Beppe Viola è stato ‘Mai dire gol’ quindici anni prima di ‘Mai dire gol’ | Rolling Stone Italia
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Beppe Viola è stato ‘Mai dire gol’ quindici anni prima di ‘Mai dire gol’

La musica, i racconti, i libri, l'umorismo raffinatissimo, l'indimenticabile "ufficio facce": un ritratto del giornalista RAI che ha cambiato il racconto dello sport (e non solo), a quarant'anni dalla scomparsa

Sembrava una domenica come tutte le altre, il 17 ottobre di quarant’anni fa. A San Siro Inter e Napoli avevano pareggiato per 2-2, gol di Oriali e Spillo Altobelli da una parte e di Criscimanni e Marino dall’altra. Quella domenica si portò via Beppe Viola, colpito da un ictus nella sede Rai di Milano, dove si trovava per preparare il suo servizio sulla partita. Se ne andavano insieme un ottimo giornalista sportivo, un grande umorista, un autore di canzoni indimenticabili e molte altre cose ancora, che abbiamo cercato di riassumere qui sotto nelle dieci tappe di un ideale “Giro di Viola”. Una persona «orgogliosamente poco seria, ma intelligente» racconta la figlia Marina, ricordando un papà «morto a 42 anni dopo aver fatto di tutto per non diventare adulto. Uno che aveva trasformato la sfortuna, la perdita, l’arrabbiatura in personaggi chiave delle sue storie».

«È morto Giuseppe – Pepinoeu – Viola», scrisse all’indomani Gianni Brera su Repubblica. «Aveva 42 anni! Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli».

La Rai

Il mestiere ufficiale di Beppe Viola era quello di giornalista Rai. Con la tv di Stato aveva iniziato a collaborare nel 1961, raccontava, «dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”». Qualche anno più tardi, all’esame per diventare professionista si era trovato davanti Enzo Biagi che gli aveva domandato: «Fanfani nello schieramento Dc sta a destra o a sinistra?» «Dipende dai giorni» aveva risposto Viola. I commissari avevano sorriso decidendo che poteva bastare. Alla Rai, Viola non fece una grande carriera. Chissà se una vita più lunga avrebbe aiutato. Mica tanto, a giudicare dalla sua “lettera al direttore” datata 3 gennaio 1979: «Nel corso di questi anni, qualcuno colla q maiuscola mi fa capire che con una tessera potrei risollevare le sorti. Grazie, non mi interessa. Ho provato, a suo tempo, iscrivendomi al Psi: un anno o due mi sono bastati per capire che non ero fatto per il genere. Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo». Eppure le cose erano iniziate sotto una buona stella. Il 22 maggio 1963 Milan e Benfica si disputano a Wembley la finale di Coppa dei Campioni. Il collegamento con Londra salta e non si sente più la voce di Nicolò Carosio, storico telecronista Rai. Dallo studio prende in mano la situazione il ventiquattrenne Beppe Viola, doppiamente emozionato perché milanista. Al termine della partita festeggerà la vittoria dei rossoneri e il proprio battesimo del fuoco

Il giornalismo

Il Beppe Viola giornalista non era solo umorismo, curiosità e competenza. Stare con lui era una vera e propria scuola del mestiere, come racconta Giorgio Terruzzi, ragazzo di bottega a Magazine, l’agenzia giornalistica che Viola si era inventato perché evidentemente le parole “ozio” e “relax” non facevano parte del suo vocabolario. «Andava in bestia se ascoltava “la palla fa la barba al palo… il ginocchio in disordine…”. Beppe dava le multe a chi scriveva “sfrecciano”. Lire cinquemila, prego. “Ma te quando parli dici ‘sfrecciano’? Hai vent’anni, scrivi per come pensi, per come sei”». Senza mai scordare che si scrive per chi legge: «Le prime e le ultime tre righe: fondamentali. Servono per tirar dentro chi legge e per lasciarlo andare con l’idea di aver visto la Madonna». 

Il calcio

Beppe Viola è stato Mai dire gol quindici anni prima di Mai dire gol, in un periodo in cui il proverbio “Scherza coi fanti e lascia stare i santi” andava rigorosamente applicato anche al calcio. Dopo un derby di Milano particolarmente noioso mandò in onda alla Domenica sportiva, la messa cantata del calcio italiano, un servizio su un vecchio derby decisamente più divertente. Non valeva la pena di mostrare agli spettatori le immagini di quello che si era giocato nel pomeriggio e che, parole sue, era stato “un derbycidio”. Il suo pezzo più memorabile rimane forse l’intervista a Gianni Rivera fatta a bordo di un tram, con la strade che si vedono attraverso i finestrini e le inquadrature del conducente. Meta finale: San Siro. Come se un giornalista romano avesse intervistato Francesco Totti a bordo di un vagone della Metro A.

