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Fumettibrutti: «Sarebbe così bello se tutti si facessero gli stracazzi loro»

L'autrice più punk e affascinante dell’Italia di oggi torna con "Anestesia", che conclude la trilogia di "Romanzo Esplicito" e "P. La mia adolescenza trans"

Foto Claudio Chiavacci

È passato solo un anno e mezzo da quando Fumettibrutti è apparsa nella mia vita. Ero rientrato a Milano dopo un weekend fuori porta, ritrovandomi incastrato nella festa annuale del mio quartiere. In una domenica in cui Via Washington era stranamente chiusa al traffico, aggirandomi tra le bancarelle dei libri usati tra Harmony e gialli di serie b, mi imbattei nel suo primo lavoro, Romanzo Esplicito. Come se mi avessero bruciato gli occhi. Ne scrissi con così tanto ardore da essere citato sul retrocopertina del suo seguito, P., la mia adolescenza trans, dove campeggiano le mie parole ‘certe letture sono acidi, sono abrasive per gli occhi e per la propria morale’.

Su queste pagine scrissi anche di quella seconda e affascinante opera e oggi, a solo un anno e mezzo di distanza da quel primo fortuito incontro, sono con in mano Anestesia, l’ultimo lavoro di questa trilogia, in videochiamata con Yole, in arte Fumettibrutti, l’autrice più punk e affascinante dell’Italia di oggi.

 

 

Anestesia conclude questa trilogia raccontando quello che è successo prima dei fatti narrati in Romanzo Esplicito, ma dopo quelli di P., la mia adolescenza trans. Come sei arrivata a scegliere questo ordine narrativo? 
Questi tre libri sono il foglietto illustrativo per conoscermi. Possono essere letti assieme o come opere singole, credo sia il pregio di queste opere. Questa trilogia non nasce però con un ordine prestabilito. Solo dopo Romanzo Esplicito ho realizzato che potevo e volevo fare coming out e scrivere di ciò che era successo prima di quegli avvenimenti. 

Il rosso, il giallo, il blu. Come nasce la scelta cromatica di queste opere?
Ho scelto il colore rosso in Romanzo Esplicito per tre motivi. Nell’editoria c’è una regola secondo cui i libri che hanno in copertina il colore rosso vengono notati maggiormente. Poi perché mi ricorda l’esplicito. Infine, perché quel tipo di rosso in particolare è un omaggio alla Feltrinelli che mi stava pubblicando come prima esordiente di questa collana. Per P. ho scelto il giallo perché è il colore del cambiamento, della crescita, del diavolo. P. è anche un richiamo al Purgatorio della Divina Commedia dove Dante utilizza le lettere P, scritte in fronte, come simbolo per le prove da superare per raggiungere il Paradiso. P. è anche l’iniziale del mio dead name [nel mondo trans, il nome di battesimo che viene abbandonato], ma penso che questo sia un concetto banalizzante e non mi piace: io non sono morta, sono solo cresciuta. E così siamo arrivati ad Anestesia: e che fai, ti lasci scappare il blu?

In Anestesia leggo un approccio differente alla scrittura e al tuo modo di raccontare. Percepisco un senso di risoluzione in te, sia come autrice che come protagonista dell’opera. Senti anche tu questa nuova maturità creativa ed emotiva?
Nei miei primi due lavori, i miei pensieri accompagnavano la trama. Quelli di Romanzo Esplicito furono semplici da scrivere perché c’era un distacco temporale molto breve rispetto a quando erano realmente accaduti. Era come se mi stessi cicatrizzando con il fuoco ed è stato utilissimo a livello di crescita e guarigione. Con P., invece, essendo un coming out, ho dovuto riscavare dentro me dei pensieri molto dolorosi che non ero più abituata a fare. Ci sono dei pensieri stupidi, adolescenti, ma perché in quel momento della storia sono i pensieri da teenager. P. è stato un lavoro difficile perché oltre ad essere un coming out sociale, è stato uno scontro con me stessa per riuscire a scrivere alcune cose che non pensavo più e che ho dovuto ri-processare.

Per Anestesia invece sono stata in balia di quelli che erano i diritti e i doveri femminili che mi circondavano. Non riuscivo a ritornare a certi pensieri maschilisti, da mentalità del sud, che avevano all’epoca. Ho fatto un lavoro di auto-coscienza dicendomi che non potevo più tornare alla voce interna che avevo in quei giorni. Sono cose che ho superato. Quindi ho messo tutto in scena e ho tolto la voce fuori campo. Volevo che si notasse che dopo P. qualcosa è successo: e quel qualcosa è stato il mio ex e l’essere diventata femmina, con tutto ciò che comporta. Nella mia testa ero passata da trans a donna cis-gender, sotterrando P., un’intera parte di me, per diventare qualcosa che comunque, nella società, è una persona a cui manca un pezzo.

