Dostoevskij è lo scrittore giusto per capire il 2021 | Rolling Stone Italia
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Dostoevskij è lo scrittore giusto per capire il 2021

Nato 200 anni fa, il grande romanziere russo non è mai stato così contemporaneo. Quanto Dostoevskij c'è nella politica contemporanea, nelle piazze contro il Green Pass, nell'idea di libertà che oggi sbandieriamo?

Un ritratto di Dostoevskij, via Wikimedia Commons

Figlio di un medico, di un violento che picchiava sua moglie e che sarebbe poi stato ucciso dai suoi contadini per vendetta per i continui maltrattamenti che subivano da lui, Fedor Dostoevskij è nato 200 anni fa con addosso un senso di angoscia di cui non i sarebbe mai liberato. Un senso di angoscia che, in parte, ha contribuito a fare di lui uno dei più grandi scrittori, filosofi e – per molti – psicologi di tutti i tempi.

Oltre all’angoscia, il padre – o meglio la morte improvvisa e violenta del padre – gli aveva lasciato anche il senso di colpa e il primo dei suoi tanti attacchi di epilessia, malattia che si sarebbe portato dietro tutta la vita, che avrebbe riversato nei suoi romanzi e che avrebbe interessato lo stesso Freud il quale, studiando il caso, avrebbe diagnosticato una nevrosi e un bipolarismo che si scatenavano ogni qualvolta un trauma si presentava nella vita dello scrittore. 

Una vita, quella di Dostoevskij, fatta di prigionia, danaro sperperato al gioco, morte ovunque egli si girasse, dolore e sofferenza. Tutte chiavi della sua scrittura: Dostoevskij era un uomo così nevrotico da non poter fare a meno della sua nevrosi, fonte inesauribile di ingegno e di spunti; un uomo pieno di ossessioni, cattivo e malato come tutto il genere umano, ma comunque alla ricerca della redenzione; uno scrutatore attento e un narratore meticoloso degli animi perduti di cui si circondava. Odiatore seriale di una borghesia che considerava senza valore, senza possibilità di salvezza, di chi non ha un Dio e di chi non lo cerca nemmeno. 

Dostoevskij è lo scrittore che più di tutti rappresenta la straordinaria fragilità dell’uomo, la sua angoscia esistenziale. Lo scrittore che meglio riesce a descrivere la dimensione infernale che l’uomo ha dentro di sé, che dice chiaramente che la vera lotta è quella interiore e che la purezza dei cuori si raggiunge solo attraverso il dolore e la sofferenza. Come ha detto il poeta polacco Czelaw Milosz, “nessun romanziere francese, inglese o tedesco fece ciò che riuscì a fare Dostoevskij, che si servì della forma del romanzo per mostrare l’antinomia di fondo dell’uomo moderno. L’uomo senza miti né certezze, lacerato da intime, insolubili contraddizioni, dell’uomo a noi contemporaneo”.

200 anni dopo, non è questa la dimensione in cui siamo finiti? Un mondo sempre più atomizzato, in cui le nevrosi come quelle che aveva Dostoevskij sono sempre più diffuse, un mondo sempre più chiuso in sé stesso ed egocentrico. Il mondo dei valori mercificati, dell’immediatezza, della più profonda disperazione e della più brutale cattiveria. Una dimensione che forse spaventerebbe persino Dostoevskij, che di certo gli fornirebbe l’ispirazione per scrivere altri romanzi. 

È il tempo, questo, in cui l’uomo ricerca la libertà, parla di libertà, cerca la libertà ma indossa abiti di prigionia. È l’uomo dei Ricordi del sottosuolo: “l’uomo senza miti, che non riconosce nessun limite alla sua libertà, nulla che possa imporglisi come un principio superiore che abbia l’autorità di dettargli leggi o dei criteri su cui fondare la propria vita”. L’uomo totalmente libero, ma libero di una libertà vuota di contenuto, che diventa solo un capriccio. Un capriccio rivendicato come diritto essenziale e inalienabile, ma che è il frutto della perdita di ogni fede, di ogni ideale per cui vivere. 

Quanto è simile, il sottosuolo di Dostoevskij, alla dimensione in cui viviamo noi oggi? Un precipitare che nasce da una perdita di valori, di interiorità; un sottosuolo che è il luogo in cui si impara a odiare e a essere ostili all’altro, in cui si accumulano sentimenti di rivalsa. La libertà che diventa un capriccio porta alla morte dello spirito, al fallimento del genere umano. È quello che cercava di spiegarci Dostoevskij, appunto, e che oggi vediamo riflesso nell’egoismo onnipresente, negli insulti e nelle minacce di morte su internet così per passare il tempo, nella violenza senza scopo né motivo. Quanto Dostoevskij c’è, per esempio, nelle piazze contro il Green Pass, nelle urla contro l’altro solo perché indossa una mascherina? Quanto Dostoevskij c’è nella politica contemporanea? 

All’uomo di Dostoevskij piace sprofondare, piace stare in basso, nel sottosuolo. Gli piace la malattia ma non vorrebbe altro che la guarigione, raggiunta tramite riti magici, come una stregoneria. 200 anni dopo Dostoevskij siamo ancora qui, a guardare una contemporaneità drammatica, spaventosa e ineluttabile che sembra uscita da uno dei suoi romanzi. È come ne Il giocatore, quando il protagonista è lontanissimo da casa e punta alla roulette l’ultimo soldo che ha in tasca. Non c’è via d’uscita dal sottosuolo. 

C’è una morale in tutta l’opera di Dostoevskij, una morale che anche oggi è attuale e che potrebbe servirci. Accettare la sofferenza come un percorso di crescita, guardare verso l’alto. “La libertà nella sua più alta espressione consiste nel dare tutto e nel servire gli altri. L’uomo capace di questo, capace d’essere padrone di sé sino a tal punto, è libero come nessun altro. È questa la più elevata manifestazione del libero arbitrio”. Nel 2021, durante una pandemia che sta riportando alla luce i peggiori egoismi, è una lezione importante: è davvero libertà quella che sbandieriamo come tale? O forse non siamo nemmeno padroni di noi stessi?