Beppe Fenoglio, cent’anni dopo | Rolling Stone Italia
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Beppe Fenoglio, cent’anni dopo

C’è chi ne fa uno scrittore di parte, chi un giovane partigiano che per sopravvivere teneva accesa la luce del suo talento. Fenoglio è stato tutto questo

Beppe Fenoglio, cent’anni dopo

Credits: Wikimedia Foundation

Il 1º marzo del 1922 nasceva ad Alba, nelle Langhe, Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano. Queste caratteristiche saranno sempre lì nei suoi occhi e sulla sua penna, che ha riportato su carta idee e immagini, dolori, gioie e malcontenti, vicissitudini umane: la storia di un popolo, di un conflitto perenne, di fratelli che uccidono fratelli, di una guerra civile, di esseri umani e dell’umanità tutta, perché la storia di Fenoglio rimane la storia di tutti noi, ancora oggi, in posti del mondo che ci sembrano lontanissimi ma che sentiamo più vicini che mai.

Non è solo la storia d’Italia, della guerra, dei partigiani: i racconti di Fenoglio appartengono all’uomo, prima che alla terra da dove egli proviene e da dove tutti, prima o poi, siamo destinati a fare ritorno. Lì dove gli uomini, come scrisse lui stesso, «presi di spalle sono tutti uguali». È un centenario che, più che festeggiato, andrebbe riletto e onorato, una storia che fa parte di mille altre storie.

Un centenario che guarda ai venti di guerra in Ucraina, in Europa e nel mondo, a un rifugio verso qualcosa, verso la natura che si trasforma e ti accoglie, alla quale ci si appiglia senza riserve, quasi fosse l’unica salvezza. Verso «un Altrove al quale i partigiani hanno avuto il coraggio di bussare, dentro cui hanno il privilegio di esistere, e dove segretamente si decidono le sorti del mondo», come ha scritto Nicola Lagioia.

Fenoglio è legato in maniera indissolubile a quei paesaggi ancestrali, malinconici e profondi delle Langhe, dove nacque cento anni fa, da padre macellaio, ricordato dallo scrittore come un uomo e un lavoratore colmo di dignità nel libro Un giorno di fuoco. Si iscrisse al ginnasio e poi al liceo e da lì la diede inizio alla sua formazione antifascista, che prese corpo sempre di più grazie a due suoi insegnanti, Leonardo Cocito e Pietro Chiodi – entrambi poi saranno partigiani, il primo impiccato dai nazifascisti e il secondo deportato.

Amante appassionato della letteratura inglese e avido consumatore delle opere di Shakespeare, Joyce, Cristopher Marlowe e Robert Browing, ai quali si accostò dopo aver letto Emilio Cecchi. Gli anni successivi furono quelli delle traduzioni di Cesare Pavese e dell’antologia Americana, curata da Elio Vittorini. Ma l’interesse di Fenoglio per la letteratura e l’uso dell’inglese andò oltre la semplice passione: fu una scelta culturale, una presa di posizione contro la cultura fascista dominante. L’italiano, che da tutti era considerata la lingua madre, per Fenoglio rappresentava un campo ristretto nella visione del mondo e delle cose, quasi un senso di chiusura, mentre l’apertura mentale e culturale, opposta a quella fascista, doveva essere ritrovata nelle pagine degli americani e degli inglesi.

Gli scrittori e i libri angloamericani profumavano di libertà, di cielo e di mare, di terra, della vita sofferente dei contadini unici portatori di verità, e Fenoglio aveva una sola ambizione: narrare la libertà. Una libertà che attraversa il tempo buio della guerra, che portò sulla sua pelle e che alleggerì il pensiero del non ritorno a casa.

Si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Torino, mentre molti dei suoi compagni del Liceo erano già partiti per il fronte. Non riuscì a terminare gli studi, in preda a una balbuzie che lo aveva spesso portato in una condizione deprimente e al carico di delusione profonda che gli trasmetteva l’ambiente universitario italiano. Lui che immaginava di stare ad Oxford e che, di lì a poco tempo, verrà chiamato alle armi a Roma, dove frequentò il corso per allievi ufficiali.

L’altra componente dei suoi scritti è la gioventù: una gioventù strappata dalla vita che si tiene in piedi con il continuo pensiero orrendo della morte, e che però permette in qualche modo di portare in spalla un fucile, di puntarlo, di sparare a un nemico certo della consapevolezza di non averlo scelto. Dopo l’armistizio dell’8 Settembre e la fuga di Pietro Badoglio, contribuì alla liberazione di Alba il 10 Ottobre 1944, durata ben 23 giorni (ne scriverà ogni singola memoria ne I ventitrè giorni di Alba).

Fenoglio è scrittore di intreccio, di sangue e carne, di soldati che vedono nel loro ultimo istante un pezzo di terra e nessun cielo. Dirà Italo Calvino: «fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio; arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».

La guerra così è una questione privata ma non troppo, anzi non solo. Fenoglio vive il dramma del fucile e delle pagine che si riempiono di sangue e morte, ma anche di speranza, di terra e amore. Morirà 40enne, giovane fino alla fine, di quel fumo e quelle sigarette che gli avevano quasi tenuto in maniera ossessiva accesa la speranza. C’è chi ne fa uno scrittore di parte, chi un partigiano scrittore, chi un giovane partigiano che per sopravvivere teneva accesa la luce del suo talento. Fenoglio è stato tutto questo, e forse Calvino si sbaglia perché non è solo un autore della sua generazione: è lo scrittore di tempi fatti di guerra che non accennano a fermarsi.