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Dentro il più grande mercato vudù al mondo

Akodessewa, in Togo, è praticamente un supermercato dove andare a comprare gli ingredienti per pozioni, talismani e feticci di ogni genere, e ha persino una pagina dedicata su TripAdvisor

Lomé, Togo. Akodessawa Marche des Feticheurs (Akodessawa Fetish Marke). This market is the world's largest voodoo market. In the picture: All around the courtyard, wooden signs with the names and the contacts of the voodoo priests and healers of the market, are hung at the entrance of the small metal shacks where clients enter in order to get personal rituals and charms, usually in front of small altars surrounded by bottles and bowls of incomprehensible ingredients.

Il vudù è una religione con cui l’Occidente ha un rapporto estremamente mediato da immagini stereotipate. Derivanti soprattutto dall’apporto narrativo che il cinema mainstream ha creato nel corso del tempo. Riti misteriosi, spesso malefici, legati a credenze tribali strettamente connessi alla materia. È lontano anni luce dalla nostra concezione religiosa monoteista, fatta di simboli e liturgie verbali.

Ma in molte aree del mondo, specie nei paesi che circondano il Golfo di Guinea, il vudù è una religione fortemente praticata. Molto diversa, più complessa, dai nostri stereotipi. Come ad esempio in Togo, dove si trova il mercato di Akodessewa: il più grande “supermarket” vudù del mondo. Dove i praticanti possono acquistare ingredienti di ogni tipo per la realizzazione di pozioni, talismani, e feticci. Ha perfino una pagina dedicata su TripAdvisor. Il fotografo Francesco Merlini lo ha visitato l’anno scorso per un reportage e l’ho chiamato per parlarne.

Ciao Francesco. Mi racconti come è partito questo progetto?
Erano anni che sapevo dell’esistenza del mercato di Akodessewa, e per molto tempo ho tenuto questa informazione da una parte, con la consapevolezza che prima o poi mi sarebbe piaciuto andare e fotografarlo. Il momento buono si è presentato l’anno scorso: dopo aver fatto ricerca, e aver capito la logistica del progetto, sono partito. Devo dire che è stato piuttosto semplice organizzare il tutto: Akodessewa è un piccolo sobborgo di Lomè, la capitale del Togo, e arrivarci è abbastanza semplice. Il capo del mercato, poi, mi ha fatto subito da cicerone: erano tutti stupiti dal fatto che volessi raccontare la loro realtà, e si sono prestati volentieri. 

Cosa ti attirava tanto di questa esperienza? 
Quello che mi colpiva veramente di Akodessewa era questo cortocircuito per cui esisteva nel mondo un mercato, simile a quelli cittadini di ortofrutta in occidente, interamente dedicato al vudù. Dove puoi comprare vari materiali per rituali magici. Approfondendo, poi, volevo anche raccontare la vera dimensione di questa religione. Del vudù si ha spesso un’immagine distorta, legata al concetto di magia nera. In realtà è tutt’altro: i rituali e gli incantesimi servono esclusivamente per ottenere effetti benefici. Fortuna, prosperità, e protezione dalle sventure. Lo stereotipo che nutriamo nei confronti del vudù, propagato anche dal cinema, risale fondamentalmente all’epoca coloniale. I missionari hanno cercato di screditare  in ogni modo questa religione, perché il loro fine ovviamente era quello di avvicinare più persone possibili al cristianesimo.

E poi è una realtà quasi unica: a differenza delle religioni monoteiste, i suoi rituali non sono soltanto simbolici. La componente materica è fortissima, e si contamina continuamente con il vissuto quotidiano. Io lo paragono ad una di quelle manine appiccicose che trovavi nelle patatine fritte: tutto quello che tocca gli rimane attaccato.

Foto per gentile concessione di Francesco Merlini

Com’è organizzato il mercato?
È noto come “il mercato vodoo più grande del mondo” ma quando lo vedi ti rendi conto che, con tutta probabilità, è semplicemente l’unico. O meglio: il vudù è diffuso in molte aree attorno al Golfo di Guinea, ma solitamente gli ingredienti utilizzati vengono trovati in natura, o comprati direttamente dai preti vudù. Il mercato, invece, è l’unico vero “supermarket” in cui trovare un po’ di tutto.

