via fax, a leggerlo al telefono. Quando qualcuno ti dice di essere un fan di David Foster Wallace, quello che intende dire è che fa parte di quella cerchia che ha letto l’articolo sulla nave da crociera. Wallace lo userà poi per dare il titolo alla sua prima raccolta di saggi, Una cosa divertente che non farò mai più. In un certo senso, la differenza tra la sua produzione narrativa e quella non-fiction è la stessa che divide il David Foster Wallace in situazioni sociali da quello della sfera privata. I saggi sono infinitamente accattivanti, sono i tuoi migliori amici, non te ne fanno passare una, ti sussurrano battute, ti fanno passare sopra quello che è irritante o noioso o terribile ma sempre con uno stile molto umano. La narrativa di Wallace, specie dopo Infinite Jest, sarebbe diventata fredda, oscura, astratta. Era facile immaginare l’autore dei romanzi sprofondato nella depressione. Ma lo scrittore della non-fiction era un sole che non smetteva di splendere.

Il romanzo fu pubblicato nel febbraio del 1996. Walter Kirn scrisse sul New York Magazine: «Non c’è concorrenza che tenga. È come se Paul Bunyan giocasse nella Lega Nazionale di Football o Wittgenstein partecipasse a un quiz televisivo. Questo è un romanzo di una portata senza precedenti. E di una bellezza straordinaria». Scrissero di lui sul Time, su Newsweek. Star di Hollywood iniziarono a spuntare fra il pubblico dei suoi reading, le donne gli facevano gli occhi dolci, e gli uomini seduti nelle ultime file lo guardavano storto, carichi di invidia. Un fattorino della FedEx gli suonò il campanello, aspettò che firmasse la ricevuta e gli chiese: «Allora, come ci si sente a essere famosi?». Una volta finito il tour promozionale del libro, passai una settimana con David. Mi parlò del «brivido sordido della fama» e di come avrebbe influenzato la sua scrittura. «Quando avevo 25 anni, mi sarei tagliato due dita della mano sinistra per tutto questo», mi disse. «Sto bene, perché so che scrivere è ciò che voglio fare per altri 40 anni, capisci cosa intendo? Quindi devo trovare una maniera in cui posso apprezzare la fama senza esserne inghiottito».

Passare il tempo con lui era bello, ti faceva sentire sveglio e allo stesso tempo come se avessi i lacci delle scarpe legati insieme. Ti diceva cose del tipo: «C’è una timidezza buona, e una tossica, che ti paralizza, come se la tua mente fosse stuprata da una banda di beduini». Intendeva un tipo di insicurezza che rendeva la vita sociale complicata fino all’impossibile. «Credo che essere timidi in fondo significhi essere così assorbiti da se stessi che diventa difficile stare insieme agli altri. Per esempio, quando sono con te, non so dirti se mi piaci o no perché sono troppo preoccupato di non piacerti».

Mi disse che un giornalista aveva sprecato un sacco di energie per fargli una domanda geniale. «Tutta l’intervista ruotava attorno alla domanda: “Sei normale?” “Sei normale?” Credo di essere diventato più intelligente quando ho capito che ci sono persone che sono molto più intelligenti di me. Da scrittore, il mio più grande vantaggio è che non sono poi così diverso da chiunque altro. Le parti di me che pensavo fossero differenti, o più brillanti, o che ne so io, mi hanno quasi fatto morire».

Era stato difficile, durante l’estate, accettare che la sorella si fosse sposata. «Ho quasi 35 anni. Mi piacerebbe sposarmi e metter su famiglia. Ma non ho ancora iniziato a lavorare in quella direzione. Ci sono andato vicino un paio di volte, ma tendo a provare interesse per donne con cui poi alla fine non vado molto d’accordo. I miei amici mi dicono che dovrei parlare di questo aspetto con uno bravo».

