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Enrico Vaime ci ha insegnato a non prenderci sul serio: «Per essere cretini bisogna crederci fino in fondo»

Autore di 200 programmi tv (molti cult), radiofonici, spettacoli teatrali e libri, ha sempre coltivato l’autoironia. D’altronde, diceva spesso: “È difficile aver fiducia in sé stessi, conoscendosi a fondo”

Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

È scomparso uno dei padri della tv italiana, un vero principe del varietà che ci ha “educato” (parola da usare con le pinze con lui) alla risata di qualità. Enrico Vaime, 85 anni, si è spento al Policlinico Gemelli di Roma e con lui se ne va forse l’ultimo rappresentante di un mondo autoriale radiofonico e televisivo che ha fatto storia. Un vero maestro, che si è cimentato lungamente – e con successo – dalla scrittura per il teatro a quella radiofonica, e infine per il piccolo schermo. Ma attenzione con i coccodrilli, perché Vaime era un gran battutista e odiava i luoghi comuni. E a chi si atteggiava, soprattutto a livello culturale, rispondeva: “Per essere cretini bisogna crederci fino in fondo”.

Con Italo Terzoli mise in piedi la società Terzoli & Vaime, con la quale imperversò fra gli anni ’60 e ’70 arricchendo i loro prodotti di intelligente ironia e garbato umorismo. Per la tv si possono contare circa 200 programmi, molti dei quali diventati in seguito dei cult: Quelli della domenica (1968), Canzonissima ’68 e ’69, Fantastico ’88 e, con Maurizio Costanzo, Memorie dal bianco e nero (Rai 1). Non sono mancate le fiction: Un figlio a metà, Italian Restaurant, Mio figlio ha 70 anni. Sempre con Costanzo l’ultima esperienza con S’è fatta notte, dal 2012 al 2016. E, come già detto, ha lasciato la sua impronta nel teatro, in particolare con Garinei e Giovannini: Felicibumta, Anche i bancari hanno un’anima, La vita comincia ogni mattina e tante altre, mentre con Enrico Montesano portò in scena Bravo, Beati voi e Malgrado tutto beati voi.

Nato a Perugia il 19 gennaio 1936, entrò in Rai nel 1960 vincendo un concorso. Più recentemente, in molti lo ricorderanno al mattino su La7 ospite a Omnibus e a Coffee Break, quando era condotto da Tiziana Panella. Non sono poi mancati i libri nella sua carriera, tra i quali Amare significa, Tutti possono arricchire tranne i poveri, Le braghe del padrone, Perdere la testa, Non contate su di me, Black Out, Quando la rucola non c’era, I cretini non sono quelli di una voltaAnche a costo di mentire, Gente per bene – Quasi un’autobiografia. Insomma, una produzione sterminata fedele a un’altra sua famosa battuta: “I sogni nel cassetto se li mangiano le tarme”.

E quando è stata diffusa la notizia della scomparsa, tantissimi sono stati i colleghi o chi lo ha avuto come punto di riferimento che ha voluto ricordarlo. Fra i primi, naturalmente, il compagno di una vita Maurizio Costanzo: “Eravamo un bel gruppo, io, Enrico, Marcello Marchesi, Italo Terzoli. Erano gli anni dei grandi varietà, dei sabati sera di Rai 1. Enrico era straordinario, la sua cifra era l’elegante ironia. Era la persona più ironica che abbia conosciuto, indovinava la battuta disarmante anche davanti a un fatto clamoroso. Marcello Marchesi diceva che quando Enrico si passava un dito nel collo della camicia, stava per tirare fuori una battuta… Che dire? Mi sento più solo, mi pare una trincea… Mercoledì inizierò la nuova puntata del Costanzo Show dedicandola a lui”. Stesso trasporto per Fabio Fazio a Che tempo che fa: “Una gigantesca perdita, personalmente, per la sua famiglia, per i suoi amici, per lo spettacolo. Ci lascia una lezione di gusto, di eleganza assoluta, da lui si imparava quello che si può o che non si può dire, aveva sempre una battuta illuminante”. Ma certo, a Vaime non sarebbero piaciuti i coccodrilli. Almeno, non quelli privi di sarcasmo. E quindi per salutarlo non possiamo far altro che affidarci alla sua spietata autoironia che ci ricorda di non prenderci mai troppo sul serio perché “è difficile aver fiducia in sé stessi, conoscendosi a fondo”.