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Chi sono “i bugiardi del clima”

Nel suo libro omonimo, la giornalista Stella Levantesi racconta "potere, politica e psicologia" di chi cerca di convincerci che la crisi climatica non esiste. L'abbiamo intervistata

JOSEP LAGO/AFP via Getty Images

La consapevolezza della crisi climatica non è mai stata tanto diffusa come oggi: la comunità scientifica è ormai unanime sull’origine antropica del riscaldamento globale, e la maggioranza dell’opinione pubblica chiede di intervenire tempestivamente per contrastarne gli effetti. L’attivismo di Greta Thunberg, la crescita del movimento Extinction Rebellion e gli scioperi per il clima in tutto il mondo hanno contribuito alla diffusione di una rinnovata sensibilità, sottolineando come il riscaldamento globale rappresenti la sfida più urgente del nostro tempo.

Questa presa di coscienza è coincisa con il raggiungimento di alcuni obiettivi cruciali per il futuro del Pianeta. Basti pensare alla Cop21 di Parigi e alla conseguente adozione del primo accordo giuridicamente vincolante sul clima, con cui è stato riconosciuto esplicitamente l’impegno delle parti a mantenere l’aumento della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali; o, per restare sull’attualità, alla storica sentenza di fine maggio con cui un tribunale dell’Aja ha imposto alla compagnia petrolifera Shell di ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% entro la fine del 2030. Eppure, per anni, diversi attori hanno agito nell’ombra allo scopo di ritardare e ostacolare qualsiasi tipo di regolamentazione al settore fossile e seminare dubbi sulla scienza del clima per confondere l’opinione pubblica.

Già a partire dagli anni ’70 e ’80, gli scienziati interni all’azienda Exxon avevano scoperto il legame tra l’attività di bruciare combustibili fossili e l’aumento delle emissioni. Secondo i documenti e i promemoria interni alla compagnia, la Exxon sapeva tutto quello che c’era da sapere per affermare l’esistenza del cambiamento climatico e ammettere la propria responsabilità. Eppure, invece di cambiare rotta, ha fatto di tutto per nasconderlo, costruendo una campagna di disinformazione sul clima durata decenni.

Nel suo libro I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, uscito recentemente per Laterza, la giornalista Stella Levantesi definisce questa macchinazione come “la più grande opera di insabbiamento della storia recente”. Le abbiamo fatto qualche domanda per comprendere quale sia, oggi, lo stato dell’arte del negazionismo climatico. Anche perché, parafrasando l’autrice, “I negazionisti non sono spariti. Semplicemente hanno adottato un nuovo linguaggio e nuove tattiche”.

Chi sono, oggi, i negazionisti del riscaldamento globale?
I negazionisti di oggi sono i negazionisti di ieri. In senso stretto, i negazionisti climatici sono coloro che negano l’esistenza del cambiamento climatico e la responsabilità antropica della crisi climatica. Ma non è solo questo che si intende per negazionismo. Non è necessario negare l’esistenza del cambiamento climatico tout court per essere negazionista. Fare di tutto per ritardare le politiche climatiche, seminare il dubbio sulla scienza del clima, confondere il pubblico, il greenwashing, questi sono tutti diversi aspetti della narrazione negazionista. Il negazionismo, poi, è diverso dal semplice atto di negazione perché non si limita a rimuovere la realtà, ma ne crea una alternativa. Il negazionismo è strategico e intenzionale perché fa leva su motivazioni politiche ed economiche ed è un fenomeno strutturato e organizzato. Per questo si parla di macchina del negazionismo climatico, che è composta da aziende di combustibili fossili, lobby e gruppi di pressione, associazioni industriali, think tank di stampo conservatore e la cosiddetta “camera dell’eco”.

Quali sono le principali strategie retoriche adottate da chi nega l’emergenza climatica?
La macchina negazionista fa ricorso a diversi strumenti per mettere in atto la campagna di disinformazione climatica: i finanziamenti, la propaganda politica e le strategie di comunicazione come la manipolazione mediatica, la manipolazione dei dati e le argomentazioni retoriche. Tra quelle più utilizzate oggi c’è quella di etichettare come “allarmisti” e “catastrofisti” gli ambientalisti, i climatologi e chi lotta per il clima. Tra quelle più ridicole, ma anche più efficaci, poi, c’è l’argomentazione retorica per cui la presenza di freddo equivale all’assenza del riscaldamento globale. Attraverso questa argomentazione i negazionisti sfruttano a proprio vantaggio alcune lacune di conoscenza sul tema, spesso anche basilari, come la distinzione tra meteo e clima.

