Cosa c’entrano il lavoro, Susanna Camusso e le tette? | Rolling Stone Italia
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Cosa c’entrano il lavoro, Susanna Camusso e le tette?

Ce lo spiegano le fondatrici di "Megazinne", la rivista che vuole usare le tette per attirare l'attenzione sui problemi di genere in Italia

È passato un anno da quando Ilena Ilardo, editor che vive a Londra, ha deciso di lanciare insieme all’amica d’infanzia Giulia Vigna, che lavora come graphic designer per Gomma Studio, uno dei magazine più irriverenti in circolazione. Si chiama Megazinne, parla di tette nella cultura pop (e non solo), su Instagram supera i 13mila follower nonostante i corpi femminili non siano esattamente il contenuto preferito dell’onnipresente algoritmo, e dona tutti i proventi raccolti con la vendita della rivista, di carta o digitale, a un’associazione italiana diversa per ogni numero.

Il terzo numero che sta per uscire sarà “pieno di capezzoli non censurati, illustrazioni di artiste e artisti italiani e internazionali, un posterone erotico old-school e ovviamente tantissime pagine con riflessioni sugli aspetti contemporanei delle questioni di genere”. Tra un’intervista alla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso sul divario retributivo di genere in Italia e un approfondimento sulle tette nella fantascienza, questa volta i proventi andranno ad AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che lavora per sostenere i percorsi professionali femminili in Italia e nel mondo.

Facciamo un passo indietro: da dov’è venuta l’idea per Megazinne?
Ilena: Inizialmente è nato come semplice fanzine tra me e Giulia. Entrambe abbiamo un interesse per le questioni di genere, e abbiamo pensato che fosse un modo per parlarne in modo molto pop e facilmente consumabile, per renderlo fruibile a tutti. Abbiamo pensato che forse il metodo più attraente per parlarne fosse quello di farlo attraverso le tette, prendendo una parte per il tutto. 

Così è nato Megazinne, e pur essendo un progetto piccolo abbiamo avuto molto seguito fin da subito: il primo giorno abbiamo avuto duemila download, dopo qualche mese avevamo già diecimila follower su Instagram. Con i primi due numeri abbiamo raccolto oltre 20 mila euro per  LILT Firenze, la Lega italiana per la lotta contro i tumori, e DiRe, Donne in rete contro la violenza. Eravamo partite con zero fondi e l’idea di fare solo un magazine digitale, ma poi ci ha contattate 4Graph, acconsentendo a farci da sponsor e dare tutto in beneficenza anche per la versione cartacea. 

Come cambia Megazinne, arrivato il terzo numero?
Ilena: Abbiamo ampliato moltissimo i temi che trattiamo, e il magazine non parla più solo letteralmente di tette. Già il secondo numero  parlava del corpo femminile in generale: con il terzo trattiamo soprattutto di questioni di genere in senso ampio. Diritti, pari opportunità, femminismo. 

La parte più sostanziosa del numero è quella chiamata Tette e Lavoro, in cui abbiamo un’intervista con un’europarlamentare che ci ha parlato di divario retributivo in Europa, e con Susanna Camusso, che ci ha raccontato le origini del divario retributivo di genere in Italia. Le altre sezioni sono Tette e Fantascienza, Tette e Salute e Tette e Cultura Pop, che è quella dove ci divertiamo un po’ di più.

Entrambe eravate molto attente alle questioni di genere anche prima del magazine. C’è qualcosa che avete imparato al riguardo da quando l’avete lanciato?
Giulia: Abbiamo imparato sicuramente che c’è un sacco di lavoro da fare, ma anche chi lo sta facendo. Penso che la cosa più importante che facciamo come Megazinne – al di là del fornire una piattaforma a diversi scrittori e illustratori – è che siamo riuscite a devolvere un sacco di soldi alle persone che affrontano queste situazioni sul campo. È giusto creare attenzione sui social, ma vogliamo sottolineare che a lavorare davvero sono le associazioni che noi sosteniamo.

Ci sono giorni in cui riusciamo ad essere più ottimiste e pensiamo che la società stia progredendo, ma poi ci sono i giorni in cui parli con le associazioni e ti rendi conto di quanto ancora c’è da fare. Le attiviste di DiRe, per esempio, ci hanno dato dei numeri allucinanti sulla situazione dei centri antiviolenza nel Lazio. La cosa fondamentale quindi resta quella di sostenere chi le cose le sa fare: è bello portare attenzione sull’argomento perché – io come grafica, Ilena come editor – sappiamo come farlo, ma è giusto che le risorse vadano a chi lavora sul campo.

Quindi dove pensate che si posizioni Megazinne sullo spettro dell’attivismo?
Giulia: Facciamo da intermediarie. Quando abbiamo visitato le varie organizzazioni per scegliere a chi donare quanto guadagnato con ogni numero, cercando sempre associazioni un po’ diverse, abbiamo capito che fanno un lavoro faticosissimo – mentalmente e fisicamente – e stressante, ma non riescono a comunicarlo molto bene. Non voglio sminuire i loro sforzi, perché ovviamente non è questo il loro lavoro, e infatti noi facciamo il lavoro di attirare l’attenzione sui social e poi catalizzarla verso chi ha gli strumenti e le capacità di agire. 

Il fatto di scegliere ogni volta un’associazione che lavora su un tema diverso ci permette di indirizzare i fondi su vari temi: una volta è il tumore al seno, un’altra la violenza domestica, questa volta il lavoro. Riusciamo ogni volta a raccontare i problemi, raccogliere i fondi e darli a chi ha gli strumenti per usarli al meglio. 

Ilena: Secondo me Megazinne funziona perché per promuoverlo facciamo molto marketing, però l’intento è sempre quello di fare beneficenza. Oltre i soldi – a cui dare un peso diverso a seconda di quanto uno pensi che la beneficenza sia utile o un tappabuchi per enormi problemi strutturali – c’è il fatto che il magazine in sé vuole fare comunicazione, vuole portare attenzione e dare voce a chi sa di cosa sta parlando, ma nel modo più pop e facile da diffondere possibile. In modo da raggiungere tante persone che altrimenti non avrebbero letto quei dati, fatto quei ragionamenti. È un anello per avvicinare le persone alle questioni di genere. 

A proposito di comunicare temi complessi: l’intervista centrale del nuovo numero è a Susanna Camusso. Cosa avete imparato dalla conversazione con lei?
Ilena: La cosa che mi ha detto che mi ha colpita di più è che il femminismo è stata l’unica rivoluzione pacifica. Certo, sapevo già che tutto quello che facciamo per ottenere maggiori diritti e riconoscimento lo facciamo senza violenza, ma è una realizzazione che mi ha toccata. A ciò si affianca una seconda questione, che è quella della cura: alle donne in Italia, ma anche altrove, viene affidato il lavoro di cura come se fosse una cosa naturale, ma il fatto che la cura spetti alle donne è un costrutto sociale di cui dobbiamo liberarci. È da lì che nascono molti altri problemi, ma questo non vuol dire che risolverli sia solo una responsabilità femminile. Perché prendersi cura della società è qualcosa che riguarda tutti. 

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