Era difficile che Wallace non frequentasse qualcuno. «Aveva molte relazioni», dice Amy. Anche nella sua immaginazione aveva delle storie. Quando andai a trovarlo, su una delle pareti troneggiava un poster gigante di Alanis Morissette. «L’ossessione per Alanis venne subito dopo quella per Melanie Griffith, che era durata sei anni», mi ha raccontato. «Ed era stata preceduta da un’altra per cui sono stato preso in giro tantissimo: una terribile ossessione per Margaret Tatcher che mi ha accompagnato per tutti gli anni del college. Poster della Tatcher e fantasie sulla Tatcher. Lei che si diverte molto per qualcosa che dico, si sporge verso di me e mi prende una mano con la sua».

Aveva la tendenza a uscire con donne instabili, altro segno della sua timidezza. «Puoi dire quello che vuoi delle psicopatiche, ma sono sempre loro a fare il primo passo». Occuparsi dei cani era meno complicato: «Almeno con loro non hai l’impressione che qualsiasi cosa tu faccia li stai ferendo».

Le sue paranoie sentimentali avevano un ampio raggio, riguardavano tutti i particolari della dinamica esaminati uno a uno. Una volta mi ha raccontato una barzelletta:
«Cosa dice uno scrittore dopo aver fatto sesso? Ti è piaciuto quanto è piaciuto a me?».

«Nella scrittura c’è una miscela di sincerità e manipolazione, si tenta sempre di misurare quale effetto avrà una certa cosa», mi ha detto. «È un vantaggio molto prezioso che però a volte deve essere tenuto sotto controllo. Secondo me gli scrittori sanno essere partner divertenti, abili, soddisfacenti e apparentemente premurosi. Ma loro invece possono sentirsi molto soli».

Una sera Wallace incontrò Elizabeth Wurtzel, che aveva di recente pubblicato Prozac Nation, un’autobiografia dove parlava della sua depressione. Lei pensò subito che David, con i suoi jeans e la bandana in testa, fosse trasandato e molto intelligente. Un’altra sera Wallace la accompagnò a casa dal ristorante, passò un po’ di tempo con lei nell’atrio e tra una chiacchiera e l’altra salì con lei. Wurtzel rimase affascinata: «Sai, sarà anche un cervellone, ma alla fine è pur sempre un uomo».

Wallace e Wurtzel non parlarono mai davvero delle esperienze personali che avevano in comune (la depressione, l’uso di stupefacenti nel passato, i periodi al McLean), ma parlavano della loro professione, di come affrontare il successo. Wallace, ancora una volta, si era prefissato obiettivi impossibili da perseguire. «Il rischio di poter essere contaminato dalla fama lo disturbava molto», ricorda la scrittrice. «Aveva un vero interesse per la purezza, per il concetto di autenticità, proprio come molti sono ossessionati dall’essere fighi. L’essere autentico era per lui quasi una scienza».

Quando Wallace le scrisse, era ancora impantanato sullo stesso argomento. «Mi ritrovo in un loop in cui, come mi giro, mi rendo conto che sono un egocentrico arrivista e poco sincero, non riesco a essere fedele agli standard e i valori che vanno oltre il mio meschino tornaconto, e non sono una persona buona. Ma poi mi concedo di ammettere che almeno me ne sto preoccupando, che sto notando tutti i modi in cui la mia moralità zoppica, e penso che forse quelli che non hanno nemmeno un briciolo di moralità probabilmente nemmeno se ne accorgono, né se ne preoccupano; e allora mi sento meglio. È tutto molto confuso. Mi ritengo molto onesto e schietto, ma sono anche orgoglioso di essere così onesto e schietto. Quindi mi chiedo, tutto questo in che posizione mi colloca?».

Riprendersi dal successo può essere difficile quanto rialzarsi dopo un fallimento. «Hai presente quel tic di flettere il braccio che hanno i battitori di serie A», dice la madre, «quando sanno che hanno fatto un lancio spettacolare ma sono terrorizzati di non riuscire a farlo di nuovo? C’era qualcosa di simile che faceva dire a David: “OK, questa volta è andata bene, ma sarò in grado di riuscirci ancora?” Io ho avuto quell’impressione. C’era sempre un’ombra lì ad aspettarlo».

Anche Wallace la vedeva così. «La mia più grande preoccupazione», mi ha detto, «è che il successo faccia crescere le aspettative che io stesso ho su di me. E le aspettative sono complicate. Fino a un certo livello possono fungere da motivazione, possono essere una sorta di lanciafiamme puntato al tuo culo. Ma oltrepassato quel punto diventano tossiche e paralizzanti. Ho paura di mandare tutto a puttane e buttarmi in una versione compressa di quello che ho già affrontato».

