Carlo Lucarelli: «Festival revisionisti o politicizzati? Abbiamo solo un’arma: dire di no» | Rolling Stone Italia
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Carlo Lucarelli: «Festival revisionisti o politicizzati? Abbiamo solo un’arma: dire di no»

Dal MystFest lo scrittore simbolo del noir italiano è intervenuto anche sulla mala-giustizia, la cultura di destra (esiste?), 'Bella Ciao' inno del 25 aprile e il mistero dell’origine del Covid

Foto: Gianluca Melappioni

Stessa spiaggia, stesso mare, ma dopo un evento globale che ha reso tutto un po’ diverso. Per questo rivedere Carlo Lucarelli dopo due anni al MystFest di Cattolica, l’evento dedicato al giallo e al mistero, assume nuova importanza. Fra quel dialogo e questo, anche se intorno a noi non sembrava cambiato granché, tutto è stato rimesso in discussione in modo inaspettato da una pandemia. Figuriamoci poi per lo sguardo attento di uno scrittore come lui, che sull’osservazione dei dettagli ha basato ogni attività, che fosse letteraria, televisiva, radiofonica o teatrale.

Se ci aggiungiamo che era ospite per parlare con Roberto Saviano di temi come la propaganda, la censura e la manipolazione, il tutto ha acquisito una valenza tremendamente attuale. Dall’Italia che non per forza ne uscirà migliore, «ma almeno in potenza c’è la possibilità di cavalcare un’energia nuova», al mistero dell’origine del Covid che, da tema per complottisti, si sta tramutando in paradigma «dei meccanismi che regolano il mondo». Passando per la giustizia avvelenata dagli scandali, «che abbiamo raccontato nei libri ma nella realtà lascia sbigottiti», alla cultura di destra, «che esiste, ma spesso non è quella che viene proposta dalla destra», all’unica possibilità per un intellettuale di sfuggire dall’influenza della politica «che è saper dire di no» [in riferimento al Festival di Todi, tacciato di nostalgie fasciste, al quale lui non avrebbe partecipato]. Per arrivare alle immancabili polemiche sul Premio Strega, dove «i giallisti non vanno e se ci vanno non con un giallo», o su Bella ciao che cantava sotto la doccia fino al nostro ultimo incontro – e ora ha sostituito momentaneamente con Mai dire mai di Willie Peyote –, ma che sarebbe favorevole a far diventare l’inno ufficiale del 25 aprile («anche se la canterei indistintamente con Fratelli d’Italia»).

Roberto Saviano e Carlo Lucarelli al MystFest. Foto: Gianluca Melappioni

Ci siamo lasciati che mi dicevi di essere “spaventato dal clima di intolleranza verso i migranti” e ci ritroviamo spaventati dall’essere appena usciti da una pandemia. Che Italia vedi intorno a te? 
Da una parte sono curioso di vedere cosa succederà. Però, pur essendo ottimista, non sono di quelli che dicono “ne usciremo migliori”. Anzi, se possiamo essere peggiori lo saremo. Di solito i periodi di crisi ci peggiorano, almeno nel breve. Ma sono certo che sarà un’Italia nuova in ogni caso. Questa compressione porterà a una esplosione di energia, perché di certo abbiamo fronteggiato alcuni problemi in maniera, non dico drammatica, ma evidente, quindi un po’ di quel che è accaduto ci cambierà. Penso solo alla mia Bologna, che ora avrà un sindaco nuovo che si troverà una città uscita da questa roba qui, per cui almeno in potenza avrà la possibilità di cavalcare un po’ di energia per fare qualcosa in più. Io spero in un’Italia migliore, d’altronde sono ottimista.

Da scrittore di gialli e indagatore del mistero, ti affascina di come il Covid possa essere arrivato all’uomo o è un argomento da complottisti?
All’inizio meno. Adesso invece sì. Pensavo fosse qualcosa da complottisti, ma ora a bocce ferme potrebbe essere possibile che sia scappato qualcosa da un laboratorio. Parlo a livello scientifico, non riferendomi a una ipotetica terza guerra mondiale. Per cui mi interessa, la vedo come una possibilità. È una di quelle piccole cose che ti permettono di fare un passo verso il mondo nuovo. Se venisse fuori che degli scienziati hanno fatto un errore così in un Paese in cui non esiste trasparenza e democraticità, forse è possibile intervenire anche su altre realtà simili. Cioè guardarci in faccia e dirci: scusate, prima della prossima pandemia, vogliamo capire come si comportano anche gli altri?

