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Di cosa parliamo quando parliamo di droghe

"La polvere sotto al tappeto", il nuovo libro della giornalista e sociologa Anna Paola Lacatena, fa una storia del modo in cui in Italia si parla di droghe, cercando di far capire che chi ne fa uso non è un criminale. L'abbiamo intervistata

Terapie psichedeliche, LSD, rinascimento psichedelico, sociologia delle droghe. Da qualche tempo, qui su Rolling Stone abbiamo intrapreso un viaggio d’approfondimento critico nel mondo delle droghe perché, quando si parla di sostanze in Italia, è sempre troppo facile cadere nell’entusiasmo disilluso o nel proibizionismo più cieco. Sentiamo il bisogno di parlarne perché, come scrive il sociologo tedesco Gunter Amendt, “non è mai esistita e mai esisterà una società senza droghe”. 

La lucida affermazione di Amendt è presente all’interno di La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie (Carocci Editore), il nuovo lavoro di Anna Paola Lacatena, giornalista e sociologa, nonché coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” della Società italiana delle tossicodipendenze. Il saggio di Lacatena propone una visione sul tema delle sostanze su un piano sanitario e socioculturale, evitando ideologie e lobbismi e partendo da un punto fisso: chi fa uso di droghe non è un criminale. 

Ciao Anna Paola, vorrei iniziare questa conversazione facendo chiarezza su alcuni termini che nel discorso pubblico vengono spesso confusi o utilizzati erroneamente. Puoi spiegarci la differenza tra legalizzazione, liberalizzazione, depenalizzazione e decriminalizzazione?
Noto spesso che concetti come liberalizzazione e legalizzazione vengono confusi tra loro. Per questo escluderei dalla discussione il termine liberalizzazione perché, se andiamo ad analizzare nell’oggettivo, il mercato delle sostanze è già libero; una persona che vuole acquistare, lo fa, rapportandosi con il mondo della criminalità e dell’illegalità. Il mercato è libero per definizione. Legalizzazione di tutte, alcune o una sola sostanza, significa depenalizzare il consumo personale (degradare fatti di reato in illeciti amministrativi) con una regolamentazione da parte dello Stato rispetto alla produzione, distribuzione, restrizione su luoghi, ecc. Decriminalizzare invece si riferisce più all’aspetto culturale, con una ricaduta sul piano giuridico. Significa lavorare sulla percezione sociale del consumatore, perché chi fa uso di droga non sia visto e trattato da criminale. 

Un’altra confusione è proprio quella tra consumatore e tossicodipendente. È evidente una certa tendenza culturale nel riferirsi all’utilizzatore sempre e solo con l’etichetta di tossicodipendente.
Dall’ultima versione del DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), strumento utilizzato per addivenire ad una diagnosi di disturbo da uso di sostanza (DUS), è possibile distinguere – è bene precisarlo – tra uso e dipendenza patologica. Il DUS, è misurato su un continuum da lieve a grave, il che significa che non tutti i consumatori sono dipendenti patologici. In estrema sintesi: esiste un uso, un uso problematico (una volta chiamato abuso) e infine, un uso che sfocia nella dipendenza patologica. Nell’uso la persona è padrona nel rapporto con la sostanza e ne trae piacere psicologico e fisico. In questo caso parliamo di un consumatore ancora in grado di scegliere. Quando il consumo prende piede, invece, diventa più difficile per la persona allontanarsene (non per tutte le sostanze e non per tutti i consumatori allo stesso modo). La facile reperibilità, il basso costo, l’idea di essere in grado di controllare l’uso, unitamente a caratteristiche proprie del consumatore accrescono la pervasività della sostanza. Continuare significa esporsi allo stabilirsi di una vera e propria dipendenza patologica, stadio in cui la persona non ha più potere sulla sostanza. Il consumo qui non è legato al far serata, ma al riuscire ad affrontare anche le consuete e piccole incombenze quotidiane.

