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I droni e il giornalismo

Negli ultimi anni, gli aeromobili a pilotaggio remoto ci hanno offerto nuovi punti di vista per raccontare eventi come la guerra. Una risorsa preziosa, a patto di conoscerne i limiti

Yavne, Israele, 2014. Un prototipo di drone AirMule presso la Tactical Robotics. Foto di Vittoria Mentasti e Daniel Tepper

Yavne, Israel - A prototype AirMule drone at the Tactical Robotics factory.

L’High Speed 2 è una linea ferroviaria inglese, di nuova generazione, che entro il 2032 collegherà Londra a Edimburgo. Impatto ecologico, le valutazioni sulla reale necessità del progetto e soprattutto il suo costo (pare si supereranno gli 80 miliardi di sterline), hanno trasformato questa linea ferroviaria in uno dei più accesi motivi di dibattito e scontro del Regno Unito. E dove c’è dibattito, si sa, c’è giornalismo. E dove ci sono giornalismo e cantieri disseminati nel cuore dell’isola, ci sono riprese dall’alto.

Fino all’ottobre del 2013, per realizzarle, si utilizzava il classico, costoso e scomodo elicottero, ma da allora la BBC, sempre un passo avanti nel mondo del giornalismo d’inchiesta, ha deciso di cambiare marcia. Anzi, elica: è stata la prima, infatti, a utilizzare un drone per delle riprese giornalistiche. Non un drone qualsiasi, intendiamoci, ma un “hexacopter”, cioè un modello a sei eliche capace di librare in aria una pesante videocamera TV e offrire inquadrature come mai, nel settore, se n’erano viste prima.

L’utilizzo di questa tecnologia, per il tipo di servizio, forse era un po’ pretestuoso, ma già con l’esondazione del fiume del fiume Severn, che nel febbraio del 2014 mise in ginocchio la città di Worcester, si ebbe la dimostrazione del vero ruolo del drone nel giornalismo moderno: offrire video “mordi e fuggi” da zone irraggiungibili.

Vedete, coi classici mezzi aerei il problema è che pilota e operatore video sono due entità distinte e non sempre coordinate, tant’è che le riprese in diretta hanno componenti visive e audio spesso scollate tra loro. Il video, insomma, è un contorno alle parole, o viceversa. Con un drone, è il giornalista a controllare direttamente il flusso delle immagini, ad arrivare con l’obiettivo laddove le sue parole trovano il pieno significato. Al punto che, spesso, il commento audio può essere omesso, perché la ripresa collima perfettamente col senso giornalistico che l’operatore vuole infondere al servizio. Il drone dimostra di avere la capacità di offrire un giornalismo veloce e dinamico, al passo col web, laddove quello tradizionale evidenzia tutti i suoi limiti. La cosa inizia a essere ancora più evidente coi primi servizi di guerra che fanno uso di droni.

Il primo caso celebre è quello della battaglia all’aeroporto di Donetcsk, durante il conflitto ucraino. È il 16 gennaio del 2015 quando il collettivo Army SOS, facente parte dell’esercito ucraino, posta su YouTube le prime riprese video, catturate da droni, dell’aeroporto devastato dai combattimenti.

Due giorni dopo, scende in campo, o per meglio dire si alza in volo, proprio la BBC, registrando riprese da drone molto più stabili ed elaborate. L’indomani, la Professional Society of Drone Journalists (PSDJ) utilizza le riprese dell’Army SOS per mappare la zona devastata dal conflitto e, partendo da questa, creare modelli 3D. A partire da questi, crea un ambiente tridimensionale che riproduce l’aeroporto distrutto, dando la possibilità a chiunque di visitarlo e rendersi meglio conto di ciò che è accaduto. Il risultato è così buono che sono in molti a chiedersi come mai la BBC non abbia utilizzato le stesse riprese offerte dall’Army SOS. Il motivo, in realtà, è molto semplice: quel filmato ucraino è smaccatamente di parte, e c’è il rischio che quei video nascondano una forma di propaganda che BBC avrebbe potuto amplificare a dismisura. Da qui, la decisione di inviare sul posto propri reporter dotati di un apposito drone, per realizzazione un servizio esclusivo e al di sopra delle parti. Su tutto, il video della BBC ci insegna che il giornalismo via drone non è più sicuro di quello classico, di guerra. I primi trenta secondi circa sono basati su riprese da drone – in questo caso il reporter se ne sta in una posizione piuttosto sicura. Ma gli ultimi secondi mostrano l’utilizzo di una videocamera a mano, con riprese a ridosso di veri soldati in una vera operazione di guerra in tempo reale. I due tipi di ripresa si integrano alla perfezione e probabilmente le riprese aeree non sarebbero così descrittive senza quelle a mano, e viceversa.

L’Aeronautics Aerostar, un aeromobile a pilotaggio remoto presso la fabbrica dell’Aeronautica Israeliana. Foto di Vittoria Mentasti e Daniel Tepper

L’Aeronautics Aerostar, un aeromobile a pilotaggio remoto presso la fabbrica dell’Aeronautica Israeliana. Foto di Vittoria Mentasti e Daniel Tepper

Il rischio, in effetti, è di trasformare un documentario di guerra in un’accozzaglia di scene da Hollywood, ed è per questo che Alexandra Gibb, ricercatrice dell’Università della British Columbia e autrice di “Droning the story”, parla di “gamification” del giornalismo. Per non incorrere in questo rischio, è dunque necessario che le riprese siano di diverso tipo e che il drone abbia un ruolo da comprimario, piuttosto che da assoluto protagonista. Un processo che, certo, richiede ancora tempo.

Resta il fatto che da quel momento, dall’attacco all’aeroporto di Donetcsk, il giornalismo scopre nel drone lo strumento per proiettare le notizie in una nuova dimensione. Non più un orpello fine a sé stesso, ma un modo nuovo di raccontare un evento. A patto di conoscerne i limiti.

Airport City, Israele, 2014. Lo IAI Heron TP fotografato in un hangar vicino all’aereoporto di Ben Gurion, Israele. Foto di Vittoria Mentasti e Daniel Tepper

Airport City, Israele, 2014. Lo IAI Heron TP fotografato in un hangar vicino all’aereoporto di Ben Gurion, Israele. Foto di Vittoria Mentasti e Daniel Tepper

A partire da questo, cosa possiamo aspettarci oggi, da un giornalismo basato su droni? Qui la differenza è fatta proprio dalla tecnologia. Ci sono modelli che, a meno di duemila euro, garantiscono un raggio operativo di oltre cinque kilometri in tutte le direzioni, con velocità fino a 70 Km/h. Mi viene in mente il Phantom 4 Pro di Dji, uno dei più utilizzati per lo scopo, ma si trovano diverse alternative di questo tipo. Il vero problema attuale dei droni “da giornalismo” è la scarsa autonomia della batteria, che difficilmente supera i 30 minuti. Un limite destinato ad ammorbidirsi, ma che al momento richiede un’accorta pianificazione del materiale da girare e, soprattutto, di come incastonarlo in un servizio completo. Non necessariamente un male, se pensiamo alle tonnellate di inutili video girati da droni che affollano YouTube e che ci hanno ormai vaccinato alla spettacolarità di certe inquadrature. C’è di buono che, superata una fase di sbronza da drone – che in fondo stiamo ancora vivendo – tornerà la necessità di lavorare sui contenuti. Probabilmente, grazie ai droni, il giornalismo si sta evolvendo nel pieno rispetto di ciò che ci ha regalato nel corso sua bistrattata storia: autenticità.

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