Anche Mark Costello era preoccupato. «Lavorare era diventato difficile. Non aveva più quei doni divini, non gli capitavano più quei due mesi in cui riusciva a scrivere esattamente le 120 pagine di cui aveva bisogno. Quindi cercò altri modi per distrarsi». Si fidanzava, poi si mollava. Chiamava gli amici: «Il prossimo sabato devi venire a Rochester, in Minnesota: mi sposo». Ma poi arrivava la domenica, o la settimana successiva, e il matrimonio era stato cancellato. «È stato sul punto di sposarsi parecchie volte», racconta Amy. «Credo che alla fine lo facesse più per l’altra persona che per se stesso, fino a che si rendeva conto che in realtà non stava facendo un favore proprio a nessuno».

Wallace parlò a Costello di una donna di cui si sentiva davvero preso. «Mi disse: “Lei si arrabbia con me perché non voglio mai uscire di casa.” “Tesoro, andiamo al centro commerciale?” “No, voglio scrivere”. “Ma tanto alla fine non scrivi mai”. “Non posso prevedere se scriverò, quindi, in caso accada, devo essere pronto”. Questa cosa è andata avanti per anni».

Nel 2000 Wallace scrisse una lettera al suo amico e collaboratore di Rolling Stone Evan Wright: «Sono consapevole di avere ancora dei problemi con le relazioni. (Oh, mamma mia se lo so). Ma mi piace molto stare da solo, mi piace sempre di più. Sì, ho dei momenti bui ogni giorno (e alcuni giorni sono completamente bui)». Scrisse anche che aveva incontrato una donna, che le cose erano andate lisce, anche troppo facilmente, e poi aveva cambiato idea. «Credo che per me l’attrazione sia composta principalmente dal volere il Grande Sì, da volere che qualcuno ti voglia (come direbbero i Cheap Trick)… Quindi ora non so cosa fare. Forse niente, mi sembra sia questo il grande Segno che l’universo o il suo Capo mi sta inviando».

Nell’estate del 2001 Wallace si trasferì a Claremont, in California, dove gli avevano offerto la cattedra Roy Edward Disney del corso di scrittura creativa dell’università di Pomona. Aveva pubblicato racconti e saggi, ma non riusciva a lavorare. Dopo aver scritto un reportage sulla campagna presidenziale di John McCain nel 2000, scrisse al suo agente che avrebbe dimostrato al suo editor che era «ancora capace di lavorare bene (sono insicurezze tutte mie, lo so)».

Nel 1997 Wallace aveva vinto una borsa di studio “genius” MacArthur. «Non credo che gli abbia giovato», afferma Franzen. «Gli affibbiò l’etichetta di genio, che ovviamente lui aveva desiderato, perseguito e che credo sapeva di meritare. Ma penso che gli abbia messo molta pressione addosso». Alla fine del 2001, Costello chiamò Wallace. «Mi parlò di quanto fosse dura scrivere. E io, senza darci troppo peso, gli dissi: “Dave, tu sei un genio”. Voglio dire, la gente non ti dimenticherà. Non rischi di finire a lavorare in un fast food. E lui mi rispose: “L’unica cosa che mi viene da dire è che ho ingannato anche te”».

Qualche mese dopo essersi trasferito a Claremont, Wallace incontrò Karen Green, una pittrice e ammiratrice delle opere di David. Fu una specie di scambio artistico, un appuntamento al buio interdisciplinare. «Voleva fare dei dipinti basati su alcuni dei racconti di David», racconta la madre. «Avevano un amico in comune, e lei pensò di chiedergli il permesso».

«Aveva perso la testa per lei», ricorda Wright. «Mi chiamò, innamorato cotto. Parlava di lei come di un avvenimento che gli avrebbe cambiato la vita». Franzen la conoscerà l’anno successivo. «Ci misi sì e no tre minuti a capire che finalmente aveva trovato qualcuno all’altezza del compito di vivere con lui. Era bella, fortissima, una donna matura. E la sua sicurezza non aveva niente a che fare con l’essersi aggiudicata il genio, Dave Wallace».