Moltissime ragazze trans vivono questa sensazione, come di omissione, ed è pesante. Sarebbe così bello se tutti si facessero gli stracazzi loro senza andare a discriminare una persona per quello che è e vuole essere. Siamo sette miliardi, non può darti fastidio il fatto che io voglia esistere. È per questo che, ad esempio, le parole di J.K. Rowling [autrice di Harry Potter che più volte si è schierata contro le persone transgender] sono parole d’odio; se tu vuoi cancellare l’esistenza di qualcuno, negandola, stai spargendo odio. 

Con questa trilogia ti sei messa a nudo, psicologicamente e fisicamente. Hai consegnato la tua privacy per diventare una voce. Come vivi questo sottile equilibrio tra la tua vita e la tua arte?
Inizialmente non volevo fare coming out. Mi sono interrogata se era giusto continuare con la linea volutamente ambigua di Romanzo Esplicito e rimanere nel non detto; un po’ come Amanda Lear! Mi sembrava però di omettere una parte di me, considerando soprattutto che la mia scrittura è così esplicita e autobiografica. Quando ho deciso che mi sarei messa a nudo, ho scritto P., la mia adolescenza trans; e quella particella pronominale, quel mia, è fondamentale a precisare che quella è la mia esperienza, non ha valore universale e oggettivo.

Ogni persona transgender ha il proprio racconto. Ti faccio un esempio. Io non ho nulla contro Leo Ortolani e il suo fumetto Cinzia, anzi, penso che sia stato utile per molte persone, ma trovo problematico che ancora oggi si faccia fatica a dar voce alle ragazze transessuali. Se un’opera come Cinzia fosse stata scritta davvero da una Cinzia, avrebbe avuto un peso differente. Anche per queste ragioni ho deciso di metterci faccia e voce. Il mio interesse è rendere banali i discorsi sulla transessualità. E per banali intendo che siano introiettati da tutti, evitandomi di dover sempre spiegare qualcosa a qualcuno pur di vivere in pace. Vorrei che le persone sapessero già tutto. Ma sono convinta che in un futuro la società avrà fatto i passi necessari affinché i miei libri non servano più ad un cazzo. Ora hanno questo successo anche perché di questi argomenti non se ne parla. Se non ci fosse la società, e il contesto, io mi dimenticherei di essere trans.

Mi fa venire in mente un passaggio di Femmine, saggio dell’autrice transgender Andrea Long Chu, in cui viene scritto “il genere è una cosa che ti viene assegnata dagli altri”, ad intendere come certe etichette siano necessarie solo ed esclusivamente a questa società, e non a noi come singoli individui.
Il concetto di diverso è qualcosa che interiorizziamo sin da piccoli. E se il contesto sociale in cui vivi non ti permette di approcciarti al diverso in maniera serena, sarà più facile odiare il prossimo. Bisognerebbe insegnare che la diversità è ricchezza. 

Ora, finita questa trilogia, continuerai a mantenere una narrativa autobiografica o stai vagliando nuove possibilità?
Quando sono in ansia e non riesco a fare le cose in un certo modo, le mando in vacca. Il risultato è poi sempre Fumettibrutti. Sono come un’artista punk. Ho fatto un’opera di fuoco e ora sono ad un bivio: o mi evolvo e divento John Lydon nei P.I.L. o mollo tutto e smetto. Non voglio diventare manieristica, non voglio fare una cosa perché mi conviene. Devo capire se ne ho l’esigenza e se non posso fare altrimenti. Devo proseguire su questa strada? O prendere del tempo per migliorare e disegnare meglio? Continuare o cambiare? Ancora non lo so.  Con l’autobiografia puoi trovarti a tuo agio con te stesso. Un’autrice, ora non ricordo chi, diceva che scriveva solo per provare vergogna. E ammetto che se di fronte ho qualcuno che ha già letto i miei libri e sa quello che deve sapere di me, ho molte meno ansie. In un certo senso, questi libri li ho scritti per me, per facilitare le persone a relazionarsi con me e per far sì che questo genere di letteratura fosse più presente nelle librerie.

L’autobiografia è un modo molto diretto per parlare a se stessi, capirsi, conoscersi. Come è stato relazionarsi con questa violenta onestà?
Con Romanzo Esplicito ho scoperto che dalla corazza che mi ero costruita da tutta la vita stavo iniziando a perdere sangue da innumerevoli ferite. Con P. mi sono spogliata di tutto: ero senza epidermide. Ora, arrivata ad Anestesia, è come se mi fossi rifatta la pelle. Passando il tempo sono diventata più forte: scrivere questi libri mi ha aiutato a farcela. È strano per me pensare di aver raggiunto questo successo e di essere diventata una scrittrice e autrice rispettabile e rispettata. Questo mi fa continuare. Cosa verrà dopo la trilogia? Vedremo. Pensi che se cambiassi modo di scrivere, deluderei qualcuno?

Penso che ogni autore, eventualmente, sarà una nave che si dirige incontrollabile verso la delusione del lettore; nell’arte sei costretto ad affrontare la delusione, è la cosa più affascinante.
È vero. Anche io penso… [cade la linea e passano alcuni minuti prima di riuscire a riconnetterci] … no, ti prego, chiudiamola con questa frase aperta sull’arte come delusione, è perfetto così.