Il dibattito, spesso, confonde il consumo con la malattia. Sono due situazioni differenti, entrambi reali, entrambi necessariamente da tenere in considerazione. Non necessariamente l’uso conduce alla dipendenza, ma non si può disconoscere che questa possa verificarsi.  Capita nel confronto tra proibizionisti e antiproibizionisti che i primi non vedano il piacere e i favorevoli alla legalizzazione facciano fatica a guardare alla malattia.

Il dibattito pubblico all’interno dei media è spesso lacunoso, partitico, strumentalizzato. Si parla genericamente di droga quando invece le sostanze sono varie e differenti nei composti e negli effetti. Questa riduzione è quantomeno ridicola. Le droghe sono tecnologie a cui noi – come società – conferiamo un utilizzo e un significato. Alexander Shulgin, il chimico che riscoprì l’MDMA per il suo potenziale terapeutico, ad esempio, non concepiva come l’MDMA potesse essere diventata la sostanza principale nei rave negli anni Ottanta. Qual è il tuo parere sul dibattito pubblico odierno?
In primis bisognerebbe smettere di parlare di droga, ma sempre e solo di droghe, al plurale; già questo migliorerebbe il livello della conversazione nei media. Il problema è che su queste questioni si esprime praticamente chiunque, ma a parlare dovrebbero essere specialisti, tecnici, coloro che hanno esperienza. I politici dovrebbero attingere da questo sapere senza far passare, per preconcetti e ideologie, idee che non hanno una reale base scientifica. Tante volte ci si arena su un eccesso di evidenze scientifiche (a favore e contrarie, ce n’è davvero per tutti), quando invece al centro del dibattito dovrebbe esserci altro, dovrebbero esserci il consumatore e il dipendente, le cui voci vengono troppo spesso escluse. È totalmente assente la voce del diretto protagonista, come se fosse poco affidabile per il fatto stesso di consumare sostanze psicoattive. Se ascoltassimo le persone, per assurdo, potremmo avere informazioni in alcuni casi ancor più realistiche e utili di quelle suggerite esclusivamente dagli ambiti tradizionalmente scientifici. L’aspetto moralistico e il facile giudizio dovrebbero scomparire subito dal discorso pubblico.

Mi viene in mente un dettaglio che ho notato all’interno della serie SanPa. Durante il processo a Vincenzo Muccioli, alcuni ex ospiti della comunità di San Patrignano testimoniarono contro di lui. Lo stesso Muccioli che, per tutta la vita, si era dipinto come santo protettore dei tossicodipendenti della sua comunità, si difese da queste accuse con la tesi per cui non è possibile credere a degli ex tossicomani, da cui bisogna diffidare poiché naturalmente propensi al ricatto. Il sottotesto della difesa era chiaro: il tossicodipendente è un tossicodipendente a vita.
Noi associamo il concetto di criminalità al tossicodipendente e pensiamo alla droga come criminogena, non guardando mai alla componente vittimogena. Nella nostra cultura il tossicodipendente è un bugiardo, un manipolatore, una persona di cui non ci si può fidare e questo suona già come una condanna. Se siamo impauriti da queste persone, dovremmo avvicinarci di più e capire chi sono. Pensiamo solo alla nostra paura, mai alla loro. E la loro paura è quella di pensare che a noi, della loro condizione, non importi nulla. Bisognerebbe fare un lavoro culturale per arrivare a quella fase di decriminalizzazione per poi iniziare una conversazione di un altro tipo. Il dipendente patologico non nasce tale e soprattutto non è solo questo. Il tossicodipendente visto come tale per tutta la vita è una condanna ingiusta e irreale.