Nel giugno 2003 si presentarono ufficialmente come coppia ai genitori di Wallace durante il festival culinario del Maine che avrebbe dato il titolo al suo ultimo libro, Considera l’aragosta. «Avevano un’intesa straordinaria», racconta il padre. «Notavano una cosa, si scambiavano uno sguardo e iniziavano a ridere, senza il bisogno di dire cosa li aveva colpiti». L’anno successivo Wallace e Green andarono in Illinois a trovare i genitori di lui, e lì si sposarono due giorni dopo Natale.

Fu un matrimonio a sorpresa. David disse a sua madre che voleva portare la famiglia a un pranzo che lui definì «in ghingheri». Sally Wallace si immaginò che ci fosse lo zampino di Karen. «David non era il tipo da mettersi in ghingheri», racconta. «Il suo concetto di elegante equivale a un paio di pantaloni lunghi invece dei bermuda o una maglietta con solo due buchi invece di diciotto». Green e Wallace lasciarono la casa presto per «fare delle commissioni», mentre Amy cercava un pretesto per portare i genitori al palazzo del Comune prima del pranzo. «Salimmo le scale», racconta Sally, «e vedemmo Karen con in mano un bouquet e David vestito di tutto punto con un fiore all’occhiello. E lì capimmo. Dave era così contento, raggiante di felicità». Il ricevimento era stato organizzato in un ristorante di Urbana. «Quando uscimmo stava nevicando», dice Sally, «David e Karen stavano camminando di fronte a noi. Lui voleva fare delle foto e fu Jim a scattarle. David saltò in aria battendo i tacchi. Quella fu la foto con cui annunciarono il loro matrimonio».
Secondo i familiari e gli amici, quei sei anni – a eccezione dell’ultimo – furono i migliori della sua vita. Il matrimonio andava a gonfie vele, il lavoro all’università procedeva bene, Karen e David avevano due cani, Warner e Bella, e avevano comprato una bella casa. «Dave in una casa vera», racconta Franzen ridendo, «con dei mobili veri e con uno stile vero».

Franzen aveva l’impressione che alla fine Wallace stesse crescendo. David aveva evitato di proposito la normalità. Una volta erano andati a una festa con gente del circuito letterario. Entrarono insieme dalla porta principale, ma Franzen non fece in tempo ad arrivare in cucina che Wallace era sparito. «Tornai indietro e iniziai a cercare per tutta la casa», ricorda Franzen. «Era andato in bagno per disperdere le sue tracce, poi aveva girato i tacchi e se ne era andato».

Dopo il matrimonio, quel tipo di atteggiamento era sparito. «Aveva un motivo per sperare», dice Franzen. «Aveva gli strumenti per essere più adulto, una persona più forte».
E poi c’erano i cani. «Aveva sempre avuto una predilezione per cani che erano stati maltrattati e che avevano poche chance di trovare un padrone abbastanza paziente con loro», continua. «Non so se per un senso di identificazione o per compassione, ma addestrarli era una cosa difficile per lui. Però era impossibile non avere un groppo in gola nel vedere la sua dedizione con loro».

Visto che si sentiva al sicuro, Wallace iniziò a parlare di smettere di assumere il Nardil, l’antidepressivo che usava quasi da vent’anni. Il medicinale aveva una lunga lista di effetti collaterali, inclusa la possibilità di sviluppare una severa ipertensione. «C’era un pensiero fisso nella mia paura morbosa per le condizioni di David: che non sarebbe vissuto a lungo con tutto lo stress a cui era sottoposto il suo cuore», dice Franzen. «Temevo che lo avrei perso poco dopo i cinquant’anni». Costello disse che Wallace si lamentava del fatto che il medicinale lo facesse sentire «filtrato». «Mi disse: “Non voglio continuare a prenderlo per tutta la vita”. Voleva essere un membro più presente della razza umana».
Nel giugno del 2007, Wallace e Green andarono a cena con i genitori di David in un ristorante indiano a Claremont. Dal nulla, David iniziò a sentirsi molto male, con dolori intensi allo stomaco che durarono per giorni. Quando si vece visitare, i medici gli dissero che forse il Nardil aveva interagito con qualcosa che aveva mangiato. Suggerirono che provasse a interrompere e a cambiare terapia.

