È (purtroppo) il momento giusto per parlare di “climate fiction” | Rolling Stone Italia
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È (purtroppo) il momento giusto per parlare di “climate fiction”

Nell’estate più calda di sempre per l’Europa occidentale, un ricognizione sulla Cli-Fi, genere nato negli anni ’60 che aveva tristemente previsto tutto. E che ritroviamo oggi in tanti libri e film. Spoiler: potrà solo peggiorare

È (purtroppo) il momento giusto per parlare di “climate fiction”

‘Siccità’ di Paolo Virzì

Foto: Vision Distribution

C’è un saggio breve di Margaret Atwood di poco più di dieci anni fa nel quale la scrittrice canadese affidava le proprie riflessioni sugli effetti del cambiamento climatico per una volta non all’inventiva o alla visione di scenari distopici. It’s Not Climate Change, It’s Everything Change era il titolo di quel lavoro. Da allora qualcosa è ulteriormente cambiato. E non certamente in meglio.

Secondo i dati del Copernicus Climate Change Service, il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea gestito dall’ECMWF, quello alle spalle è stato il mese di giugno più caldo mai registrato in Europa Occidentale. Ancora a luglio, nell’ultimo weekend, ci sono stati ventiquattro dipartimenti in allerta rossa in Francia, con ricadute su ventidue milioni di abitanti. Altri cinquantanove in allerta arancione. Caldo torrido, mare bollente come mai prima: il tempo giusto per parlare di Cli-Fi, che sta per climate fiction. O meglio, giusto il tempo. Quello che potrebbe ancora concederci un pianeta in via di esaurimento. Tempo supplementare, anzi magari siamo già ai rigori. A parte di intraprenderla, la via del rigore.

La realtà non avrà magari ancora superato la fantasia, come si suol dire (e gli autori Cli-Fi, ben ispirati, ne hanno sempre avuta tanta). Ma è sicuramente sulla strada buona. Nata negli anni Sessanta, esplosa con vigore nei Novanta, la Cli-Fi è stata interprete, e continua ad esserlo, di una pre-visione che in giorni caldissimi come questi somiglia come non mai a una cronaca. A oltre mezzo secolo dalla sua invenzione, una constatazione a ragion veduta.

Consanguinea della distopia, attinente a questo specifico globo terraqueo e a questa realtà, si chiama climate fiction solo dai primi anni di questo secolo. Ma chi ne ha strutturato i paradigmi lo ha fatto oltre sessant’anni fa. Il mondo sommerso di J.G. Ballard era un pianeta in cui il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacciai avevano alzato il livello dei mari fino a sommergere le metropoli americane e europee. Qualcosa di visionario nell’anno del Signore 1962, oggi siamo alle basi. Due anni dopo, in Terra bruciata, Ballard raccontava di una umanità senz’acqua perché l’inquinamento ha bloccato il processo di evaporazione. Un fondamento scientifico che oggi il genere non avverte nemmeno più l’urgenza di avere, di spiegare: ma quale sospensione dell’incredulità. Nel caso dei protagonisti della Strada di Cormac McCarthy, si sa solo che si muovono in un mondo grigio, sotto la cenere, consumato e avvizzito. Il perché non viene nemmeno nominato, neanche alluso. La fine del mondo è coincisa con l’inizio della barbarie, e sotto la cenere, indipendentemente da cosa l’abbia generata, è tutto molto ragionevole.

In compenso nella trilogia dell’Adamo Pazzo (L’ultimo degli uomini, L’anno del diluvio, L’altro inizio), scritta nell’arco di dodici anni tra il 2003 e il 2015, Margaret Atwood raccontava il mondo, o quello che ne restava, dopo un’apocalisse ben circostanziata tra disuguaglianza sociale, sperimentazione genetica e catastrofe ambientale. Peraltro generalmente l’autrice canadese non ama l’etichetta di genere della fantascienza, visto che nel suo mondo «non accade niente che la razza umana non abbia già fatto in qualche momento del passato, o che non stia facendo adesso, forse in altri Paesi, o per cui non abbia già sviluppato la tecnologia necessaria».

