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Bill Gates: «Non capisco, perché dovrei voler microchippare la gente?»

Abbiamo parlato con il fondatore di Microsoft del suo nuovo libro, "How to Avoid a Climate Disaster", di quanto è serio il problema del cambiamento climatico e del perchè certa gente crede alle teorie del complotto su di lui

Getty Images/Getty Images for All In WA

Il titolo del nuovo libro di Bill Gates – How to Avoid a Climate Disaster — è molto in linea col personaggio. Dopotutto Gates è un ingegnere, un uomo che vede un problema e subito si chiede come risolverlo. Il suo mondo è razionale, logico e profondamente ottimista. Se un problema si può risolvere bisogna solo mettersi lì e trovare il modo migliore per farlo. 

Nel libro, Gates si occupa del problema principale dei nostri tempi: la crisi climatica. La osserva non dal punto di vista politico o morale, ma come un meccanico osserva un’auto in panne sul ciglio della strada o un medico osserva un paziente. Dice subito chiaramente quale dovrebbe essere lo scopo finale: eliminare le emissioni di CO2 entro il 2050, che è considerato l’obiettivo da raggiungere per mantenere abitabile il pianeta – e analizza come arrivarci. In ogni capitolo esamina i pro e i contro di varie soluzioni e dice la sua opinione sul modo migliore per raggiungere l’obiettivo. Nel mentre, racconta le sue esperienze nei Paesi in via di sviluppo, dove si svolge gran parte della sua attività filantropica. Sulle cause della deforestazione, per esempio, scrive: “La gente taglia gli alberi non perché sia cattiva; lo fa perché gli incentivi a tagliare gli alberi sono più grandi di quelli a non farlo”. Spesso Gates viene criticato perché si affida troppo a soluzioni tecnologiche per quello che in fondo è un problema molto umano. Ma del resto parliamo dell’uomo che ci ha dato la rivoluzione informatica.

In questa intervista, Gates ci ha parlato di un sacco di cose – comprese le teorie del complotto che lo riguardano. 

Congratulazioni per il libro. Com’è stata per te quest’esperienza? Cosa ti ha soddisfatto dell’accoglienza che il libro ha ricevuto, e cosa ti ha sorpreso?
Be’, il clima è un argomento molto complesso, e persino le persone che ci lavorano non ne capiscono tutti gli aspetti. Quindi a volte ho pensato di aver semplificato troppo le cose. Ma poi ho pensato a cosa avrebbe detto Warren Buffett leggendolo – lui è un po’ il mio pubblico tipo, una persona che non legge libri sul tema ma che è intelligente e curiosa. Quindi ho anche cercato di semplificare. In ogni caso è stato un processo divertente: ho finito il libro nel 2019 e sarebbe dovuto uscire l’anno scorso, ma quando è arrivata la pandemia abbiamo dovuto rimandare. Però in un certo senso mi sembra che sia un libro uscito al momento giusto, perché sia Biden che l’Unione Europea hanno messo il clima tra le loro priorità. Tutte le rencensioni sono state positive, tranne una.

Quella sul New York Times. Come hai risposto a quella recensione, che secondo me era un po’ critica per tutta l’enfasi che dai al cambiamento tecnologico rispetto al cambiamento politico?
Se leggi il libro vedi che io parlo solo, ad esempio, di elettricità, ma dico anche che solo parlare di elettricità non risolverà il problema. McKibben, l’autore della recensione, vive in questo loop temporale in cui per lui il cambiamento climatico è tutto colpa di alcuni imprenditori cattivi che non vogliono ammettere che l’energia solare è meglio, e pensa di essere il profeta che sta diffondendo la buona novella.

Ok, facciamo un passo indietro per le persone che non hanno ancora letto il libro e spieghiamo un po’ qual è la tua tesi centrale.

Allora. Se non credi nel cambiamento climatico, questo libro non ti convincerà che esiste. È un libro per chi pensa che sia un problema molto importante e vuole capirne le basi: “Ok, dove sono le fonti di queste emissioni e quanto è difficile liberarsene?”. Vuol ricordare alle persone che dobbiamo adattarci. Ma parla anche della diversità delle fonti delle emissioni e della possibilità che l’innovazione possa rendere più facile la transizione verde. Per me, il punto importante arriverà nel 2050 quando chiameremo l’India e gli diremo “Ehi, volete passare all’energia verde?” E loro diranno, “Ehi, volete pagarci miliardi di dollari? Perché qui stiamo ancora costruendo case per tutti, fa caldo, abbiamo bisogno dell’aria condizionata, dell’illuminazione. E i nostri semi non crescono più bene come prima”. 