Nel tuo libro chiedi a gran voce un cambio di paradigma mediatico e sociale: il consumatore non dovrebbe più essere trattato come un criminale e il tossicodipendente dovrebbe essere visto per quello che davvero è, una persona malata da aiutare, supportare, curare.
La maggior parte dei consumatori utilizza le sostanze per una parentesi di tempo limitata e con modalità proprie; solo una piccola minoranza sviluppa una dipendenza patologica. Non è detto che una persona che consuma debba per forza giungere allo stato di dipendenza. La famosa gateway drug theory secondo cui dalla cannabis si passerà necessariamente alle droghe pesanti è estremamente fuorviante: non è così. Non è la regola. L’OMS definisce la dipendenza patalogica come malattia cronica e recidivante, ciò vuol dire che il malato nel tempo può avere delle ricadute ma – con un supporto necessario – ne diventa consapevole, imparando a chiedere aiuto prima che le situazioni deflagrino. Tossicodipendenti non si nasce; ci sono fattori interni e esterni che caratterizzano questa specifica condizione. Dalla dipendenza patologica la persona può venirne fuori. È necessaria una prospettiva di recovery più complessiva, focalizzata sulla vita della persona; agli obiettivi di astinenza o di controllo dei consumi andrebbero affiancati obiettivi di riabilitazione psico-sociale. Ma questo è estremamente impegnativo per i servizi di cura delle dipendenze patologiche e per le comunità terapeutiche che se ne occupano, considerato che gli stessi andrebbero potenziati con investimenti in termini di risorse finanziarie, di personale impiegato, di formazione e supervisione. 

La guerra alle droghe è, di per sé, guerra al consumatore. Nel tuo libro ti soffermi più volte su come la nostra società, orientata alla criminalizzazione del consumatore, non affronti realmente il problema.
La piramide del narcotraffico ha, al vertice, i cosiddetti faraoni – che ben conosciamo tramite il cinema, i libri, le docufiction – seguiti dai broker, ovvero i colletti bianchi che piazzano questi prodotti dal forte valore economico, gli intermediari, i venditori e, infine, alla base, i campesinos, quelli che lavorano i prodotti e vedono il guadagno minore. Nella piramide non si trova il consumatore perché il consumatore non ha un vantaggio economico, eppure quando facciamo la celebre “guerra alla droga” la facciamo al consumatore e al tossicodipendente. Individuando il tossicodipendente come bersaglio di approcci dichiaratamente repressivi si sta facendo guerra al malato. Nelle politiche contro il narcotraffico dell’Unione Europea esistono anche la prevenzione, la cura e la riduzione del danno. Bisogna prendersi cura del consumatore, non condannarlo solamente perché non condividiamo o temiamo l’utilizzo di una o più sostanze.  In Italia, le politiche della riduzione del danno sono all’interno dei LEA, i livelli essenziali di assistenza, ma non sono mai stati finanziati. Nelle grandi città, dove il problema è più sentito, negli ultimi anni sono stati cancellati moltissimi programmi di riduzione del danno. Eppure continua ad essere più facile prendercela con il tossicodipendente piuttosto che affrontare una guerra contro il narcotraffico.

Come si impegna lo stato italiano dal punto di vista della cura e della prevenzione?
La risposta dello Stato sembra sempre giungere in ritardo. I Ser.T. (Servizi per le Tossicodipendenze), ad esempio, arrivarono dopo la deflagrazione dell’urgenza e dell’emergenza legata all’eroina. Fu necessario, però, fare i conti con la diffusione dell’HIV a metà degli anni ’80. Lo Stato fu colto impreparato, dando modo ad altri di formulare risposte (spesso improprie) ai bisogni degli eroinomani e delle loro famiglie: questo grido d’aiuto fu raccolto dai sacerdoti, dalle persone mosse da apparente filantropia e da coloro che, per svariate ragioni, ne avevano interesse. Nella maggior parte dei casi, le risposte furono sperimentazioni sulla pelle dei consumatori. Solo con il DPR 309 del 1990 lo Stato istituì i Ser.T., diventati nel 2014, Ser.D., Servizi per le Dipendenze patologiche (in cui si trattano anche dipendenze comportamentali come il gioco d’azzardo e non solo quelle da sostanze legali o illegali). Quando mi capita di lavorare con i giovanissimi, sono proprio loro a sottolineare la schizofrenia di uno Stato che da un lato permette e dall’altro proibisce. Ciò che evidenziano in estrema sintesi è: perché la cannabis è vietata, mentre alcool, gioco d’azzardo e nicotina, pur creando enormi danni, possono essere utilizzati? 