Da quando comunque la Cli-Fi si chiama Cli-Fi, il libro per certi versi più rappresentativo è Solar di Ian McEwan. Perché in questo caso il cambiamento climatico è ancora in essere, anzi di là dal materializzarsi in tutta la sua veemenza. Ma soprattutto perché persino nel caso di un eminente scienziato, rivedibile uomo, già Premio Nobel per la Fisica come il protagonista, più che un’allarme il climate change è in realtà lo sfondo con il quale riguadagnare autorevolezza scientifica. E soprattutto far soldi. Rispetto a qualsiasi altro del genere, Solar è profondamente un libro dei nostri tempi. E la scia dei soldi ci porta in un certo senso a quanto segue.

La Cli-Fi ha pre-visto molto, immaginato moltissimo e detto altrettanto. Eppure, non abbastanza. Lo sosteneva con decisione, parlando della letteratura e dell’arte tout court Amitav Ghosh, nel suo libro La grande cecità. Antropologo e scrittore indiano, professore di scrittura creativa alla Columbia University, columnist del New Yorker, secondo lui il mondo della narrativa non ha messo sufficientemente a fuoco il cambiamento climatico e inchiodato i responsabili alle proprie responsabilità, insomma non ha scritto tutta la storia che andrebbe scritta, per consegnarla a chi verrà dopo. «In un mondo sostanzialmente alterato, in cui l’innalzamento dei mari avrà inghiottito città come New York e Bangkok, il lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercando tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà a cui si andava incontro?». In quello stesso testo, uno dei passaggi più interessanti sottolineava come nell’Anglosfera, quella parte del mondo occidentale in cui capitalismo e liberismo fanno rima con la lingua madre inglese, il negazionismo sul cambiamento climatico è più spiccato che nel resto del mondo. Come si dice ça va sans dire in inglese?

D’altra parte, al cinema la Cli-Fi deve inevitabilmente parlare anche e soprattutto l’idioma anglosassone. Il grande schermo ha raccontato l’emergenza climatica con la forza delle immagini e con decenni di letteratura d’appoggio, ma non con meno inventiva e senso critico. Il mondo inabitabile immaginato da Christopher Nolan in Interstellar spingeva l’uomo alla ricerca di un nuovo pianeta da abitare. Scriveva negli stessi anni il biologo e paesaggista francese Gilles Clément: «Le piante si mostrano, gli animali si nascondono. Noi, gli umani, abbiamo bisogno di una casa. Una enorme protesi senza la quale saremmo disabili, malati, o semplicemente morti. Ma una casa possiamo scegliercela, o costruirla, quasi dappertutto, in ogni momento. Più lungo e doloroso è il cambiamento della dimora emotiva all’origine del senso di colpa della modernità verso sé stessa».

Più recentemente la cometa in rotta di collisione con la Terra di Don’t Look Up era per Adam McKay dichiaratamente l’allegoria del riscaldamento globale, approcciato con indolenza e immobilismo dalla classe politica internazionale. Anche nel cinema italiano un caso come Siccità di Paolo Virzì si è confrontato con il tema del cambiamento climatico, raccontando in immagini indimenticabili la violenza di un Tevere prosciugato e di una Capitale senza acqua e speranze. E poi le contaminazioni di genere: da WALL•E a Mad Max: Fury Road, il tema del disastro climatico e ambientale è stato spesso alluso o eluso, incastonato a quello dell’apocalisse nucleare, per storie ibride di deserti, di abbandoni e di terrore. In pieno antropocene, anche Hollywood si è fatta critica interprete della presunzione tutta della nostra specie, che parlare di fine dell’uomo voglia dire parlare di fine del mondo. Ma bisogna ammettere che ce la stiamo mettendo tutta.

Il mondo o un mondo: parlare di ambiente, di umwelt come preferiscono dire filosofi e semiologi, vuol dire inevitabilmente parlare dell’uomo. «Una razza vecchia», diceva Armonica in C’era una volta il West. E forse, non fosse per i danni di cui è stata artefice, sarebbe persino trascurabile nel momento in cui non ci fosse più. Vai a scoprire che magari al fine dell’uomo non è la fine del mondo. «Il potere distruttivo di Homo Sapiens non ha limiti, anche se la nostra biomassa è praticamente insignificante», scriveva quasi trent’anni fa Edmund O. Wilson, entomologo a Harvard. «Sarebbe matematicamente possibile concentrare tutta la popolazione mondiale in un volume di qualche chilometro cubo, prendere questa massa e nasconderla alla vista in qualche remota vallata del Grand Canyon».