«Quindi, a quel punto», dice la sorella Amy con la voce spezzata, «era stata presa una decisione: “Ma sì, figuriamoci, con tutti i progressi che ha fatto la medicina negli ultimi vent’anni non c’è dubbio che riusciremo a trovare qualcosa che riesca a sconfiggere quella fastidiosa depressione senza tutti questi effetti collaterali”. Non avevano idea che fosse proprio il Nardil l’unica cosa a tenerlo in vita».

Wallace avrebbe dovuto scalare il vecchio farmaco e introdurne a piccole dosi uno nuovo. «Sapeva che sarebbe stata dura», dice Franzen. «Ma sapeva di potersi prendere un anno per farlo. Si immaginava che ci sarebbe stata una terapia di transizione, almeno per un po’. Era un perfezionista, sai? Voleva essere perfetto, e prendere il Nardil non era perfetto».
Quell’estate David iniziò a eliminare gradualmente il farmaco. I medici iniziarono a prescriverne altri, ma nessuno sembrava funzionare. «Non riuscivano a trovare una soluzione», racconta la mamma con voce bassa. «Niente». A settembre, David chiese ad Amy di non andarlo a trovare in autunno, come invece faceva sempre. A ottobre i sintomi erano diventati così gravi che fu ricoverato in ospedale. I genitori non sapevano cosa fare. «Iniziai a preoccuparmi,» racconta Sally, «ma poi sembrò riprendersi». Iniziò a perdere peso. Nell’arco di quell’autunno, aveva ripreso l’aspetto dello studente universitario: capelli lunghi, occhi intensi, come se fosse appena uscito da una lezione dell’Amherst.
Quando Amy gli telefonava, a volte le sembrava di parlare con «il David di una volta», racconta. «La domanda peggiore che potevi fargli nell’ultimo anno era: “Come stai?” Ed è praticamente una domanda impossibile da evitare quando parli con una persona che non vedi regolarmente». Wallace era molto onesto con lei, e le rispondeva: «Non sto bene, ci sto provando, ma non sto bene».

Nonostante le difficoltà, Wallace riuscì a continuare con l’insegnamento. Si impegnava molto con i suoi studenti: poteva scrivere anche sei pagine di commenti a un racconto, scherzava con la classe, li spronava a fare meglio. Durante i ricevimenti, se c’era una domanda di grammatica a cui non sapeva rispondere, chiamava sua madre. «Mi telefonava e diceva: “Mamma, sono qui con uno studente. Mi spieghi di nuovo come mai questa cosa è sbagliata?” Mi ricordo che si sentivano le risatine dello studente in sottofondo. “David Foster Wallace che chiama la mamma”».

All’inizio di maggio, verso la fine dell’anno accademico, andò a prendere un caffè vicino all’università con alcuni laureandi del suo corso. Wallace rispose alle loro domande nervose su cosa avrebbe significato diventare scrittori. «Alla fine gli si spezzò la voce», ricorda Bennett Sims, uno dei suoi studenti. «Iniziò a dirci quanto gli saremmo mancati e scoppiò a piangere. E siccome non lo avevo mai visto piangere, pensai che fosse uno scherzo. Poi tirò su col naso e disse: “Ridete pure, mentre io me ne sto qua a piangere, ma mi mancherete davvero tanto”».

I genitori avevano in programma di andare a trovarlo il mese successivo. A giugno Sally parlò con lui, che le disse: «Non vedo l’ora, sarà bellissimo e ci divertiremo da matti». Il giorno dopo, David la chiamò e le disse: «Mamma, devo chiederti due cose. Per favore, potete non venire?» Lei rispose di sì. E lui aggiunse: «Sicura che non ci rimani male?»
Nessuna delle terapie stava funzionando, la depressione era ancora lì. «Dopo un anno di inferno per David», racconta Sally, «decisero di riprovare col Nardil». I medici lo sottoposero anche a dodici sedute di terapia elettroconvulsiva sperando che il farmaco iniziasse a funzionare. «Dodici», ripete Sally. «Erano trattamenti brutali», dice Jim. «Ormai era chiaro che le cose stavano andando male».

