Aurelio Picca: «Non vivrò ancora per più di dieci anni» | Rolling Stone Italia
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Aurelio Picca: «Non vivrò ancora per più di dieci anni»

Una giornata con lo scrittore nella sua Velletri, scoprendo da dove trae ispirazione per il suo stile unico tra auto, gioielli, case, donne e il cruccio del tempo che passa: "Vivo fra la contemplazione e il piacere più sfrenato"

Foto di Dino Ignani

Per comprendere da dove nasce quella scrittura impetuosa che lo ha reso celebre è necessario uscire dalla Capitale, in auto imboccare l’Appia Nuova e lo svincolo per la via dei Laghi. Alla terza uscita in direzione Ciampino si comincia a intuire qualcosa, quando un grande cartello promozionale annuncia: “Caffè Los Angeles”. Da qui in poi inizia il territorio delle sue scorribande letterarie (e non solo) che ha per epicentro Velletri: “È la mia California”. Stiamo parlando di Aurelio Picca, uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei, accolto in Francia come l’erede di Pasolini per “eccessi, forza e la brutalità di una bellezza malsana che ricordano i film Salò o le 120 giornate di Sodoma” (ha scritto Le Figaro). Sulla copertina del libro tradotto, Arsenale di Roma distrutta, una foto lo ritrae a torso nudo sdraiato a letto mentre punta verso i lettori una Beretta 6,35. La pistola non è un vezzo, ma “un atto d’amore”, come ci spiegherà in seguito. 

Mi attende di fronte al bar La Spiaggetta (“dove fanno il gelato più buono del mondo”) a bordo di una fiammante Lexus 4300 V8 color lapis con interni in acero e mi porta a pranzare al Casale Della Regina, dove tra un tagliolino alla spigola, vongole e telline e una orata alla griglia con patate, il tutto innaffiato da vino bianco dei Castelli, comincia un lungo dialogo che sfocerà diverse ore dopo in confessione. Su come sia riuscito a sviluppare “una voce fuori dal coro”, al perché gli orfani (come lui) abbiano “un’aura più luminosa degli altri” o della svolta letteraria dopo la morte del nonno, “uomo di grande moralità e altrettanta ferocia”, per trovare “una mia legge al posto della sua”. 

Spostandoci, poi, fra le strade in sali e scendi della città attorniata da laghi vulcanici che emanano la memoria di una turbolenza incandescente, passerà in rassegna Houellebecq (“scrivevo di quei temi trent’anni fa”) e non sarà tenero con altri colleghi, esalterà Elisabetta Sgarbi anche se pare gli abbia “soffiato” un Premio Strega, e ci elencherà i molti “vizi” a cui non ha saputo resistere: auto, gioielli, case e in certi periodi “sette fidanzate contemporaneamente e le amavo tutte”. Si definirà “spudorato come i bambini, non come gli adulti” e un “conservatore rivoluzionario” che ha mille rimpianti “proprio perché ho vissuto” e un solo cruccio: “Il tempo che passa mi fa rodere il culo”. A 64 anni si sente un patriarca, “ma senza figli non arriverò ai 90”, che quando ha pensato al suicidio si è ricordato di aver raggiunto quel sogno che aveva da piccolo, per cui, il gesto estremo, “potrebbe soltanto rovinare ciò che ho costruito finora”.

Come nasce lo scrittore Aurelio Picca?
Ho iniziato dalla poesia, quindi mi sono costruito parola per parola. Da ragazzo, alla fine degli anni ’70, nell’ambito di una innocenza e una ingenuità piuttosto movimentate, per non parlare di quelle a livello interiore. Comunque, non sono mai stato uno scrittore generazionale, ma a-generazionale. 