Come funzionano i Ser.D.?
I Servizi pubblici (Dipartimenti delle Dipendenze patologiche, a cui fanno capo i Ser.D.) sono distribuiti sul territorio nazionale con specificità proprie, facenti capo alle aziende sanitarie locali. Sono Servizi pubblici, socio-sanitari, territoriali, ad accesso diretto – la persona non deve passare necessariamente dal medico di famiglia per eventuali prescrizioni – e gratuiti. Inoltre la persona può ricorrere all’anonimato. Insieme al Ser.D. lavora il Privato sociale accreditato, le comunità, rispondente a precisi e inderogabili standard. Insieme al paziente vengono concordati programmi e modalità di realizzazione degli stessi. Attraverso il Ser.D. la retta relativa alla permanenza in comunità terapeutiche viene corrisposta dal Servizio Sanitario Nazionale.

E quali sono invece le strategie per la prevenzione e riduzione del danno?
C’è una varietà enorme di programmi e di possibilità che spazia dai centri bassa soglia, indirizzati ad adulti in situazione di estrema difficoltà, all’unità di strada dove vengono forniti strumenti protettivi per coloro che vivono per strada (es. la siringa pulita in cambio della siringa già utilizzata). Ci sono anche progetti di supporto e sostegno come quelli che vengono svolti all’esterno e all’interno del bosco di Rogoredo a Milano, celebre piazza di spaccio. Spesso è difficile entrare nelle scuole per fare dei lavori di prevenzione, informazione, sensibilizzazione (peer education, peer support o progetti di sviluppo delle life skills, ecc.) perché, in alcuni casi, i direttori didattici preferiscono che il proprio istituto non venga collegato ad una possibile percezione di uso di sostanze o perché i genitori non vogliono che i propri figli vengano a contatto con l’argomento droghe e le informazioni in merito. Trovo tutto ciò davvero fuorviante. Quello che queste persone non capiscono è che quando non c’è informazione, i ragazzini la recuperano altrove e non sempre in maniera corretta e non pericolosa. 

Quello che mi sembra mancare nel discorso è il tema del piacere. “Parlare di droghe solo in termini di effetti collaterali è un problema che non spiega il motivo per cui tante ragazze e ragazzi vanno verso l’esperienza della droga, il perché la cercano” ci ha detto Cosmo nella nostra conversazione a lato di Notti Tossiche di Enrico Petrilli. Pensi che per una discussione più completa e trasparente sia necessario introdurre, specialmente quando si tratta coi più giovani, il tema del piacere?
Se tu vai in una scuola e parli ai ragazzi limitando il discorso alle conseguenze dannose e intossicanti delle droghe, ti giochi la credibilità. Bisogna proprio partire dall’aspetto del piacere perché è lì che riesci a invogliare al confronto; non stai parlando a tossicodipendenti, ma a giovani che sanno che le sostanze danno piacere. Non puoi escluderlo dal discorso, non è onesto. La ricerca del piacere è un bisogno fisiologico nella vita dell’essere umano. È importante che qualcuno lo dica, facendogli presente, però, che ci sono tante e differenti forme di piacere e che le stesse non necessariamente debbano passare dalle sostanze psicoattive (legali o illegali). Abbiamo normalizzato l’esperienza con la cannabis, facendone una sorta di rito di passaggio anche perché tanti altri sono stati cancellati e non sostituiti. Bisogna lavorare sui significati, sul linguaggio che massifica e orienta. Anche qui la questione si fa culturale più che morale. 