Wallace aveva sempre avuto il terrore dell’elettroshock. «Mi spaventa a morte», mi aveva detto nel 1996. «Il cervello è tutto quello che ho. Ma non mi è difficile capire che si possa arrivare a un punto in cui uno implora perché glielo facciano».

Verso la fine di giugno Franzen, che si trovava a Berlino, iniziò a preoccuparsi. «Mi sono svegliato una notte», racconta. «Con David comunicavamo con una certa cadenza. E a quel punto mi sono reso conto che era passato troppo tempo da quando ci eravamo sentiti l’ultima volta». Quando Franzen chiamò, Karen gli chiese di tornare subito: David aveva tentato di uccidersi.

A luglio, trascorsero insieme una settimana. David aveva perso trenta chili in un anno. «Era magro come non l’avevo mai visto. E aveva uno sguardo spaventato, terribilmente triste e lontano. Ma passare del tempo insieme a lui era ancora bello, anche se era al dieci percento delle sue forze».

Franzen si sedeva con lui in soggiorno e giocava con i cani, oppure andavano fuori per fumare una sigaretta. «Parlavamo di molte cose. Lui tirava sempre fuori il suo discorso che diceva: “La bocca di un cane in pratica è un disinfettante, tanto è pulita. La saliva dei cani, a differenza di quella umana, è straordinariamente resistente ai germi”». Prima che Franzen se ne andasse, Wallace lo ringraziò per essere andato a trovarlo. «Io gli ero grato per avermi permesso di stare con lui», confessa l’altro.

Sei settimane dopo, Wallace chiese ai genitori di raggiungerlo in California. Il Nardil non stava funzionando. È una cosa che succede spesso con gli antidepressivi: un paziente smette di usarli, e quando prova a riprenderlo di nuovo il medicinale ha perso la sua efficacia. Wallace non riusciva a dormire. Aveva paura di uscire di casa. «E se incontro uno dei miei studenti?» chiedeva.

«Non voleva essere visto da nessuno in quelle condizioni», racconta il padre. «Vederlo così faceva male. Se uno dei suoi studenti lo avesse incontrato, sono sicuro che gli avrebbe gettato le braccia al collo e lo avrebbe stretto forte».

I genitori rimasero con lui per dieci giorni. «Era proprio disperato», racconta la madre. «Temeva che non avrebbero mai trovato una soluzione. Noi gli stavamo vicino, gli dicevamo che se avesse avuto pazienza le cose si sarebbero sistemate. Per molto tempo è stato davvero coraggioso».

Wallace e i genitori si alzavano alle sei del mattino e portavano fuori i cani. Guardavano qualche DVD, chiacchieravano. Sally gli cucinava tutti i suoi piatti preferiti, pietanze elaborate: torte salate, teglie di sformati, fragole con la panna. «Continuavamo a dirgli che eravamo felici che fosse vivo», ricorda la madre. «Ma la mia impressione è che ci stesse già lasciando. Ormai non ce la faceva più».

Il pomeriggio prima che i genitori tornassero a casa, David era sconvolto. Sua madre si sedette per terra accanto a lui. «Gli accarezzai un braccio e mi disse che era felice che fossi la sua mamma. Io gli dissi che per me era un onore».

Alla fine di agosto, Franzen gli fece una telefonata. Per tutta l’estate aveva detto a David che le cose potevano solo migliorare, e che sarebbe stato bene come mai in vita sua. David gli diceva: «Sentirmi dire queste cose mi aiuta, continua a dirmele». Ma quella volta non lo stavano aiutando. «Era molto distante», disse Franzen.

Qualche settimana dopo, Karen lasciò David da solo con i cani per qualche ora. Quando rientrò a casa, quella sera, lo trovò impiccato. «Non riesco a cancellare quell’immagine dalla testa», dice la sorella. «David e i suoi cani, al buio. Sono sicura che li ha baciati sulla bocca e gli ha chiesto scusa».

Questa storia è stata pubblicata originariamente il 30 ottobre 2008 su RS 1064.