Quali sono stati i tuoi riferimenti culturali?
Tutta la poesia italiana. Leggevo anche gli stranieri, ma non come molti della mia epoca che prendevano quei testi per oro colato, anche perché leggere gli americani tradotti non è come leggerli nella lingua madre. Poi i francesi, a partire da Maupassant, così come gli autori a cavallo tra le due guerre. Il mio riferimento italiano è Ugo Foscolo. Poi tutti quegli scrittori che montano la loro biografia devastata, che va tanto di moda oggi come fa Houellebecq, insieme alla letteratura e allo stile. Lì c’era uno spazio in Italia e non me lo sono detto, l’ho assunto. Come diceva Domenico Rea, il problema che non si affronta mai è quello legato al proprio stile, alla propria lingua, che nasce come sedimentazione di libri letti e dall’esperienza diretta in modo molto lento. 

Come hai trovato il tuo stile?
È tutto un discorso sull’accumulazione, una parola che oggi sembra obsoleta. È tutto un accumulo di gesti. Per lungo tempo sono usciti in Italia una serie di libri che erano frutto evidente di altro, non della propria voce. Per cui avere una propria voce in un coro uniforme, da una parte ha creato la mia unicità, dall’altra mi ha permesso di essere apprezzato dai padri della letteratura. Dalla Neoavanguardia alla tradizione degli anni ’90, come Angelo Guglielmi o Alfredo Giuliani, Geno Pampaloni e Luigi Baldacci, i cosiddetti “puristi”. E nello stesso tempo dagli opposti, ma non per questioni politiche, come Grazia Cherchi che scrisse di me: “È nato il nuovo Henry Miller”. Senza dimenticare i cattolici. Insomma, il calderone della critica, quella cultura acculturata ideologica o post ideologica, mi ha accettato pur guardandomi sempre con sospetto. 

Aldo Nove, anche lui partito dalla poesia, ha raccontato che fu Nanni Balestrini a dargli un consiglio decisivo: “Non andare a capo così vendi di più”. 
Su Aldo Nove ti racconto un aneddoto. L’ho conosciuto nel ‘96 quando era nella “Gioventù Cannibale”. Andai in una trasmissione tv a presentare I mulatti. Indossavo un bel maglione grigio, con i capelli tutti lisciati, ero un figo bestiale. Portavo con me un coltello e quando incontrai Ammaniti glielo puntai: “E tu saresti un cannibale?”. Siamo diventati amici. Dopo alcuni anni, Niccolò a una mia presentazione a Torino raccontò quell’episodio al pubblico. Era presente Aldo Nove, dopo che in Woobinda aveva scritto “quel matto di Picca”. Me la sono legata al dito. Così alla fine gli ho detto: “Vieni un po’ qua, sai chi sono io? Perché sarei matto?”. E lui: “Bè… per come ti poni, i vestiti, i gioielli…il coltello …”. Gli ho detto: “Lo sai perché non ti do due pizze in faccia? Perché sei proprio un poraccio…”. Lui la poesia non sa manco cosa sia. È come il gatto con i sorci, se non si incontrano è meglio.

Hai detto che dopo Giovanni Verga e Domenico Rea ci sei solo tu.

Sui racconti brevi sono micidiale. Ho già iniziato a scrivere Racconti dell’eternità, adesso si sta trasformando in Romanzo dell’eternità. Ogni anno vorrei scrivere un racconto più o meno lungo che è un capitolo di quel romanzo, come se fosse sempre il primo. 

Già sapevi che saresti diventato uno scrittore o te ne sei accorto strada facendo?
Lo sapevo già. Non credo nel destino, però mi piace citarlo. Io sono un ragazzino orfano, mio padre è morto quando aveva 28 anni e io solo 21 mesi. Mia madre diceva sempre che i ragazzini orfani hanno un’aura più luminosa degli altri, come una sorta di ferita che le persone intorno sentono, un po’ come le città ferite. Lei è stata molto importante, ma in maniera ambivalente. Mi prendeva a mi abbandonava. I miei problemi adolescenziali nascono da questo rapporto. Poi è diventata la mia grande confidente. Tornando all’essere orfano, ti mette in una condizione di aristocraticità e nello stesso tempo di fragilità. Alimenta la tua sensibilità, la tua innocenza, però ti espone al mondo e, in giovane età, ai ragazzini cattivi. Da giovane ho dovuto combattere contro questa condizione. 

