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Giancarlo De Cataldo: «Sono stanco di raccontare storie di brutti, sporchi e cattivi come “Romanzo criminale”»

Il protagonista del nuovo libro del magistrato, scrittore, sceneggiatore è un uomo d'altri tempi, bello, elegante, e raffinato, che fa impazzire le donne e risolve i casi grazie all'opera lirica

Ian Gavan/Getty Images

Manrico Spinori della Rocca è un magistrato bello, elegante, raffinato e uomo di altri tempi. E non di poco conto possiede la virtù della calma. Circondato da donne alle quali affida il proprio lavoro ma sfuggente dalle altre che lo rincorrono. E poi sua madre, capace come tutte le donne di sorvolare il mondo e le sue brutture. Innamorato follemente dell’opera lirica, alle quali affida la sua anima e i suoi tormenti. 

È questo il tratto che Giancarlo De Cataldo, magistrato, scrittore, sceneggiatore – di cui basta citare qualche titolo: Romanzo Criminale, Suburra per definirlo uno delle figure più importanti nel mondo del thriller in Italia – ci offre nel suo nuovo romanzo Il suo pianto freddo edito da Einaudi. I tempi di Romanzo Criminale però sono ora lontani. Ci si cambia di abito, non più brutti, sporchi e cattivi, e ci si innamora perdutamente di un magistrato che indossa l’opera lirica come segno di un ritorno alla bellezza, con tutte le sue sfumature.

Partiamo dal titolo. Perché Il suo freddo pianto?
Intanto penso che anche chi non legge i romanzi precedenti (Un cuore sleale e Io sono il castigo)  possa cogliere il personaggio, perché un po’ come succede in tutte le serie ci sono dei lampi che ti fanno capire quello che è successo nel passato. Non è necessario leggerli tutti e tre in ordine per capire. Questo titolo come i titoli precedenti si appoggia ad una battuta, ad una frase di un’opera lirica, considerando che il protagonista è un grande appassionato di opera lirica. Perché come diceva già in precedenza non esiste situazione umana compreso il delitto che non sia stata già raccontata da un’opera lirica. Lui affronta questi casi cercando l’opera lirica di riferimento e in questo caso c’è un’opera di riferimento, della quale non direi il nome, visto che magari c’è qualche appassionato che lo vuole scoprire da sé. La protagonista è una persona fredda e quindi il freddo pianto è proprio una battuta ripresa da una battuta di questa opera.

Come mai la lirica e non un altro genere?
A questo personaggio io ho prestato una mia caratteristica personale. Deve sapere che da qualche anno sono diventato malato per l’opera lirica. L’opera lirica è uno spettacolo assoluto in cui c’è la musica, c’è il teatro, ma anche perché soprattutto nell’opera lirica ci sono delle passioni e per passione intendo anche la politica,  gli intrighi,  l’interesse, oltre la passione amorosa, che vengono rappresentati in una forma chiaramente falsificata dalla scena, esagerata, esasperata. Però dietro quel teatro, dietro quel teatro, dietro quella grande falsificazione c’è molta più verità di tanta pornografia dei sentimenti che vediamo circolare nell’informazione, di qualche fiction, nelle rappresentazioni che abbiamo noi della vita quotidiana. In quella falsità dell’opera lirica è più vera di una realtà che ci viene contrabbandata giorno dopo giorno ma che invece rivela tutta la sua desolante falsità. Questo è un pensiero di Manrico, che è un aristocratico, un contino, un po’ fuori dal suo mondo contemporaneo e anche questo pensiero gliel’ ho prestato io come autore perché è una cosa che sto cominciando a pensare,  in realtà è un pensiero che mi sta attraversando da un po’ di tempo

