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Guerra e pace, spade e carote

Cos’hanno in comune un grande gioco di guerra tra cavalieri e una rilassante avventura bucolica? In apparenza nulla. Ecco a voi "For Honor" e "Stardew Valley"

For Honor, sviluppato da Ubisoft

For Honor, sviluppato da Ubisoft

Da un lato c’è For Honor, un videogame online di combattimenti “all’arma bianca” – spade, mazze, roba medievale insomma. Appartiene a un genere piuttosto vario chiamato hack’n’slash, “taglia e squarcia” (Golden Axe, Diablo, Devil May Cry ecc.) ed è prodotto e promosso in pompa magna da una delle maggiori software house del mondo, Ubisoft.
Dall’altro lato c’è il piccolo gioiello indie Stardew Valley: un idilliaco simulatore di vita agreste con elementi di gioco di ruolo, uscito lo scorso anno per PC e da poco su console (è in arrivo anche sul nuovo Nintendo Switch). Non potrebbero esserci videogames più lontani e diversi tra loro, almeno in apparenza. Ma, come vedremo, hanno almeno un elemento in comune. Ed entrambi provano che i videogames oggi hanno un pubblico molto più vasto e trasversale di quanto sembri.

Partiamo da For Honor: più macho di così non si può. È nato per essere giocato prevalentemente in multiplayer, e ruota tutto intorno a battaglie corpo a corpo. Il giocatore può scegliere il proprio guerriero fra tre fazioni – cavalieri, samurai e vichinghi – che per qualche strana ragione si trovano a combattere l’uno contro l’altro. Qualcuno potrà trovare questa scelta strampalata, ma il bello dei videogames, ancora più di altri media, è che fantasia e giocabilità vengono molto prima di fedeltà storica o verosimiglianza. Ogni fazione è suddivisa in quattro classi, dai più leggeri e veloci ai più grossi e potenti: questi ultimi, utili per mantenere una posizione, danno una certa soddisfazione: enormi, come dei Cannavacciuoli medievali se vanno in giro a tirare mazzate terribili ai più mingherlini. Quando si incontra un nemico di alto livello, si entra in una sorta di “modalità duello”, in cui è possibile portare i propri colpi in maniera molto più completa, e individuare così il punto debole del proprio avversario, in scontri epici finalmente complessi e imprevedibili. La varietà di armi e di classi di personaggi fa sì che il giocatore possa sentire tramite il joypad il peso di ogni colpo, portato e ricevuto. In pratica, For Honor è il tentativo (ambizioso, e direi riuscito) di trasportare un genere classico dentro una struttura da moderno shooter multiplayer, probabilmente pensato anche per diventare, se tutto va bene, una popolare disciplina da eSport, com’è successo lo scorso anno per Overwatch.

Stardew Valley, invece, è tutto tranne che un gioco di guerra. Nella sequenza iniziale, il protagonista (ragazzo o ragazza, è possibile scegliere) è infelicemente impiegato presso un’azienda hi-tech – l’alienazione è rappresentata dai cubicoli: forse Eric Barone, il solitario sviluppatore del gioco, non ha mai lavorato in un open space, altrimenti saprebbe. Ma ecco la svolta: abbiamo ereditato dal nonno defunto una fattoria situata nell’incantevole Stardew Valley: la grande occasione per scappare dalla città e dall’odiato lavoro, e ritrovare il contatto con la natura. Sarà per il fatto che dal quel momento dovremo vivere dei frutti della terra, rispettando il ciclo delle stagioni – d’inverno c’è poco da fare, e ci si può concentrare sui rapporti umani presso il vicino centro abitato (chi vuole può anche sposarsi) –, o ancora, per l’incantevole colonna sonora: Stardew Valley è uno dei giochi più rilassanti di tutti i tempi, un’autentica cura per i nostri nervi. E la dimostrazione di quanto sia varia l’offerta dei videogames, oltre la barriera dei titoli in primo piano.

E comunque, per chi ne sentisse il bisogno, tra una zucchina da cogliere e una mucca da mungere, in Stardew Valley è sempre possibile scendere in una caverna e far fuori un po’ di nemici striscianti. Tutto torna, insomma. Perché, come For Honor in un modo diametralmente opposto dimostra alla grande, nei videogames è sempre tempo di tagliare e squarciare. L’importante è farlo con stile.