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Caro Alessandro Laterza, di brave scrittrici ce ne sono quante ne vuole

E anzi, è sconcertante notare come nel 2020 uno dei principali editori italiani abbia ancora una visione così sessista della letteratura

Nel 2018, il New York Times domandò all’autrice statunitense Lauren Groff di descrivere una cena di fantasia ideale. Lei rispose che avrebbe invitato centinaia di scrittrici, famose e di nicchia. “Servirei quantità illimitate di vino eccellente e ci sbronzeremmo e la conversazione potrebbe finire per toccare la domanda più sconcertante di tutte: perchè quando gli scrittori maschi elencano i libri che amano o da cui sono stati influenzati sembra quasi sempre che abbiano letto solo una o due donne nella loro vita? Non può essere perché gli uomini siano intrinsecamente degli scrittori migliori delle loro controparti femminili (qui ci faremmo una risata enorme – dopotutto, ci sono Toni Morrison, Can Xue, Marie N’Diaye ed Elena Ferrante nella stanza!). E non è perché gli scrittori maschi sono brutte persone. Sappiamo che non sono brutte persone. A dire il vero, li amiamo. Li amiamo perché li abbiamo letti. Qualcosa di invisibile e pernicioso sembra impedire anche ai bravi letterati di prendere in mano i libri con nomi di donne sul dorso o di richiamare alla mente libri di donne quando viene chiesto di elencare le loro influenze. Mi chiedo cosa possa essere una cosa del genere”.

La stessa sconcertante domanda se la sono posta decine di persone di fronte ad un candido tweet di Alessandro Laterza, che negli anni ha ricoperto le cariche di redattore, direttore editoriale, responsabile della divisione scolastica e amministratore delegato delle Edizioni Laterza, tra le più importanti case editrici d’Italia.

Laureato in Lettere classiche e cresciuto in una famiglia che almeno dal 1901 fa dei libri la propria passione e professione, Laterza ha sollevato più di qualche sopracciglio quando ha chiesto consiglio agli utenti di Twitter così: “Essere scrittori è altro dal saper scrivere bene: è avere uno “stile”, un proprio uso di lessico, sintassi, figure retoriche, ecc. Trama, personaggi, soggetto sono marginali. Cerco lumi sulle scrittrici italiane contemporanee. Per mia lacuna mi fermo a Ginzburg e Morante”.

Qualcuno ha deciso di commentare con ironia: “Cerco lumi sui progressi della medicina degli ultimi decenni. Per mia lacuna mi fermo ai raggi X e al cloroformio”, scherza per esempio una giovane dottoressa. Altri rispondono alla domanda con lunghissime liste di scrittrici più o meno celebri. Moltissime voci si sono però poste una questione: può essere che uno dei più importanti editori d’Italia non si vergogni a esternare una lacuna simile. Per di più utilizzando il maschile sovraesteso di un “essere scrittori” da opporsi, a quanto pare, a quei personaggi, trama e soggetto “marginali”.

“Ci sono state e ci sono tante ottime autrici di romanzi, spesso di successo”, risponde Laterza a chi gli fa notare che di scrittrici donne ce ne sono, e anche tante. “Mi fermo a Ginzburg e Morante (ma aggiungo la Ortese) solo riferendomi a maestre di stile letterario. Ce ne sono altre? Basta dirci cognome e titolo”. La versione un po’ più elegante di quel “Se nel mio libro ho messo poche donne, evidentemente è perchè ritengo che nella storia della letteratura italiana ci siano poche autrici di valore” pronunciato da un autore di manuali scolastici piemontese qualche anno fa.

Non di grande valore sembra essere, nell’ottica di Laterza, quella Elena Ferrante che nelle stesse ore pubblicava sul sito del Guardian la sua lista di libri preferiti scritti da donne, premurandosi di includere italiane come Natalia Ginzburg e Elsa Morante, ma pure Anna Maria Ortese, Donatella di Pierantonio e Michela Murgia. “Ammiro l’operazione editoriale e sono felice del grande successo all’estero. Come lettore no, non mi piace. Le saghe non mi appassionano. Tutta l’attenzione è centrata sul meccanismo narrativo e sulla caratterizzazione dei personaggi”, ha commentato l’editore.