Insomma, il mio punto è che la lotta al cambiamento climatico non si concentra abbastanza su ricerca e sviluppo e giudica le cose troppo sul breve termine. Se giudichi le cose sul breve termine ovviamente cerchi le soluzioni più facili: ridurre il numero di auto, rivedere la produzione di elettricità. Quando i paesi si confrontano sul tema dicono, “io ridurrò le emissioni del 32%”, “io del 33%” ma nessuno parla, per esempio, di cambiare in modo fondamentale il modo in cui produciamo l’acciaio. Nessuno cerca questo tipo di soluzioni. La stessa carbon tax ti incentiva a cercare soluzioni semplici, non a cercarne di complesse. Mentre l’obiettivo di arrivare a emissioni zero è speciale. Non si tratta di ridurre il numero di hamburger che mangiamo o di auto che guidiamo. La nostra responsabilità verso il mondo non è di usare la forza bruta per ottenere una riduzione del 15% delle emissioni, è di cercare nuove soluzioni per ottenere una riduzione del 95%. Tutto il resto fa solo confusione.

Puoi spiegare meglio cosa intendi per “soluzioni complesse”? Parli del “green premium” ossia del differenziale di prezzo tra un sistema a energia pulita e uno a energia sporca, esatto?
Esatto: per ogni attività dobbiamo guardiare il costo energetico attuale e guardare a quanto costerebbe intraprenderla a emissioni zero. Nel libro io uso la cifra di 100 dollari per tonnellata di carbone catturato dall’atmosfera, una tecnologia costosa e ancora non scalabile. Finché non c’è un’alternativa più efficiente, bisogna usare quella. Per cui, contando che ogni anno si emettono 51 miliardi di tonnellate di CO2, il costo sarebbe di 5 bilioni l’anno. Per fortuna, in casi come quello delle auto elettriche, le dimensioni del mercato, gli incentivi, il miglioramento delle batterie e via dicendo fanno sì che nei prossimi 10 o 15 anni le macchine elettriche saranno competitive con quelle a benzina. È un caso in cui il “green premium” arriva a zero, e quindi allora i politici cominciano a dire “mettiamo al bando le macchine a benzina” senza che la gente tiri loro i pomodori. 

Tutto questo è interessante perché molti attivisti climatici sostengono che bisogna pensare non al 2050 ma al 2030, per evitare di cadere nel vuoto radicalismo che ti permette di promettere grandi cose senza fare materialmente granché. Sostengono che bisogna invece concentrarsi sul tagliare del 50% le emissioni ora. E che quello che conta è ciò che facciamo nel breve termine. Tu invece la vedi proprio all’opposto. 
Non capisco, queste persone cosa dicono dell’acciaio? Cosa dicono del cemento? Cosa intendono fare entro il 2030? Io finanzio più aziende che si occupano di cattura della CO2 dall’atmosfera di chiunque altro. Finanzio più aziende che producono batterie di chiunque altro. Non capisco questi discorsi.

Dicono di concentrarsi sul breve termine.
Gli obiettivi sul breve termine fanno parte del mio approccio. Io penso che dovremmo passare alle auto elettriche, farle passare dal 2% del mercato al 100%, penso che ci sia tanto lavoro da fare in quell’ambito. Gli incentivi aiutano. Penso che dovremmo cominciare con le soluzioni semplici, in cui il “green premium” è basso, per sivlupparle su larga scala. L’energia solare, quella eolica e le auto elettriche sono già ora cose che possono diventare di massa. E farle diventare di massa è necessario. Perché poi bisogna capire che se vogliamo usare energie rinnovabili diciamo all’80% allora dobbiamo anche costruire più e più impianti ogni anno, più di quanti non ne abbiamo costruiti finora negli anni in cui ne abbiamo costruiti di più, da qui al 2035. E questo senza contare la rete elettrica. Quindi certo, credo che bisogna spingere al massimo anche su queste cose. 