La storia ci insegna che proibizionismo e guerra alla droga hanno evidentemente fallito.
Il proibizionismo americano (1919-1933) oltre a non aver funzionato, ha portato ad un problema di cui non ci siamo mai più liberati: l’organizzazione criminale. In estrema sintesi, i soldi che la criminalità organizzata ha fatto attraverso il proibizionismo li ha investiti nel gioco d’azzardo (vedi il lancio di Las Vegas come capitale del gioco mondiale sul finire degli anni ’40), rilanciando, è il caso di dire, sulle sostanze stupefacenti a stretto giro. La criminalità organizzata sembra sempre un passo avanti perché molto più rapida nella risposta agli stimoli, alle istanze sociali, alle crisi economiche rispetto al mondo della legalità che, spesso, cede al troppo parlarsi addosso o addirittura all’immobilismo de “il tempo guarirà ogni ferita”. La soluzione quindi non è sconfiggere – sarebbe piuttosto improbabile – ma governare il problema. Ci sono però delle possibilità di intervento anche se non si può risolvere tutto: stiamo pur sempre parlando di una problematica politica, etica, sociale, culturale, economica.

Il Portogallo, ad esempio, ha scelto una via inedita nella gestione di questo tema. Puoi spiegarci in cosa consiste il modello Portogallo e perché può essere una prospettiva auspicabile?
Il Portogallo, a partire dal 2001, ha decriminalizzato il consumatore, con la depenalizzazione dell’acquisto, del possesso e del consumo di droghe ricreative per uso personale. La normativa prevede che i fermati si presentino dinanzi alla Commissione per la dissuasione dalla dipendenza dalla droga, solitamente costituita da un medico specialista, uno psicologo (o assistente sociale, o sociologo) e da un avvocato, per riflettere su salute e benessere. Appare evidente come l’impostazione sia quella della decriminalizzazione sul piano socioculturale e della depenalizzazione sul piano giuridico. Il trattamento consigliato, infatti, non implica nessun obbligo per il consumatore, perché solo a fronte di situazioni recidivanti scattano sanzioni amministrative. Il Italia la situazione è ben differente: la persona fermata, anche con una minuscola quantità di sostanza per uso personalem è inviata in Prefettura dove il NOT (Nucleo Operativo Tossicodipendenze) fa delle valutazioni decidendo se mandarla o meno al Ser.D. al fine di seguire un programma il merito al quale verrà stilata una relazione. L’accertamento della non astensione dall’utilizzo conduce a sanzioni amministrative (sospensione della patente o della carta d’identità valida per l’espatrio, ecc.). La mia perplessità è questa: perché valutazioni di questo tipo vengono eseguite da persone che non hanno una formazione specifica? L’approccio è quindi completamente diverso: in Italia si passa dalla Prefettura (Ministero dell’Interno) mentre in Portogallo ci si confronta con operatori della salute. A conforto della bontà dell’orientamento, i dati indicano che in Portogallo non si registra un numero di consumatori, soprattutto in fasce giovani, superiori a quello di Paesi che hanno altri sistemi. La proposta all’interno del mio libro è decriminalizzare come primo passo verso una discussione più seria.

Qual è la situazione legislativa italiana ad oggi?
La storia della legislazione italiana in materia di sostanze stupefacenti e psicoattive è abbastanza ridotta. Tolti gli interventi di chiaro stampo repressivo dell’era fascista e del 1954 che prevedevano addirittura l’istituzionalizzazione del consumatore negli ospedali psichiatrici, la prima legge dell’era moderna è del 1975. In estrema sintesi le “novità”: introduzione della definizione “tabellare” delle sostanze illecite (tra cui la cannabis), distinzione tra spacciatore e consumatore, introduzione dell’espressione “modica quantità”.

