Facebook è stato condannato per concorrenza sleale nei confronti di un'azienda italiana | Rolling Stone Italia
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Facebook è stata condannata per concorrenza sleale nei confronti di un’azienda italiana

Il Tribunale di Milano ha dato ragione alla Business Corporation, piccola azienda milanese a cui il social di Zuckerberg si sarebbe ispirato per la creazione di una app. Leggete qui:

Non era mai successo prima: Facebook è stato dichiarato in primo grado responsabile di violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale nei confronti di un’azienda produttrice di software, l’italiana Business Competence. Ma andiamo con ordine.

Tutto è iniziato con lo sviluppo e la commercializzazione da parte di Business Competence di Faround, app che, come molte altre a cui ci siamo abituati negli anni, sfrutta la geolocalizzazione dell’utente per consigliare esercizi commerciali, ristoranti e attività di ogni tipo che si trovano nelle vicinanze, con tanto di commenti e ratings. Un’app sviluppata per aumentare la presenza delle aziende sul web e che poteva essere utilizzata direttamente su Facebook, grazie all’integrazione che permessa dal social. Un normale processo di “subsmission”, poi l’approvazione e finalmente l’approdo sull’App Store, nel settembre 2012.

Tutto normale fino a dicembre dello stesso anno, quando Facebook lancia Nearby. Logo simile, stesse funzionalità e concept. I ragazzi di Business Competence non ci stanno e denunciano il fatto al Tribunale di Milano che gli dà ragione: le app sono “sovrapponibili”, inoltre Facebook non avrebbe avuto il tempo materiale di sviluppare lo stesso software in così poche settimane. Praticamente un plagio.

Così, con la sentenza 9549 del 1° Agosto 2016, Il Tribunale di Milano ha accertato la responsabilità di Facebook S.r.l., Facebook Inc. e Facebook Ireland LTD per atti di concorrenza sleale e per violazioni del diritto di autore, inibendo l’utilizzo di Nearby sul territorio italiano. Una sentenza contro la quale il gruppo di Zuckerberg ha fatto ricorso senza però ottenere i risultati sperati: la Corte d’Appello non ha sospeso l’esecutività e la app è stata fatta sparire. Ora resta da capire se ci sarà un risarcimento e come si evolverà l’intera causa. Intanto, la sentenza è storica: «Siamo increduli» dice Sara Colnago, AD del gruppo Business Competence. Ci crediamo.

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