Ma poi ci sono anche cose a medio termine: pompe di calore elettriche, le centrali eoliche offshore, la carne artificiale. Servono diversi tipi di incentivi per far sì che queste cose si sviluppino in scala in modo da diventare di massa. E poi ci sono anche le cose a lungo termine, alle prime fasi del loro sviluppo, come la cattura diretta della CO2 dall’atmosfera, la produzione di acciaio e cemento, il combustibile degli aerei, gli aerei a idrogeno. E tutte queste cose sono ancora a uno stadio di ricerca e sviluppo. Ma la metrica da usare per valutare se riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi entro il 2050 è il “green premium”, appunto.

Ma il libro parla anche di altro. Molte persone non saranno felici di sentire ad esempio la tua pregisione sul fatto che gli hamburger come li conosciamo finiranno per scomparire in favore della carne sintetica.
Sai, ho finanziato tante aziende del settore che sono molto promettenti. Metti da parte il cambiamento climatico, si tratta di concorrenza: se qualcuno è in grado di creare una carne che ha un sapore altrettanto buono ma un prezzo inferiore, perché no? Bisogna davvero ammazzare una mucca? È bene che chi pensa che la mucca sia essenziale abbia cominciato a interrogarsi su come ridurre le emissioni cambiandole la dieta o catturando il metano che prouce. E non bisognerebbe mai scommettere contro il mezzo di produzione dominante, anche perché il settore agricolo riesce a essere molto competitivo in termini di biocarburanti. Ma alla fine, potrebbe benissimo esserci una situazione in cui si mangia carne vera e la carne sintetica, mettendole in competizione tra loro. E alla fine arrivare a un punto in cui la ricerca e sviluppo è talmente avanti che non vedi più la differenza, ma la carne sintetica è molto più conveniente da produrre. I prodotti di alcune delle aziende che finanzio sono già così, non riesci a sentire la differenza. Ma d’altro canto io non sono uno chef, non sono un esperto di carne, non scrivo libri di cucina.

Tu lavori da tanti anni sulle malattie e la salute pubblica, ad esempio hai fatto diversi progetti contro la malaria in Africa. Per questo mi ha sorpreso il fatto che nel tuo libro non si parli tanto del modo in cui i cambiamenti climatici influenzeranno la diffusione delle malattie e dei loro vettori. Ci sono un sacco di studi sul fatto che la diffusione della malaria in Africa cambierà, per esempio, e che la diffusione di altre malattie portate da insetti dipenda dalla temperatura. Come la pensi al riguardo?
Be’, dobbiamo fare attenzione quando motiviamo le persone a credere al cambiamento climatico e attenerci a cose che sono prevalentemente vere. Uno pensa che dato che è una cosa importante si possa esagerare un po’. Che a una conferenza sul clima si possa portare, per dire, un bambino che ha perso la casa in un uragano e dire, “Vedete, dobbiamo fermare gli uragani. Se facciamo questa cosa per il clima non ci saranno più uragani”. Io penso che non funzioni così.

Sì, il cambiamento climatico causa uragani più intensi. Ma ci sono altre cose su cui siamo meno sicuri. Ad esempio c’è il fatto che più la terra diventa secca meno zanzare ci sono. Cosa succede? Le città in Africa che sono state costruite a certe altitudini dove le zanzare non potevano arrivare adesso diventano aree malariche. I pattern di diffusione della malattia cambiano. E viene da pensare che il problema si sta affravando. Ma in generale, anche a causa della deforestazione, il numero di zanzare al mondo si riduce. Dire, “oddio il mondo sarà un posto peggiore in fatto di malaria” non è la mia strategia, la mia strategia è capire come fare per eliminare la malaria. E credimi, il piano per arrivarci è molto più chiaro – in fatto di fonti di finanziamento, cosa fare e quando farlo – di quelli per ridurre le emissioni. La malaria non sono solo i morti. La malaria è una cosa che pesa tantissimo sulla salute delle persone nelle aree in cui è endemica.

Già che parliamo di malattie e viviamo negli anni del Covid, devo chiedertelo: come ti senti ad essere al centro di tutte queste teorie complottiste? C’è gente che sostiene che hai creato il Covid per creare i vaccini per iniettare microchip per controllare la mente delle persone. 
Fa un po’ paura più che altro perché potrei subire qualche tipo di aggressione. Ma perché dovrei voler microchippare la gente? Non capisco, davvero. Quindi la prima volta ci rido sopra. Ma poi vedo che queste cose hanno un impatto, che spingono le persone a non vaccinarsi o a non mettersi la mascherina o le fanno andare in direzioni sbagliate per quanto riguarda il risolvere questi problemi, gli fanno pensare che ci sia una persona malvagia responsabile di tutto e che basti liberarsene per liberarsi anche dei problemi. E durante una pandemia, l’unica spiegazione che trovo per cui le persone possono credere a una roba del genere è che siano tanto, tanto stressate. È una cosa orribile dopotutto. E che stiano cercando una spiegazione semplice. Che per qualche ragione sia colpa mia. 