Un’altra ancora è l’uso strumentale degli impatti socio-economici delle politiche climatiche, per cui i negazionisti spesso sottolineano il rischio di perdere posti di lavoro a causa delle misure climatiche. Legata a questo c’è anche quella che, in gergo, viene chiamata “falsa scelta” che inquadra – falsamente – le soluzioni della crisi climatica come una scelta obbligata tra clima ed economia, per cui se si salva uno si sacrifica l’altra. Questa è una cosiddetta fallacia logica, un errore di ragionamento, anche questo sfruttato a vantaggio dei negazionisti.

Tra le altre tattiche più comuni ci sono anche il cherry-picking, che letteralmente significa cogliere le ciliegie, per cui si isolano dei dati e si sopprimono le prove che potrebbero portare alla conoscenza del quadro completo di informazione, e l’argumentum ad hominem, strategia per cui invece di criticare i contenuti dell’argomentazione, si attaccano il carattere, le motivazioni o altre caratteristiche della persona che mette in campo l’argomentazione. Nel capitolo 7 de I bugiardi del clima approfondisco molte di queste argomentazioni retoriche e tattiche negazioniste. In generale, qualsiasi strategia che possa promuovere una confusione intenzionale sul tema per ritardare l’azione sul clima, è per i negazionisti un’azione vincente.

Quali interessi si celano dietro il negazionismo climatico?
Ci sono molteplici motivazioni dietro gli obiettivi dei negazionisti. La prima ha a che fare con il potere e il denaro. Le aziende di combustibili fossili non potevano permettere che la propria attività fosse compromessa, e agire per ostacolare le politiche climatiche era fondamentale per mantenere quello che viene chiamato il business as usual e, di conseguenza, per continuare a guadagnare. Tuttavia, dire che gli interessi dei negazionisti sono solo di tipo economico sarebbe riduttivo. In realtà hanno molto a che fare con la politica e la psicologia, per questo il sottotitolo de I bugiardi del clima è “Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo”. Gli interessi dei negazionisti, infatti, riflettono un sistema di valori che spesso si sovrappone con l’identità politica conservatrice negli Stati Uniti, e populista di destra o sovranista in Europa e in Italia.

Nei casi estremi, dove l’identità negazionista coincide con quella ultraconservatrice ci sono anche altri elementi che interagiscono e si rafforzano tra loro come la xenofobia e la misoginia. Come per tutte le tendenze cospirative, poi, alla base c’è un sentimento in particolare: la paura. I negazionisti sono terrorizzati dal perdere il proprio status quo e i propri benefici sociali. In questo contesto, i principali obiettivi della macchina negazionista sono ritardare e ostacolare qualsiasi tipo di regolamentazione al settore fossile, di politica climatica o ambientale; seminare dubbi sulla scienza del clima e confondere l’opinione pubblica dando l’impressione che il dibattito sul cambiamento climatico sia ancora in corso – i negazionisti per primi sanno che un dibattitto non è mai nemmeno esistito visto che, come ha documentato un’indagine che ha vinto il premio Pulitzer, già dagli anni ’70 e ’80 alcune aziende fossili già erano a conoscenza del collegamento tra la propria attività e l’aumento delle emissioni e di temperatura. Ancora oggi, questi tre elementi, soprattutto il primo e il terzo, sono tra i maggiori ostacoli all’azione climatica globale.

Che ruolo hanno giocato i media nel veicolare il messaggio negazionista?
Alcune piattaforme mediatiche hanno fatto (e tuttora fanno) da eco alle strategie negazioniste, per questo si parla di “camera dell’eco”. Molte testate giornalistiche, televisioni e altri media fungono da “bacino” metaforico nel quale la disinformazione viene amplificata e la narrazione negazionista alimentata. Questo avviene in particolare con testate conservatrici o di destra per i motivi di cui sopra. Tuttavia, accade anche che testate considerate “progressiste” o “liberali” promuovono il messaggio negazionista quando cadono nella trappola del cosiddetto “resoconto equilibrato”, per cui il giornalismo deve tenere conto “di entrambi i lati della storia”, riportando affermazioni o messaggi della lobby negazionista come se fossero espressioni da un punto di vista diverso sul tema, che sarebbe un po’ come se tutte le volte che si parlasse della Terra, si dovesse includere anche la prospettiva terrapiattista. Il cambiamento climatico non è un’opinione, è un fenomeno scientifico. E come tale va trattato. Offrire prospettive “alternative” non è libertà di stampa, ma giornalismo irresponsabile e disinformato. Tra l’altro questo crea anche problematiche legate all’accuratezza, la trasparenza e al rapporto di fiducia con il pubblico che dovrebbero essere priorità del metodo giornalistico.