La squadra investigativa di Manrico è composta da solo donne, come mai questa scelta?
La squadra lavora moltissimo, più di lui – Manrico diciamo che è più un riflessivo. La squadra è un riflesso di una condizione reale: noi siamo nell’era delle donne, stiamo assistendo all’avanzata impetuosa delle donne, in tutti i campi, in tutti i settori anche in quello della polizia o in campi che si pensano tradizionalmente essere riservati ai maschi. È un dato di esperienza reale. Le sue collaboratrici sono bravissime, tra loro spicca l’ispettora Cianchetti, che è una rappresentante di un Italia incazzata, sovranista, di quelle che vogliono catturare il delinquente e poi buttare la chiave perché non venga liberato. Con questa figura mi divertiva creare un contrasto con Manrico che invece è un raffinato, contino, pacato, distaccato che prima di arrestare qualcuno ci pensa diecimila volte perché va sempre cercando il lato umano dietro anche le persone peggiori. Sono un po’ gli emblemi di due Italie condannate a convivere e messe insieme, e che fatte lavorare insieme ci danno un sacco di ottimi risultati.

Questo è un aspetto. L’altro aspetto è che Manrico è un seduttore, suo malgrado. È un uomo bello, non ha bisogno di esercitare nessuna forma di pressione, le donne gli corrono dietro e da un lato lui è come se fosse anche un po’ spaventato, intimidito, da questo turbine di donne che lo circondano e da questo punto di vista anche se è un uomo che si fa vanto di non essere molto legato al mondo contemporaneo in realtà è molto moderno, perché è molto confuso e la confusione è la cifra del maschio dei nostri tempi, specialmente di fronte a questa impetuosa avanzata delle donne.

Questa, diciamo, paura e confusione ha a che fare con il rapporto che ha con sua madre?
Intanto c’è da considerare che Manrico è italiano, italianissimo e noi siamo il paese dei maschi più mammoni al mondo. Quale maschio italiano non ha un rapporto particolare con la propria madre! Siamo noi italiani che abbiamo questo rapporto quasi ossessivo con la madre. E Manrico ha questo rapporto con lei, che si è ludopatica ma allo stesso tempo è donna adorabile, che vola così leggera sulle difficoltà, sui drammi dell’esistenza che lui poi come figlio ne è innamorato.

Che potere ha la musica, considerato che lei gli affida un ruolo centrale?
Io credo che la musica lirica abbia un potere immenso. La musica lirica non va solo considerata solo per il suo aspetto musicale. La musica lirica per come la intendo io è il teatro drammatico, l’opera totale, cioè una rappresentazione della scena oltre che della musica. Infatti uno degli aspetti più esaltanti dell’andare all’opera è vedere cosa si inventa un regista, come lo scenografo veste i cantanti, come viene organizzato il coro… cioè tutto l’insieme, non soltanto la melodia o l’aria.

Dopo di che l’opera lirica ti può condurre alla pazzia, nel senso che soltanto un profondo senso di follia ti può far credere a un signore che viene accoltellato e ci mette quaranta minuti prima di morire e nel frattempo sta cantando una bellissima melodia, oppure a un soprano,  diciamo piuttosto abbondante di forme, che sostiene di morire di mal sottile. Ma una volta che sei caduto dentro questo incantesimo ritorni in una condizione quasi da fanciullo, cioè non solo te la bevi, perché ti piace e vuoi, ma piano piano da questa magia della musica affiorano delle verità anche su stesso. È un aspetto di catarsi. Non dimentichiamoci che l’opera lirica è stata lo spettacolo popolare per eccellenza per almeno un secolo, per tutto l’Ottocento e fino agli Venti del secolo scorso. L’opera lirica apparteneva al popolo non all’élite. Ora è tornata ad essere uno spettacolo di élite, ma nella sua intima natura c’è di essere un grande spettacolo popolare, quindi pieno di sentimenti. La finzione è talmente trasparente che diventa verità.

Lasciamo da parte Manrico per un attimo e torniamo alla realtà. Da magistrato sarebbe favorevole a obbligare la popolazione a vaccinarsi contro il coronavirus, visti i tanti no-vax?
Ma a obbligare come si fa? C’è la Costituzione. Bisogna raccomandare fortemente e spiegare una cosa importante, che poi è sotto gli occhi di tutti: più gente si vaccina e meno virus c’è. Penso che il Covid sia stato una dura prova per tutti quanti, dobbiamo essere onesti con noi stessi e dire che non vediamo l’ora di smetterla con le mascherine, con il distanziamento sociale, con queste condizioni innaturali. Le abbiamo accettate perché ci servivano ad evitare una strage. Adesso piano piano ce le vogliamo lasciare alle spalle e non vogliamo che diventino una normalità, e per questo servono i vaccini.