Prima che fra trent’anni debbano realizzare un’altra serie tv come Chernobyl, ammesso che ci saremo ancora?
Quando l’ho visto, proprio in periodo di pandemia, mi sembrava che raccontasse del presente. Che siano stati i cinesi o meno, ti fa pensare che quello è il meccanismo del mondo, che c’è qualcuno da qualche parte che spesso si dimentica alcuni passaggi elementari.

Intanto giallisti e criminologi sono stati sostituiti dai virologi.
Personalmente non mi spiace, anzi. Poi li chiamiamo virologi, criminologhi o giallisti mettendoli tutti insieme, ma molto spesso in tv ti chiamano a sproposito. Io a volte vengo definito criminologo in modo totalmente erroneo. Sono uno scrittore di gialli, se vuoi un divulgatore di fattacci criminali. Eppure, ormai chiamano chiunque a parlare su qualsiasi cosa. Probabilmente è successo anche con la categoria dei virologi, con qualcuno che se ne intendeva davvero e altri no.

Chi non vive un momento facile è la categoria della magistratura. Che effetto ti hanno fatto le rivelazioni sulle “correnti” di Luca Palamara? 
Mi ha stupito, ma fino a un certo punto. Con tutta la fiducia spontanea e anche dovuta nei confronti della magistratura, che va protetta, è vero che la giustizia da quando è nata la nostra Repubblica ha avuto delle crepe. Come è vero che, chi non voleva l’Italia come è uscita dopo la guerra, ci si è infilato dentro. Ma non c’è ragione perché la giustizia sia diversa dall’amministrazione, dalla finanza o dalla politica. Abbiamo parlato tanto del “porto delle nebbie” di Roma negli anni ’70, non vedo perché non ci dovrebbe essere ancora adesso. Certi meccanismi li abbiamo raccontati in tanti libri gialli e la realtà ce li ripropone. Forse dovremmo solo guardarli con gli occhi giusti, ma non per sfruttare certi scandali per azzerare tutto.

Dalle correnti alle logge, come quella Ungheria di cui ha parlato l’avvocato Piero Amara. Sembra esserci tanto da guardare nell’ambito della giustizia. 
I veleni tra magistrati lasciano sbigottiti. In Italia ti trovi spesso ad avere a che fare con delle lobby, che poi però non funzionano mai. Non esistono come in altri paesi con certe regole. Quando saltano fuori le chiamiamo logge, come quando chiamiamo faide le guerre di mafia. È una etichetta. Ma le lobby nel campo della giustizia non dovrebbero assolutamente esistere.

C’è poi chi si dice perseguitato dalla giustizia, come per esempio Fabrizio Corona. Per caso ti ha mai incuriosito la sua figura? 
Non mi appassiona molto, pur non avendo niente contro Fabrizio Corona. Però sei hai commesso dei reati non è che puoi pensare di esserne al di sopra. Noi in Italia abbiamo la tendenza a pensarla così. Se è stato condannato e devi stare ai domiciliari non può pensare di fare un’altra cosa. Sull’essere inadatto al carcere, chi può essere adatto? Neanch’io lo sono. Diverso se hai delle patologie e quindi avrai diritto a pene alternative. Ma non ci si può sentire al di sopra della legge. Nel suo caso mi pare che si sia voluta colpire anche una mentalità e un modo essere e di fare.

C’è chi mette a confronto i suoi anni di carcere a quelli per esempio di Giovanni Brusca, il killer della mafia appena liberato, facendo notare la sproporzione tra i diversi reati. 
Va esaminato caso per caso. Corona certo non è un criminale di quel livello. Sicuramente hanno voluto colpire un suo modo di essere, che è quello di sfidare l’autorità giudiziaria. Se devi scontare una pena non puoi farti fotografare da un’altra pare. È come dire alla legge “io sono superiore”. E allora vieni colpito. Non ha commesso reati gravi, ma capisco che ti possano condannare. Su Giovanni Brusca è necessario un ragionamento più profondo. Non ti puoi stupire se è stato liberato. A me non piace, sia chiaro. È uno che se gli chiedono quanti delitti ha compiuto non si ricorda neanche più, che siano centro o duecento. Uno così non dovrebbe più esistere nella società civile. Però abbiamo una legge, per cui invece di stupirci dovremmo ragionare su quella legge.

