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YouTube potrebbe saltare anche per colpa vostra

La piattaforma di streaming video si è presa anche la musica ma ha disabituato gli utenti a pagare. E questo potrebbe diventare un problema molto grave

B Christopher / Alamy / IPA

Indovinello del giorno: qual è la piattaforma di streaming musicale più diffusa al mondo? Spotify? Google Play Music? Apple Music? Tidal? La risposta è, al tempo stesso, più scontata e più originale di quanto potresti immaginare. Si tratta, infatti, di YouTube.

Ok, di primo acchito è ovvio, dopotutto chiunque accede a questo servizio, comunque di proprietà di Google, almeno una volta al giorno. D’altra parte stiamo parlando di una piattaforma di streaming non specializzata, dove si può trovare musica, come dirette di partite a videogame, vecchi film, puntate di trasmissioni televisive, confessioni di fashion blogger spiantati e tanto altro ancora.

E invece. Invece, stando a un recente rapporto di MIDiA Research, ben il 55% dei consumatori di musica digitale guarda video di genere proprio su YouTube. Un dato impressionante, ma che lo diventa ancor più nel momento in cui si scopre che la percentuale di consumatori che sceglie tutti gli altri servizi di streaming gratuiti è del 37% in totale. Senza considerare che la fascia di utenti YouTube è la più appetitosa per l’industria, visto che lo streaming di Google conquista quasi il 75% degli under 25, che sale al 84% in paesi come il Messico.

Acclarato il successo di YouTube anche in questo settore, molti si chiedono da dove derivi. Certo, è gratuito, ma ci sono un sacco di servizi di streaming musicale gratuiti che, tuttavia, raccolgono briciole al suo cospetto. Per non parlare del confronto coi servizi a pagamento. Tra tutte le teorie edotte, la più plausibile è quella che la qualità non paga. O meglio, per la qualità non si paga. Il pubblico preferisce attingere a piene mani da un catalogo immenso e gratuito, chiudendo un occhio sulla mancanza di funzioni avanzate o chissà quale definizione. E preferendo così YouTube a servizi tecnologicamente migliori, ma che pretendono un balzello mensile od offrono un catalogo ridotto.
C’è poi il discorso dell’ecosistema.

YouTube, lo abbiamo detto, non è una piattaforma che offre solo video musicali. E questa caratteristica, all’apparenza controproducente, in realtà va a creare un ecosistema dal quale attingere qualsiasi genere di contenuto. Ti basta aprire YouTube per passare con disinvoltura da un talk americano alla nuova hit kazaka. Questo spiega, tra l’altro, come YouTube abbia un grado di penetrazione elevato perfino in Svezia, paese tradizionalmente patriottico che tuttavia predilige il servizio streaming di Google anche all’autoctono Spotify.

Questo dal punto di vista del consumo, ma c’è anche un discorso da fare sul versante della produzione. Può sembrare banale, ma YouTube, insieme a Vevo, è il servizio streaming che paga di più i suoi “creator”, grazie a un circolo virtuoso alimentato da investimenti pubblicitari sempre più consistenti.

La strabordante supremazia di YouTube ha, tuttavia, una grossa falla, che potrebbe rivelarsi pericolosa per il servizio stesso nel prossimo futuro: i suoi utenti, così numerosi e affezionati, si sono disabituati a pagare i contenuti. Così, mentre per Spotify la percentuale di utenti paganti è del 58%, nel caso di YouTube il passaggio alla versione Premium, a pagamento, non tocca nemmeno il 10%.
Se l’economia di YouTube regge, al momento, è per via della massa critica di utenti che si ritrova, ma in ottica futura questa strategia potrebbe non bastare e il servizio a pagamento sarà un elemento-chiave per scongiurare i flop.

Per questo motivo c’è da aspettarsi una forzatura di mano da parte del colosso dello streaming, che spingerà sempre più, e a volte anche in modo poco elegante, sui servizi Premium, per cercare di diversificare il proprio business. Arriveremo a una situazione in cui lo YouTube gratuito offrirà solo anteprime di pochi secondi per tutti i suoi contenuti, che andranno poi visti per intero pagando la versione Premium? Probabilmente no, ma quel che è certo è che l’aumento esponenziale di contenuti aumenterà sempre più i costi tecnologici da sostenere e, prima o poi, occorrerà andare oltre le semplici pubblicità. E non è detto che il colosso di oggi si confermerà un Golia anche domani.

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