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Essere omosessuali nei videogiochi è complicato come nel mondo reale

Se i personaggi gay sono eccezioni il motivo è più economico che politico. O forse solo una scusa che Blizzard ha fatto crollare

L’omosessualità di Ellie, timidamente accennata nei precedenti capitoli, pare non essere più un mistero in TLOU – Part II.

Il videogioco è il fratellino piccolo dell’industria del divertimento. Quello a cui viene concesso tutto quello per cui i fratelli più grandi sono stati sommersi di critiche. Quello che torna a casa all’alba, sbronzo, sporco di sangue, e viene accolto con una risata, perché è proprio da lui ridursi così. Il tutto mentre la letteratura lo considera lo scemo della famiglia e il cinema lo guarda con la malcelata invidia di chi certe cose non può più permettersele. Però se all’alba dei 58 anni hai ancora problemi a proporre trame più articolate dell’etichetta di uno shampoo, rifiuti di prendere posizione su qualunque tema politico e riesci a concepire l’omosessualità solo come una categoria di insulti da multiplayer, forse è arrivato il momento di abbandonare l’adolescenza.

Questo bacio potrebbe aver cambiato una volta per tutte la percezione del rapporto dei videogiocatori con l’omosessualità.

Per pigrizia o per timore

Tra i diversi motivi che impediscono al videogioco di raggiungere, o meglio di vedersi riconoscere, la tanto agognata maturità, il controverso rapporto con la rappresentazione della diversità sta diventando uno dei più complessi e spinosi. Una delle ragioni, quella da cui si può provare a partire per avviare una riflessione, è la sotto-rappresentazione. Secondo uno studio condotto dal quotidiano inglese The Guardian nel 2014, solo il 5% dei giochi pubblicati fino a quel momento aveva come protagonista una donna. E se dovessi avanzare un’ipotesi, il motivo non è da ricondursi a una qualche volontà di propagandare la diffusione del patriarcato o la predominanza del maschio bianco etero: ciò implicherebbe una capacità programmatica che l’industria non ha mai dimostrato. Le ragioni piuttosto possono essere due: la pigrizia o il timore. E la prima mi sento di escluderla. Chi investe miliardi di dollari nella produzione di un videogioco non può davvero essere convinto, oggi, che lo giocheranno solo adolescenti maschi caucasici spaventati dalla diversità sessuale o culturale. L’altra ipotesi, più credibile, è che il tema sia considerato divisivo, potenziale fonte di critiche, e dunque da evitare come la peste o come qualunque altra posizione politica, che ormai sta al videogioco come la kryptonite a Superman. Il che spiegherebbe anche perché personaggi apertamente o velatamente gay siano esistiti, ma siano sempre rimasti sullo sfondo, per lo più dipinti come macchiette.

Nelle descrizioni di Apex Legends, per Bloodhound vengono utilizzati i pronomi alla terza persona plurale.

Il lento coming out del videogioco

Uno dei primi esempi di relazione omosessuale portata in primo piano si deve a Mass Effect. Nel RPG di Bioware era data libera scelta al giocatore di decidere il sesso del proprio alter ego, il comandante Shepard, e di provare a sedurre buona parte del cast di comprimari. La principale trama amorosa tuttavia ruotava intorno a Liara T’Soni, aliena asari la cui razza è composta unicamente da donne capaci di riprodursi con qualunque altro sesso. Pur attraverso una rappresentazione grottesca della realtà, sua cifra stilistica fin dagli esordi, anche GTA ha saputo includere nel proprio universo narrativo personaggi gay. È abbastanza interessante, in questo caso, notare un graduale cambiamento d’approccio. Se i riferimento ai Village People nei primi titoli sono esempi di ironia un po’ gretta, nel tempo gli scrittori della serie hanno sviluppato una maggiore consapevolezza sul tema. Così prima arriva La Ballata di Gay Tony, espansione di GTA IV che ruota intorno ad Anthony “Gay Tony” Prince, poi uno dei tre protagonisti di GTA V dichiara di non avere preferenze tra uomini e donne. Certo il coming out viene riservato a quello del trio con cui è più difficile empatizzare, ma è già qualcosa. La pur sempre limitata, ma crescente apertura alla rappresentazione di personaggi gay in ruoli di rilievo è sintetizzabile attraverso la parabola di Assassin’s Creed. La saga di Ubisoft è passata da lasciar intuire l’orientamento sessuale di un bersaglio a non aver timore nel rappresentare la sessualità aperta dei suoi protagonisti nell’antica Grecia. In tempi più recenti, soprattutto nella raffigurazione dell’omosessualità femminile sono caduti molto taboo, forse perché quest’angolatura riesce a solleticare maggiormente la fantasia maschile. Ellie di the Last of Us e, soprattutto, Chloe di Life is Strange rimangono due buoni esempi di scrittura di personaggi in cui la sessualità non viene appiccicata come una forzatura per scopi narrativi, ma come una componente naturale del loro essere. I due personaggi gay più importanti nella storia del videogioco in realtà potrebbero però rivelarsi Tracer e Soldier: 76 di Overwatch, senza che alcun dettaglio circa il loro orientamento sia mai emerso nel contesto di gioco.

Mass Effect riprendeva il luogo comune letterario sci-fi del capitano che fa sesso con gli alieni, applicandolo però and entrambi i sessi.

Chi ha paura di un protagonista gay?

L’idea di Blizzard di gestire la caratterizzazione di due dei personaggi più importanti ed esposti del gioco attraverso dei fumetti utilizzati per ampliarne l’universo narrativo ha portato a due conseguenze rilevanti. Da un lato ha portato la community a riflettere sulla possibilità di identificarsi anche con personaggi omossessuali, avendolo di fondo già fatto senza avvertire alcun tipo di differenza. Dall’altro, ha isolato la parte più omofoba della fan base, spingendola ad esporsi, a dar voce alla protesta e a mettere in atto un boicottaggio che però non ha influito quasi per nulla sulla popolarità e sul successo economico del gioco. Overwatch, insomma, ha dimostrato che il timore della cattiva accoglienza nei confronti di protagonisti gay potrebbe essere molto meno fondato di quanto si immaginava. Non solo, ma ha anche costretto la minoranza omofoba a rivelare la propria inconsistenza in termini numerici, ma soprattutto economici, ovvero quelli che da sempre guidano le decisioni produttive.

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