Sempre da magistrato: c’è stato tanto rumore per il caso Brusca. Lei cosa ne pensa?
Ad ogni essere umano va offerta una seconda possibilità – poi non tutti l’accettano o la sanno cogliere, ma la possibilità non può essere negata veramente a nessuno. Capisco anche che è una prospettiva un po’ cattolica, noi del resto siamo un paese cattolico. Ho frequentato delle scuole dove si insegnava la dottrina cattolica e anche il più grande peccatore può pentirsi all’ultimo istante. Perché negare questa possibilità?

Poi ci sono due piani diversi del discorso che vanno affrontati: un piano è che lo Stato fa un accordo, dice “tu sei un delinquente io ti dò tanto di galera, meno di quella che meriteresti, però tu in cambio mi dai la possibilità di evitare altri delitti, altri morti, altre stragi e di colpire gli altri cattivi”. Questo è un accordo, e questa legge la volle Falcone. Lo Stato rispetta i patti. Non può dire “ti ho usato ma a questo punto me lo rimangio perché tu sei più cattivo degli altri, quindi ti tengo dentro perché magari mi porta un 2% di voti in più, più consenso”. Questa cosa uno Stato non la fa. Uno Stato dice “io sono lo Stato, vinco con le armi della democrazia la mia battaglia contro la mafia, non sono allo stesso livello dei mafiosi”.

Poi c’è l’uomo. Io non lo so se l’uomo sia sinceramente pentito o se passerà il resto della sua vita in espiazione, non lo so. So però che gli è stata data una seconda possibilità sulla base di un discorso che è proprio previsto dalla nostra Costituzione, sulla base di una legge che è stata voluta per combattere la mafia.

Altri casi di cronaca di cui si è parlato molto: la funivia del Mottarone, Denis Pipitone. In generale, in tv siamo arrivati un livello sbalorditivo di spettacolarizzazione del dolore. Perché secondo lei? 
Guardi, l’Italia è il Paese al mondo che ha la più alta percentuale di cronaca nera nelle trasmissioni televisive. Ci sono due aspetti di questo, uno nobile: a tutti noi interessano questi fatti. E poi c’è l’aspetto ignobile: l’interesse che diventa morbosità.

Però consideri che noi siamo in una società aperta, non si può vietare a nessuno di fare una trasmissione piuttosto che un’altra. Si potrebbe però cominciare a ragionare mettendosi tutti insieme intorno ad un tavolo su come darle queste notizie. Le notizie vanno date in modo corretto, cercando di essere quanto più possibile aderenti ai fatti veri, a quello che è accaduto e non tanto alle ricostruzioni narrative. Però guardi che da questo punto di vista io posso intervenire sulla televisione, posso intervenire su un grande conduttore televisivo, ma non potrò mai intervenire su un qualunque cittadino che usa i social. Questo è un tempo in cui ciascuno è cronista, giornalista, e lì veramente non esistono né filtri né controlli. L’unica cosa che intuisco in questo momento è che bisognerebbe istituire dei corsi speciali e incominciare dalle scuole elementari per educare i ragazzini a frequentare il mondo delle informazioni e dei social sapendosi difendere e non farsi manipolare.

Tornando a Manrico, il protagonista del suo libro. Un personaggio così raffinato, amante del bello, non sarebbe ora di vederlo in tv?
Se dipendesse da me… uno scrittore può scriverlo, non produrlo. Ci vogliono molti soldi. È un personaggio positivo rispetto a Romanzo Criminale: diciamo che ero un po’ stanco di raccontare storie di brutti, sporchi e  cattivi e mi è piaciuto raccontare la storia di un uomo alto, bello, distinto e dalla parte giusta.

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