Milano

La Milano di Beppe Viola era tanti posti. San Siro e la sede Rai di corso Sempione, il bar di via Sismondi angolo Lomellina, dove giocava a carte, e la sede di Magazine in un appartamento uso ufficio di via Arbe, dove c’era anche la cucina. Ma soprattutto, è ancora Terruzzi a raccontare, il “Triangolo delle Bermude”: «Ippodromo trotto, dove spariva il grano; Derby Club, dove spariva di tutto; Bar Gattullo, dove sparivano i bignè».

L’ufficio facce

Proprio il Bar Gattullo, a porta Lodovica, era la sede principale dell’ufficio facce. Composto da personaggi eterogenei e variabili tra cui Viola, Enzo Jannacci, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio e un giovane Diego Abatantuono. Seduti al tavolino, ben nutriti dalle delizie del signor Domenico, catalogavano le facce che passavano sul marciapiede. Con cinismo ma senza vera cattiveria, con un pizzico di Lombroso ma soprattutto tanto gusto per la presa per il culo. In quel mondo, “ufficio facce” è diventato un modo di dire, addirittura il titolo di una canzone di Cochi e Renato

La musica

Amici da quando avevano quattro anni, Beppe Viola ed Enzo Jannacci hanno scritto insieme diverse canzoni memorabili. Basti pensare a un album come Quelli che… (1975), quello di Vincenzina e la fabbrica e della title-track. Brani scritti entrambi assieme ma accreditati al solo Jannacci. La storia di questi mancati crediti è stata spiegata da Marina, una delle quattro figlie di Viola, sul suo blog. Assunto alla Rai, non poteva firmare niente che non fosse proprietà dell’emittente, ma questa vicenda gli provocò più di un’amarezza, anche nel rapporto con il vecchio amico.

Il cinema

Vincenzina e la fabbrica è un capolavoro che fa parte della colonna sonora di un bellissimo film come Romanzo popolare (1974) di Mario Monicelli, una delle incursioni di Beppe Viola nel mondo del cinema. La sceneggiatura originale fu ambientata a Roma da Age e Scarpelli e successivamente trasferita a Milano, dove un sindacalista interpretato da Ugo Tognazzi vive con la sua giovanissima moglie (Ornella Muti). Motivo per cui Jannacci e Viola furono ingaggiati per adattare i dialoghi al linguaggio quotidiano del capoluogo lombardo. Due anni più tardi i due scrissero anche i dialoghi di Cattivi pensieri, diretto da Ugo Tognazzi e da lui stesso interpretato assieme a una sfolgorante Edwige Fenech.


I racconti

Dovunque è passato, Beppe Viola ha sparso umorismo. Anche in luoghi non canonici, come abbiamo visto. Ma se si cerca il canone allora bisogna leggere i suoi racconti. I migliori sono stati raccolti in Quelli che… (Baldini+Castoldi) uscito lo scorso anno in una nuova edizione. «Molti di questi racconti sono delle pillole di vita sua e nostra, intesa come famiglia Viola» scrive la figlia Marina nella prefazione. «Narrano un mondo in cui mi ci riconosco eccome. Li leggo e mi sembra di rivedere delle fotografie, lui che a far le foto era un cane, ma che era un maestro a descriverle come se raccontasse la trama di un film». E il personaggio di un film sembra, per esempio, l’innamorato protagonista del racconto Il baschetto. «Fa il tifoso per l’Inter e, ancor peggio, vorrebbe rilasciare dichiarazioni d’amore il più possibile originali. Ha un sesto senso con le donne, uno di troppo. Infatti loro non lo filano neanche una volta nella vita perché lui, il ragazzo, non possiede alcun requisito che ne possa dilatare la personalità al punto da sembrare interessante. Gioca bene al biliardo, questo sì. Ma nella storia dei grandi amori non c’è mai stato posto per la carambola, mi pare, e lui non è certo il tipo da fornire eccezioni».

I libri

Sono almeno altri tre i libri da segnalare fra quelli che raccolgono il meglio del Beppe Viola umorista. In Vite vere compresa la mia (Quodlibet) sono riassunti gli anni della sua rubrica Vite vere, in cui su Linus alternava sketch tratti dalla sua professione di giornalista sportivo a racconti ambientati in una Milano “che non è mai tardi”. Sportivo sarà lei (Quodlibet), invece, raccoglie testi dimenticati o dispersi su calcio, rugby, amicizia, cavalli, donne, assieme a interviste e progetti mai realizzati. L’incompiuter (Bompiani) infine, lo vede al fianco dell’amico Jannacci a costruire una macchina programmata per produrre discorsi a mezz’aria, l’incompiuter del titolo, opera di due fuoriclasse dell’umorismo.

Le battute

Folgoranti, surreali, uniche. «Aveva uno humour naturale e beffardo. Tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. » scrisse ancora Gianni Brera. Con le battute di Beppe Viola ci si potrebbe fare un libro. Qui ci accontentiamo di una, che probabilmente non era nemmeno una battuta: «Sarei disposto ad accettare di avere 37 e 2 per tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di John McEnroe».

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