Questa sorta di inziale apertura viene soffocata dalla Legge n.162 del 1990 (Jervolino-Vassalli) che diverrà il “Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”. Viene introdotta la “dose media giornaliera” oltre la quale la persona è punibile penalmente. Grazie al referendum popolare voluto dai radicali nel 1993 vengono abolite le norme che prevedono procedimenti penali per l’uso personale: per la prima volta la cannabis è inserita in una tabella differente rispetto a eroina e cocaina, sdoganando l’idea della “droga leggera”. Il grande buio torna a dominare la scena con la Legge n.49 del 2006 – nota come Fini-Giovanardi. In pratica: tabella unica per tutte le droghe e limiti quantitativi per distinguere la detenzione per uso personale da quella finalizzata allo spaccio. Dopo aver contribuito a portare fuori controllo il sovraffollamento nelle carceri italiane – circa il 35% dell’intera popolazione è ristretto per piccoli reali legati agli stupefacenti – la Corte Costituzionale con una sentenza del febbraio del 2014 ne dichiara l’incostituzionalità. Non è il caso di farsi illusioni, però, perché tutto ciò non avviene perché si è entrati nel merito di quanto stabilito ma per una violazione dell’art.77, comma 2 della Costituzione, ossia un vizio di forma nella procedura di conversione dei decreti legge.

Si torna, dunque, al 1990 (con modifiche apportate nel 1993) sebbene va ricordato che con il Decreto Balduzzi del 2013 la cannabis viene inserita nella Tabella II. Vengono riconosciute le proprietà terapeutiche della pianta e conseguentemente la prescrivibilità come farmaco. Al vuoto legislativo lasciato dalla Fini-Giovanardi risponde parzialmente la Legge n.79 del 2014 (dal decreto legge Lorenzin), da cui: detenzione o acquisto per uso personale non hanno più rilevanza penale, viene eliminata la “modica quantità” per uso personale, ed è il giudice a sancire il superamento delle soglie stabilite dal Ministero della Salute. Consumare resta un illecito amministrativo (segnalazione in prefettura ex. art 75 DPR 309/90). Senza la pretesa di aver detto tutto in proposito, ma di aver semplicemente tentato una sintesi in merito alla quale molto si potrebbe aggiungere (vedi proposte dimenticate o “congelate” da anni), restano due certezze: è necessario riprendere il dibattito pubblico sulle droghe ed è necessario che la politica decida.

Il tuo libro è ricco di interventi esterni (Francesca Comencini, Nina Zilli, Filippo Ceccarelli, Giancarlo De Cataldo, Kento, Antonio Nicaso) in cui si cerca una traduzione, anche più pop, di questo discorso. Come è andata la collaborazione con questi personaggi e quale pensi sia stato il loro contributo nel tuo saggio?
Devo ringraziare la generosità di queste persone perché prestare il proprio sapere e le proprie competenze su temi che possono risultare scomodi non è da tutti e per assurdo le resistenze maggiori le ho ritrovate nel mondo della musica rap e trap. Per la mia metodologia di lavoro, non ho fatto loro domande specifiche, ma ho semplicemente suggerito un tema su cui scrivere in piena libertà. Mi ha stupido come, in questi vari interventi, nonostante posizioni e tematiche differenti, si possa trovare un fil rouge preciso, un guardare alla società e alla politica sollecitandone una presa di responsabilità che non si immobilizzi nella paura di perdere consenso. Non si può fare ricadere tutto sui ragazzi, sulla loro presunta vulnerabilità e/o predisposizione per età al condizionamento. Non è responsabilità di chi porta questi temi nella trap, nelle fiction, nella serialità e questo lo si si evince proprio parlando coi ragazzi: questi modelli attecchiscono solo quando non c’è una base. Per questo la prevenzione dovrebbe essere fatta ben prima dell’adolescenza, senza nemmeno la necessità parlare di sostanze, ma cercando di creare una copertura basilare di protezione per questi ragazzi. Non possiamo mettere i ragazzi sotto una campana di vetro – allora sì che li renderemmo fragili – ma dobbiamo, da adulti o presunti tali, insegnare loro a camminare, anche passando attraverso il fuoco senza bruciarsi.