Quando siamo bambini, gli adulti ci appaiono come creature che conoscono il mistero e hanno il potere di mettercene a parte. Sfiorano il cielo con la testa, padroneggiano con gesti e parole i segreti del mondo. Ci imbrogliano, invece.
Adolfo mi ha imbrogliato due volte: la prima, a quasi sei anni, mi ha convinto che sapessi pescare. Ero seduto su un moletto, in Salento, una piccola canna da pesca in mano e l’acqua poco sotto di me. Tiravo fuori una triglia lucente dopo l’altra; Adolfo slamava il pesce, mi invitava a riprovare e poi spariva, e il prodigio si ripeteva. Le aveva comprate poco prima, in una pescheria: senza che me ne accorgessi, nuotava nell’acqua bassa, infilava una triglia all’amo e creava l’illusione che l’avessi catturata io.
In quegli stessi giorni, ricordo Adolfo in spiaggia, steso su un asciugamano, mentre leggeva un fumetto: in copertina un uomo sofferente, colpito da un fulmine che ne avvolgeva il corpo in spire elettriche, proveniente da una spettrale villa alle sue spalle. L’uomo era Dylan Dog, la villa Casa Velasco: l’albo era lo Speciale n. 5, La casa degli uomini perduti, uscito in quel luglio 1991. C’era qualcosa nella violenza dell’immagine – sebbene, con il senno di poi, non fosse una delle copertine più memorabili di Angelo Stano – e c’era qualcosa nel “perduti” del titolo, nel senso definitivo, inconsolabile della parola, che mi portò a tormentare Adolfo affinché finisse alla svelta di leggere il fumetto e lo passasse finalmente a me.
È stato strano, conoscere Dylan Dog proprio con La casa degli uomini perduti, ma non saprei pensare a un’introduzione migliore. Magari il leggendario numero uno, L’alba dei morti viventi, del quale stiamo oggi celebrando i quarant’anni: una perfetta storia introduttiva – indimenticabili il «Sì?» di Groucho che apre la porta a Sybil, il «Mi chiamo Dog. Dylan Dog» con cui l’Indagatore dell’Incubo si presenta a lei e ai lettori – un episodio seminale, eppure privo della profondità de La casa degli uomini perduti. Perché, qui, Dylan si perde molto più che in altre storie. Arriva a Haven, un borgo immaginario, sulle tracce di un amico scomparso, va ad abitare nella misteriosa Casa Velasco, in cui il suo amico ha vissuto prima di sparire nel nulla — e, in un certo senso, sparisce anche lui. Nessun vampiro, nessuna creatura lovecraftiana, solo un senso di vuoto insostenibile, solo sé stesso di fronte alla propria solitudine e alla propria fragilità, con la conseguente tentazione di ricominciare a bere (Dylan è un ex alcolista).
Dunque, prima ancora di conoscere il setting abituale del fumetto – Londra, anzitutto, poi l’ispettore Bloch, Groucho con le sue battute e il revolver Bodeo lanciato all’ultimo secondo, i clienti, il maggiolino scassato eccetera – mi trovavo di fronte a pagine intrise di una malinconia profondissima, che non potevo comprendere del tutto, che potevo solo intuire, così come non ero preparato a cogliere gli espliciti riferimenti a Io sono leggenda di Richard Matheson. Ma ricordo come mi sentii di fronte alla scena del gatto crocifisso, o quando il bambino grasso viene massacrato di botte dal padre e poi se ne va in giro per Haven con la faccia completamente tumefatta. Sono questi piccoli particolari che mi hanno legato per sempre a Dylan Dog e per i quali per sempre sarò in debito con Tiziano Sclavi.
Compresi con stupore come in un fumetto horror potesse esserci qualcosa di non scontato, una paura più sottile; Sclavi – e i disegni di Giampiero Casertano – mi sbattevano in faccia che un padre beone e manesco potesse spaventare più di uno zombi, che la violenza indiscriminata contro un animale fosse tanto incomprensibile da terrorizzare più di un fantasma. Una parte profonda di quel bambino di quasi sei anni capì che i mostri sono tra noi, ci camminano di fianco e, a volte, siamo noi: tale consapevolezza non lo ha mai più abbandonato. E poi, per la prima volta, La casa degli uomini perduti e il suo protagonista mi hanno messo di fronte a un radicale rovesciamento di prospettiva: una casa che crediamo infestata può proteggerci da ciò che ci sembra “normale” e che, al contrario, si rivela essere il vero orrore. In Casa Velasco Dylan entra sperando di trovare una mostruosità visibile e riconoscibile, una soluzione facile, invece non trova niente: «Ma è un niente che fa paura», dice. È lo sguardo sospettoso degli altri verso il diverso, la violenza nascosta sotto il tappeto, il vuoto spalancato dal conformismo, dall’assenza, dall’indifferenza.
In seguito, mia madre ha cominciato a portarmi a casa dal lavoro altri albi di Dylan Dog, i capisaldi — che poi, in quel periodo, lo erano più o meno tutti: Memorie dall’invisibile, Il ritorno del mostro, Morgana, Frankenstein!, Storia di nessuno, Johnny Freak, Jeckyll!, Alfa e Omega, che mi permisero di distinguere i tratti così diversi tra loro ma altrettanto caratteristici di Angelo Stano, Corrado Roi, Luigi Piccatto, Giovanni Freghieri… albi non di rado splendidi, scritti ancora in larga parte da Sclavi: quelli che hanno contribuito al mito dei “primi 100”, considerati inarrivabili per qualità percepita.
Me ne sbarazzai negli anni stupidi dell’adolescenza: Dylan Dog mi sembrava troppo legato a un me che non c’era più. Eppure, non ho mai smesso di desiderare di ritrovarlo. Ho preso il coraggio a quattro mani durante la pandemia, quando molti di noi si sono dati a hobby strani per ammazzare il tempo. Ho ritrovato il piacere di andare in edicola a comprare la nuova uscita e, annuncio dopo annuncio, lotto dopo lotto, mercatino dopo mercatino, ho ripristinato la collezione completa in prima edizione, che ora occupa una parte consistente della mia libreria e comincia a causarmi problemi di spazio.
Eccolo qui, il secondo imbroglio di Adolfo, il suo grande regalo.
Passandomi quel fumetto su una spiaggia salentina, nel lontano luglio 1991, mi ha dato accesso a un immaginario totalizzante, a stilemi precisi—finanche a tic narrativi che a volte mostrano le corde: sfido chiunque, in quarant’anni, a non essere mai stato noioso o ripetitivo. Adolfo mi ha insegnato a credere di saper pescare e mi ha consegnato le chiavi della casa stregata. Gli devo moltissimo, compresa l’irriducibile attrazione per i jeans chiari e le Clarks scamosciate. Adolfo, soprattutto, mi ha legato a una presenza che è il contrario del vuoto e, anche quando pareva non esserci più, è sempre rimasta in attesa, da qualche parte dentro di me.
Mentre scrivo, Dylan Dog mi siede di fianco, il consueto sguardo ironico. È il Dylan di Angelo Stano: per quanto apprezzi quasi tutte le sue incarnazioni, per me quei tratti spigolosi ispirati alle opere di Schiele restano i più iconici. Abbiamo la stessa età, non ci avevo mai riflettuto. Eppure Dylan dimostrerà sempre poco più di trent’anni, persino quando ne avremo il doppio. Mi auguro che il nostro viaggio insieme sarà ancora lungo. E, nell’inferno dei viventi in cui esistiamo, mi auguro di non disabituarmi, anche grazie al suo aiuto, a riconoscere «ciò che non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».