Non hai mai nascosto di avere una cultura di sinistra, ma una cultura di destra esiste? Te lo chiedo perché fece molto discutere la battuta di Andrea Scanzi quando disse «non avete un intellettuale da trecento anni». 
Sicuramente esiste, solo che finora la politica di destra ci ha abituato che quando ha la possibilità di promuovere i suoi intellettuali ha promosso cose spaventose. Negli anni ’60-’70-’80, quando sono cresciuto io, a sinistra c’era la possibilità di pescare in un bacino più ampio. Faccio un esempio. Dopo uno dei primi governi Berlusconi, vennero sdoganati una serie di personaggi che prima non potevano neanche essere nominati, a torto o a ragione. Si arriva al Salone del libro di Parigi e i primi che vengono proposti dal governo sono talmente sconosciuti, figli di non si sa chi o impresentabili che gli organizzatori rispondono: «No, scusate, portateci qualcun altro». Allora mischiano tutto e chiamano anche altri, tra cui il sottoscritto. Ma perché scegliere figure così assurde? Esiste una cultura di destra, ma molte volte non è quella che viene proposta dalla destra.

Qualche giorno fa un altro festival come quello di Todi è finito al centro delle polemiche perché accusato di nostalgie neofasciste. Gli intellettuali invitati hanno risposto, più o meno, che non si sono chiesti chi li invitava ma che erano stati chiamati a presentare i loro libri. Tu avresti accettato l’invito?
Non avrei accettato. Capisco che si faccia questo errore, cioè di essere invitati e considerare il festival solo per il tuo evento, o di pensare di incontrare un altro scrittore come te. È sbagliato, perché dovremmo essere coerenti in tutto. Se vado a un festival di destra ci vado per confrontarmi, ma non andrei soltanto ospite a un festival revisionista o negazionista. Mi spiace, tenetevelo voi.

Un festival dove nell’intervento gli organizzatori hanno dichiarato: “Già tante volte abbiamo letto di questa fantomatica ‘Costituzione fondata sull’antifascismo’, che esiste soltanto nelle menti degli antifascisti”.
Se parliamo di Costituzione posso decidere di venire a fare il combattente, ma se sono lì presentato e devo dire che non sapevo che fosse così non va bene. Dobbiamo starci più attenti.

Per non parlare dell’ingerenza politica al Festival di Ravello del presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che ha portato all’esclusione di Roberto Saviano e alle dimissioni dalla presidenza di Antonio Scurati. 
Ecco, appunto. L’unica possibilità che ha l’intellettuale per fare qualcosa di concreto è dire di no. È quindi necessario informarsi meglio e poi pacatamente rispondere: preferirei non venire, grazie.

E intanto chi dice “no” è il Vaticano sul Ddl Zan perché violerebbe il Concordato. È così pericoloso da portare la Chiesa a intervenire su una legge italiana per la prima volta in modo così diretto?
Questo stupisce davvero e ti viene da pensare il perché. Di solito la Chiesa si arrabbia per cose all’apparenza più importanti, come mai proprio questo gli dà così fastidio? Anche qui, bisognerebbe analizzare meglio. Quando si parla della Chiesa non si parla di una realtà sempre coerente, ma di uno Stato con tante sfaccettature. Mi sembra però un atteggiamento che non dovrebbe avere verso lo Stato italiano. Anche perché non è una discussione per il Vaticano, ma ritiene quel Ddl proprio fuorilegge. Se questo è il Concordato, allora ripensiamolo.

Intanto il noir mi sembra l’unica certezza in Italia. Un genere che ormai è stato più che sdoganato. 
Eh sì, è in uno stato di salute davvero ottimo. Siamo in tanti, copriamo uno spettro amplissimo che va dalla letteratura più commerciale e popolare dove abbiamo scrittori che, se vuoi, ti dimentichi il giorno dopo, ma per quel giorno ti sono piaciuti, fino a scrittoroni pesantissimi che ti raccontano il senso della vita. È il romanzo popolare di questi anni, nella sua accezione più positiva.

Un consiglio di lettura?
È una di quelle domande che mi mandano in blocco il cervello. Ne avrei tanti, però punto su Piergiorgio Pulixi, con il quale ho avuto un bel dialogo qui al MystFest. Nei suoi libri, come l’ultimo Colpo al cuore (Rizzoli), ti fa veramente pensare. 

