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Fumettibrutti, Gipi, Dottor Pira: come disegnare male benissimo

Con linee grezze e immagini scarne si può raccontare tutto: un percorso interiore, la politica, una quotidianità paradossale. Lo dimostrano gli artisti di una nuova corrente del fumetto italiano: non sottovalutateli

Un dettaglio della copertina di 'P. La mia adolescenza trans', la graphic novel di Fumettibrutti

Edizioni Feltrinelli

Nell’estetica moderna si tende a omologare secondo canoni ben precisi tutto ciò che è da considerarsi bello (e giusto) dividendolo in maniera netta da quello che non lo è, limitando la scelta degli utenti che vengono indirizzati nei gusti da persone che attraverso le loro scelte tendono a influenzare quelle degli altri. La vera libertà odierna è quella di riuscire ad avere gusti propri ed accettare la bellezza non come un insieme di dogmi preconfezionati, ma come qualcosa in grado di emozionare. Dovrebbe essere l’animo ad essere appagato e non solo la vista o il pensiero razionale.

Nei secoli ci sono state correnti artistiche che hanno deciso di distanziarsi dai canoni classici per spacchettare la realtà immaginando nuove forme, anche di disegno, e nel corso degli anni una parte del fumetto si è distanziata da un tipo di estetica canonica finendo in altri territori in cui la bellezza è soggetta a una rivisitazione e prende un valore differente nel contesto in cui si posiziona. Il successo critico e commerciale di Fumettibrutti – l’ultimo libro si intitola Anestesia (Feltrinelli) – sin dalla scelta del nome artistico esplicita la sua concezione stessa di fumetto che traccia linee che a una visione disattenta possono sembrare semplici e grezze, ma che nascondono un lavoro che si sposa perfettamente con la storia raccontata, un lungo percorso verso una libertà fisica e psicologica. Ma questa funzione nasce da lontano e sempre di più ha una valenza anche prettamente estetica.

Anche il mito assoluto Andrea Pazienza, a cui bastava un foglio e una matita per rappresentare il mondo e la vita dei suoi abitanti, era in grado di modificare il suo disegno fino a renderlo all’apparenza semplicissimo e scarno quando lo voleva e questo gli serviva, soprattutto in alcune vignette, per potenziare la sua battuta e renderla ancora più efficace. E persino Gipi ha esplicitato questo concetto in uno dei suoi libri più celebri intitolato appunto La mia vita disegnata male. Gipi in alcune tavole sembra volere utilizzare questo sistema di linea che sembra semplice (ma non lo è) alternando a immagini evocative, dolorose e visivamente emozionanti. Questo si nota soprattutto in Unastoria (Coconino) dove a un certo punto una tavola a colori molto curata sfuma fino a diventare una linea semplice e ci porta da passato evocativo a un presente doloroso con una maestria e una grazia che sembra farci risvegliare in un incubo lucido, come succede al protagonista. In quel contesto il disegno è parte della storia e non la sua mera rappresentazione.  Le vignette ciniche, illuminate e strazianti di Maicol & Mirco sono da lui stesso definiti scarabocchi (tutte pubblicate da Bao), segni indecifrabili che prendono forma su uno sfondo rosso e mettono a nudo tutte le crepe di una società iperconessa, ma terribilmente abbandonata alle proprio paure. E se queste forme che sembrano semplici costruiscono narrazioni che vanno oltre quello che si vede, come se quello che si vedesse fosse l’essenza di tante cose non dette.

Le sfumature del cosiddetto “disegnato male” prendono ormai una direzione che si dirama in infinite strade partendo per un punto unico e venivano anche usate dal genio Vincino per rappresentare l’andatura perversa e tremolante della politica italiana. Ma questo tipo di disegno permette smodati utilizzi e di questo è un esempio lampante è il Dottor Pira che lo usa come se volesse raggiungere l’immediatezza dei graffiti nelle caverne, unendo a questa ricerca dell’essenza storie surreali che riescono nella loro lontananza dalla realtà tangibile a raccontare perfettamente un presente grottesco e terribilmente vero. In Topo e Papero fanno le avventure (Feltrinelli) decostruisce la quotidianità e paradossalmente ce la restituisce in tutto il suo illogico scorrere e tutto sembra non avere senso come, in fondo, succede per davvero.

Questo non significa che “disegnare male” sia meglio che farlo rispettando i canoni estetici e qualitativi del cosiddetto disegnare bene (anche se su questo si potrebbe aprire un lungo dibattito), ma che esiste una corrente che utilizza questa tipologia di disegno – che ha infinite possibilità – per renderlo aderente e coerente con ciò che si racconta, restituendo qualcosa di riconoscibile e unico. Sul New Yorker i disegni di Liana Finck, Julia Wertz, Bek o Steed hanno cambiato, insieme ad altri, il modello della canonica vignetta che usciva su quella rivista fino a qualche anno fa, usando il segno come un collante con la battuta fondendosi in maniera omogenea e perfetta nella sua voluta ed espressiva imperfezione. Anche i disegni di Martoz riescono a portare il lettore in un mondo nuovo, creato con forme e proporzioni diverse ma terribilmente ipnotiche e affascinanti come in un sogno allucinogeno. E soprattutto hanno una riconoscibilità che li rende unici e preziosi in quanto personalissimi. Questa corrente di segno e disegno sembra essere un grande movimento letterario che si muove anarchico verso nuove strade anche quelle più folli, come ad esempio ha fatto Davide La Rosa scarnificando fino alla composizione di un tratteggio estremamente e volutamente gretto utilizzato per raccontare storie incredibili. Questo non significa sminuire quello che è considerato bello (e che lo è spesso per davvero), ma un’esaltazione di quello che è considerato erroneamente brutto o disegnato male perché dietro a questo c’è un lavoro di ricerca che non andrebbe sminuito, ma studiato.

Una menzione particolare va indubbiamente a La notte del corvo di Marco Galli (Coconico) opera di rinascita – anche fisica – di un autore che riesce a creare e reinventare un disegno totalmente anarchico e libero in funzione di una storia western che nasconde al suo interno un universo di cose non dette, profonde come l’abisso di un oceano sterminato. Lo fa dopo una malattia pericolosa che non gli permetteva di muovere i pollici, che per chi disegna sono fondamentali. Ma in questo contesto difficile, impossibile e doloroso è riuscito a usare la matita e ha creato vite e personaggi indimenticabili attraverso dei disegni che trasudano libertà e liberazione dentro una storia cruda come solo la vita stessa sa essere. Se non è arte questa, allora che cos’è? 

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