Il concetto è calcato ulteriormente in altri tweet: “Il mio quesito non è sull’aggiornamento bibliografico, ma sulla qualità letteraria (di cui, con rispetto parlando, nessun premio è garanzia)”. E ancora: “Non mi occupo professionalmente di narrativa. Sono, in materia, un lettore tra i tanti. E gioisco nell’apprendere che c’è un’infinità non di ottime autrici ma di scrittrici con la qualità letteraria di Ginzburg e Morante. Corro in libreria”. Qualcuno – come Igiaba Scego, da anni voce internazionalmente riconosciuta della letteratura postcoloniale in Italia – gli ha fatto notare che basterebbe correre al proprio catalogo per trovare spunti validissimi: “Ma lo conosce il catalogo Laterza? Firmato un’autrice del catalogo Laterza”.

Sandra Petrignani, che per la casa editrice ha scritto proprio delle donne in letteratura, consiglia: “Lalla Romano, soprattutto gli ultimi libri. Qualcuna la trovi nel mio (e vostro) #LessicoFemminile”. Meno diplomatico è Jonathan Bazzi, candidato quest’anno al Premio Strega, che scrive: “è possibile essere editori di un’importante casa editrice e dichiarare pubblicamente, in un solo colpo, la propria ignoranza e il proprio sessismo”.

Il giorno dopo – cosa che, bisogna dargliene atto, accade di rado sui social – Laterza ha chiesto scusa con un ““Lavoro con le parole e le ho usate male. Il mio tweet di ieri è inadeguato sia nella forma sia nel contenuto. Me ne scuso molto con tutti”.

 

Al di là delle parole scelte, la domanda di Laterza offre l’opportunità di guardare a lungo in quell’abisso che è il canone letterario italiano, il complesso delle opere a cui si riconosce un valore esemplare. “Scrittrici come le sante”, riassume ironicamente la scrittrice Claudia Durastanti, “per essere canonizzate ci vogliono i miracoli, a volte le stimmate, ed essenzialmente la morte. Abbiamo fatto il canone a pezzi a prescindere da Harold Bloom, sopravviveremo anche a Twitter”.

I programmi scolastici – e spesso pure quelli universitari – scelgono di ignorare la letteratura scritta da donne. Questa lacuna si può imputare solo in minima parte al fatto che per secoli tantissime non hanno avuto nemmeno l’opportunità di imparare a leggere e scrivere (ricordiamo che verrà loro permesso di accedere a licei ed università solo nel 1874): piuttosto, si potrebbe cominciare a riflettere sull’idea che la scrittura femminile sia frivola e di nicchia, una roba scritta da donne per donne, indegna di essere innalzata ad universale se non in casi straordinari.

Non parliamo del fatto che il premio Strega, massimo premio letterario in Italia, dal 1947 ad oggi sia stato assegnato 60 volte a uomini e 11 a donne. Però potremmo concentrarci sul fatto che le indicazioni del Ministero dell’Istruzione recitino, per il XX secolo: “Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealistica ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello…)”. Se cercate una donna, la trovate tra parentesi. E non una qualsiasi: una delle due che Laterza riconosce. Nemmeno di Ginzburg c’è l’ombra. Sarebbe forse bastato fare come il suo futuro marito Leone, che nel 1933 cercò di convincere l’editore della rivista Solaria a pubblicare Natalia scrivendo che le sue novelle “denotano una maturità artistica, una concretezza d’invenzione, una capacità di distacco, e insieme un’umanità, certo notevolissimi. Natalia Levi mi pare uno scrittore”. Un maschile che non può che essere sinonimo di vero talento.