La cosa triste è che i vaccini sono una storia di successo. I vaccini Gavi contro la diarrea e la polmonite, poco costosi e accessibili, sono responsabili di una riduzione record della mortalità infantile. Siamo passati da 10 milioni di morti l’anno a 5 milioni di morti l’anno perché questi vaccini funzionano. La storia dei vaccini è positiva ed eccitante. Perché tutto questo non è  più interessante della versione che ne danno loro, secondo cui ci sono uomini malvagi che usano i vaccini per il controllo mentale o roba del genere?

E poi c’è un’altra dimensione. Ci sono cose come il negazionismo dell’Olocausto che sono sbagliate punto, e che i social network non dovrebbero tollerare. Sui vaccini la linea è più sottile: se dici che i vaccini fanno male è falso, ma se chiedi di parlare di quanto siano convincenti i dati sulla loro sicurezza e di quanto siano rari gli effetti collaterali quella è una preoccupazione assolutamente legittima. Ciò su cui lavoro io tutti i giorni è assicurarmi che alla fine il bilancio sia il più possibile in positivo. E ovviamente bisogna dibattere i dati per tutte le diverse categorie: ad esempio, per le donne incinte, i dati sono buoni? Il vaccino funziona? La decisione finale è del regolatore, ma bisogna dibattere e presentargli tutte le informazioni meglio possibile. Purtroppo non credo di poter far nulla, invece, contro le teorie del complotto.

Per chiudere, Bill, il titolo del tuo libro è How to Avoid a Climate Disaster. Cosa vuol dire per te “disastro climatico”? Oggi è comune sentire parlare della crisi climatica come di una crisi esistenziale. L’altro giorno, John Kerry ha detto di fronte all’ONU che se non cominciamo a ridurre velocemente le emissioni siamo destinati al suicidio. Quanto è grave la situazione?

Be’, gli effetti negativi si accumulano nel tempo. Quindi se continuiamo a buttare CO2 nell’atmosfera il risultato è l’aumento delle temperature e la morte degli ecosistemi naturali. L’aumento dei livelli dei mari sarebbe enorme. Non saremmo più in grado di vivere all’equatore. E quindi come esseri umani se vogliamo sopravvivere nel numero che siamo oggi dobbiamo impedire che le temperature salgano troppo. Ma la domanda andrebbe riformulata: quanto è grave la situazione in un particolare momento? I coralli sono probabilmente già morti. La maggior parte delle spiagge sono andate. Gli incendi boschivi, la desertificazione. Per dire, sarebbe bene che il sud dell’India rimanesse abitabile e adatta all’agricoltura. Altrimenti ci aspetta il genere di migrazione che causa i conflitti e che è cento volte peggio di quella che ha interessato l’Europa durante la guerra civile siriana. 

Quindi, nel senso, dimmi tu quanto sarà grave la situazione e io ti dico quando diventerà così se il fenomeno prosegue senza riduzioni. Poi, il pianeta comunque è abbastanza robusto e chi vive da solo nel nord del Canada, per esempio, potrebbe sopravvivere senza grandi problemi. Gli animali potrebbero morire, ma magari quella zona potrebbe rimanere abitabile. Ma sì, la situazione è grave. Molto grave. E il modo in cui farlo capire è importante – non possiamo continuare con esempi che riguardano il futuro lontano. Sai perché la gente si sta interessando di più al tema oggi? È perché è più colta a livello scientifico? O è perché la probabilità di eventi climatici estremi è grandemente aumentata? C’è bisogno che le nuove generazioni si interessino tanto di questo tema così che rimanga una priorità politica importante nei paesi ricchi per i prossimi 30 anni. Questo è l’ingrediente segreto. Se il 30% dei giovani sarà come Greta Thunberg e sarà disposto a spendere il suo tempo per questa causa, allora verrà presa abbastanza sul serio, come una guerra o una pandemia. Già adesso i numeri sono peggio della pandemia. Intendo il tasso di mortalità, che va ben oltre l’emergenza sanitaria e aumenta ogni anno. E non c’è un vaccino per uscirne.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US