Nel tuo libro parli di come la narrazione del negazionismo climatico sia sempre più incentrata sul dualismo tra “realisti” e “allarmisti”. Ti andrebbe di parlarcene meglio?
Oggi negare l’esistenza del cambiamento climatico e la responsabilità antropica nella crisi climatica sta diventando sempre più difficile anche per i negazionisti che, quindi, si ritrovano a dare priorità a nuove strategie per poter ritardare il più possibile l’azione climatica. Come menzionato in precedenza, “allarmista” è il termine che i negazionisti usano per screditare chi si batte per il clima e la scienza del clima. Sfruttando la connotazione negativa del termine “allarmista”, i negazionisti del cambiamento climatico screditano un legittimo avvertimento scientifico, e associandosi, invece, al termine “realista”, ribadiscono un elemento fondante del negazionismo climatico, quello di sembrare razionali e veritieri. 

Questa strategia è stata promossa molto dall’Heartland Institute, uno tra i più agguerriti gruppi del negazionismo climatico che negli anni ha ricevuto finanziamenti dalle aziende fossili e di tabacco per promuovere la narrazione negazionista sia negli Stati Uniti che in Europa. Nel 2019, Giulio Corsi, dottorando all’università di Cambridge, ed io abbiamo riscontrato una tendenza in crescita dell’utilizzo dei termini “realista” e “allarmista” da parte dei negazionisti sui social media. Questo, ovviamente, non è un caso. Il 2019 ha rappresentato un anno di svolta per l’azione e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla crisi climatica ed è un fatto che la macchina del negazionismo climatico entra sempre a pieno regime quando l’azione globale sul clima diventa una priorità più alta per le politiche governative.

Anche in Italia non siamo completamente al riparo dai tentativi di mistificazione dei negazionisti climatici. Mi viene in mente l’esempio del professor Franco Battaglia, autore di saggi apertamente negazionisti e, in passato, invitato a più riprese nei vari talk show in veste di opinionista. Ci sono altri negazionisti “nostrani”?
In Italia, uno dei più problemi più grandi è proprio questo legato alla comunicazione sulla crisi climatica di cui ho appena parlato. Ma è chiaro che ci sono, anche qui, come negli Stati Uniti, scienziati negazionisti e “falsi esperti” che spesso sono anche consulenti per il settore fossile. Non sorprende quindi che alcuni di questi individui promuovono la narrazione e il messaggio negazionista come, per esempio, è accaduto a settembre del 2019, alla vigilia del Summit sul Clima di New York, con una lettera del gruppo Clintel diretta all’ONU e all’Unione Europea che sosteneva che “non c’è nessuna emergenza climatica” e che la CO2 è “cibo per piante”. Tra le 500 firme della lettera, più di 100 sono italiane. I contenuti della lettera sono stati giudicati non corretti a livello scientifico e i miti negazionisti sono stati più volte sfatati dagli scienziati del clima. Molti dei firmatari, tra l’altro, non erano nemmeno scienziati del clima ma ingegneri, geologi, dirigenti di azienda o lobbisti.

Questo, comunque, non ha impedito alla lettera di avere una relativa visibilità sia in ambito politico che sulla stampa, soprattutto di destra. Spesso, poi, alcuni politici ancora puntellano i discorsi pubblici con le tipiche affermazioni retoriche negazioniste. Forse il rischio più alto adesso è quello legato al greenwashing, per le aziende ma anche per la dimensione politica.  Il punto, comunque, è che i negazionisti, anche in Italia, hanno voluto rendere la scienza più politica, perché solo così un fenomeno scientifico può diventare dubitabile e quindi si possono mettere in discussione più facilmente la sua esistenza così come la sua urgenza.