Di per sé è un grosso cortile polveroso, con attorno tutte queste bancarelle e tettoie di metallo. Le bancarelle sono composte sostanzialmente da assi di legno, e c’è un’atmosfera molto africana: mentre si aspettano i clienti, si sonnecchia cercando l’ombra, o si preparano unguenti e pozioni. Poi, ai lati, ci sono le baracche dove i preti fanno i rituali rituali per gli avventori che hanno comprato il materiale al mercato. Affissi su queste baracche ci sono numeri di telefono e indirizzi email: tu fissi un appuntamento con il prete per un rituale, vi trovate al mercato, comprate le cose che vi servono per realizzarlo.

Che merce c’è in vendita?
Principalmente animali essiccati di varie tipologie. Perché di solito vengono tritati per fare unguenti, o formule da bere con alcol o miele. Animali interi, parti, ossa o pelli. Dai piccoli uccelli, agli insetti, ai roditori, ai rettili, fino ai grandi mammiferi: elefanti, ippopotami, ghepardi, leoni. È possibile acquistare anche animali vivi, alcuni di questi spacciati per specie inesistenti: in vendita ad esempio c’era quello che mi è stato descritto come “raro esemplare di piccione rosso”. In realtà era stato semplicemente dipinto.

È interessante notare poi come il vudù si contamini continuamente. È in continua evoluzione. Nelle pozioni o nella realizzazione dei feticci, ad esempio, si possono trovare ingredienti odierni di ogni tipo: Coca Cola, whiskey. Mischiano questi ingredienti della tradizione, provenienti dalla natura – erbe o resti animali – con oggetti moderni. È una religione fatta di stratificazioni, proprio a livello concettuale, a differenza delle religioni monoteiste gli oggetti non sono importanti per il loro valore simbolico – come l’ostia per il cristianesimo – ma perché la loro forma richiama qualcosa. Quindi c’è sempre una commistione di ingredienti organici, ingredienti inorganici, e ingredienti antichi. 

Foto per gentile concessione di Francesco Merlini

Le bambole vudù esistono veramente?
A volte effettivamente vedi anche delle bambole. Ho realizzato, ad esempio, la foto di una bambola composta da due corpi intrecciati. Apparteneva ad un prete, che realizza con quella un rituale d’amore, ma non era in vendita. Solitamente, però, le altre bambole che si possono trovare ad Akodessewa, alcune proprio con i classici spilloni, sono per i turisti. Non hanno niente a che fare con il vero vudù: ogni tanto al mercato arrivano dei visitatori occidentali, e quindi i souvenir rispecchiano quello che un estraneo vorrebbe trovare di “caratteristico”. Merchandising, insomma.

Che tipologie di rituali vengono realizzate dai preti vudù?
Ne esistono di svariati tipi, e sono tutti con “effetti benefici”. Fortuna economica, salute, prosperità, fecondità, protezione dalla magia nera. Se ne fanno moltissimi per avere dei gemelli: perché in quelle aree dell’Africa i parti gemellari sono segno di buon auspicio.

Tu ne hai provato uno?
Sì, ma non al mercato. Gli ultimi due giorni sono andato in un santuario di Agomè-Séva, a qualche ora di distanza. Dove vanno un sacco di persone per dei rituali più potenti, spesso collettivi. In realtà è una radura nel bosco, molto affascinante, con questi paletti piantati nella terra. E ogni paletto rappresenta un rituale. Possono accedere solo gli uomini: ti porti gli ingredienti, ti fanno spogliare, ed entri in questa radura con il prete e i suoi assistenti. Io ne ho fatto uno per la prosperità, un po’ generale: il prete ha piantato il paletto in terra, e poi ha cominciato a versarci sopra alcol, e alcune pozioni ricavate da erbe. Poi ha preso un pollo, lo ha ucciso, e ha versato il sangue sul paletto. Nel frattempo recitava degli incantesimi.

Che cos’è che ti ha stupito o colpito di più di questa esperienza?
Al di là dei rituali, e dei sacrifici, mi sarebbe piaciuto capire da dove arrivano tutti questi animali. Dove vengono cacciati – alcune specie non si trovano in Togo – e come è organizzato il mercato interno dei resti usati per il vudù. Ho provato ad indagare, ma è una domanda a cui è difficile ottenere una risposta esaustiva. Ci vorrebbe un lavoro di reportage di anni per raccontare questo aspetto, credo.

Foto per gentile concessione di Francesco Merlini

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