Nel frattempo, attendiamo di conoscere chi sarà il prossimo vincitore del Premio Strega, dopo le solite polemiche che lo hanno accompagnato. Tu ci hai mai fatto un pensiero? 
In Italia abbiamo diversi premi. Come quelli che non valgono niente, dove è capitato anche a me di partecipare e sentirmi dire “bello il tuo romanzo, ma deve vincere quell’altro perché è più utile” e vabbè. Poi ci sono altri premi più piccoli, ma veramente gratificanti. Per noi giallisti è il Premio Fedeli, che viene assegnato da una giuria di lettori tutti appartenenti alle forze dell’ordine. Per noi quello è bellissimo. Altri, appartengono alla élite come lo Strega o il Campiello. Mi piacerebbe anche partecipare, ma non ci ho mai pensato. I giallisti di solito non ci vanno o se ci vanno non hanno scritto un giallo. Mi sarebbe piaciuto essere allo Strega con “L’Ottava vibrazione”, secondo me poteva avere senso anche in quel contesto. Non ci è andato, chi se ne frega. Noi ne abbiamo altri come il MystFest e lo Scerbanenco.

L’ultima volta mi hai detto che sotto la doccia cantavi Bella ciao, che aveva sostituito l’Internazionale di Franco Fortini. È sempre quella o è cambiata? 
Purtroppo, ora canto le canzoni del momento, qualche tormentone e non canzoni connotate politicamente. Un pezzo che mi è rimasto in testa ultimamente è Mai dire mai di Willie Peyote.

Ma saresti d’accordo alla proposta arrivata in Parlamento di istituire Bella ciao come l’inno ufficiale del 25 aprile? 
Sì, certo e ti spiego il perché. Prima di tutto è un inno patriottico, che allora veniva cantato dai partigiani che hanno fatto la Resistenza che erano formati dai monarchici fino agli anarchici e fra i tanti anche i comunisti. È un canto di libertà. Ma c’è un altro motivo, che ho vissuto come esperienza. Accompagnavo gli studenti di Modena al Viaggio della Memoria e, come ogni volta, alla fine c’era una band che eseguiva quel brano. Una sera, in particolare, dentro al locale dove eravamo ospitati cantavano Bella ciao, ma all’esterno un gruppetto di ragazzi si era organizzato per cantare Fratelli d’Italia. Ci siamo stupiti, così nel viaggio di ritorno li abbiamo riuniti per discuterne. Quelli che hanno cantato Fratelli d’Italia, che non si sono detti di destra ma sicuramente non di sinistra, hanno detto che per un viaggio come quello che avrebbe dovuto unire tutti gli sembrava più adatto e che l’hanno scelto per timore che se ne appropriassero quelli di sinistra. Ma sono entrambi canti patriottici di libertà, io per esempio avrei cantato indistintamente entrambi senza problemi.

E rispetto all’ultimo dialogo che abbiamo avuto dov’è finita la “emergenza migranti” che allora riempiva le pagine dei giornali 
Prima della pandemia l’accoglienza faceva vincere le elezioni. Io ho sempre pensato fosse un falso problema. Ho visto ultimamente come lavora un centro di volontari di Bologna che può contare su un corridoio umanitario grazie a un accordo del ministero dell’Interno. I migranti vengono selezionati in un numero ben preciso, portati in Italia, qui hanno i documenti quasi subito, imparano la nostra lingua, gli viene fornito un instradamento e poi fanno quello che gli pare. Questa cosa funziona. Ecco, la pandemia ci ha fatto dimenticare il problema e non sarà così facile tornare a far paura alla gente con quello che chiede l’elemosina davanti al supermercato. Molte questioni rimangono aperte, ma è probabile che le affronteremo in modo meno terrorizzante.

Qualcosa è cambiato anche in te in modo evidente. Prima ti eri fatto crescere una barba enorme e adesso l’hai molto ridotta. C’entra sempre la pandemia?  
Mi ero fatto crescere la barba da hipster, anche solo per riprovare la soddisfazione dopo 30 anni di portare in tasca un pettine. Per uno che non ha più i capelli da tempo… Poi durante il lockdown non sono più riuscito ad andare dal barbiere, così quando è stato possibile mi è tornata la voglia di andarci. Segue anche lei le stagioni della vita.