Hai cercato il successo?
Tutto il mio lavoro è stato per il successo letterario, che alla fine ha legittimato la mia singolarità, ma alcune questioni a livello commerciale non sono state spinte come avrebbero dovuto. Mi accusavano di somigliare esteticamente a Tyrone Power e come stile a Curzio Malaparte. Mi sono portato dietro questi paragoni per anni. Adesso la post ideologia letteraria va recuperando certi scrittori che quando avevo 20 anni erano considerati dei fascisti. Le maglie della rete si sono allargate. Ci sono ancora dei simulacri, dei totem che resistono, ma ormai vedi in giro tutti questi libri pieni di editing, comunicativi, ripensati cinquanta volte e di alcuni vai a rileggere i loro libri dopo 20 anni e mettono paura. Con la distanza qualcuno inizia a dire “forse ci siamo sbagliati”. In epoca di marketing spietato, a furia di rompere i coglioni qualcosa succede, ma sono dei diversivi alla letteratura. 

Lo scorso agosto, dopo che si è tolto la vita Stefano Di Marino, Raul Montanari ha scritto su Facebook: “Lo scrittore non è una persona corazzata contro la vita: se è davvero uno scrittore, è la creatura più indifesa che esista”.  
Mi ci ritrovo in questo pensiero. Intanto i veri scrittori sono sempre pochi. Detto questo, la potenza che li muove è proprio nell’esposizione delle fragilità, nel darsi, come se avessero un elemento femminile superiore, donarsi più che del donare. Io ho un’idea aristocratica dell’arte, che non sia solo comunicativa. 

Qual è la prima immagine che ricordi di Aurelio Picca bambino? 
Crescendo e avvicinandomi alla morte aumenta l’ossessione del tempo, anche se l’avevo fin da piccolo. I primi ricordi partono dalla morte di mio padre. Ne ho tre. Il primo è molto potente, come se ricordassi il suo fantasma. È notte, sono solo nel lettino e mi sveglio perché devo andare in bagno e non trovo nessuno. Dalla toeletta prendo la spazzola d’argento e comincio a bussare sulla porta finché non arriva mia madre che mi trova in lacrime. L’altra, di grande e immensa felicità, quando ho quasi tre anni e mio nonno mi regala un triciclo, una immagine che ho ritrovato anche in Houellebecq. Sono nella sua osteria in mezzo agli uomini dell’epoca, mutilati di guerra, avvinazzati, segnati dalla fame, e io corro sul triciclo mentre loro mi gridano: “Aurelietto… Aurelietto…” e intanto sento intorno a me un amore avvolgente. 

E il terzo ricordo?
Anche questo nessuno in famiglia me l’ha saputo confermare, però forse sono riuscito a trovarne conferma da solo. Mi rivedo in un paesaggio post estivo. Sono in auto, uno di quei vecchi camioncini Ford con il cassone e qualcuno mi ha detto di non uscire. Accanto a me vedo un chiosco degli anni ’50. Di fronte un cielo grigio così come il mare, con un po’ di onde e una spiaggia ferrosa, e un ragazzo che pratica sci nautico. In questo ricordo sento di essere con mio padre. 

Come hai trovato conferme a questo ricordo?
Sentivo che si potesse trattare dell’alto Lazio. Così un po’ di anni fa passai un’estate tutta sulla vecchia Aurelia, da Civitavecchia a Castiglioncello, e finalmente trovai la spiaggia di ghiaia ferrosa. È a Cecina, dove Carlo Cassola ambientò Gisella. Chissà se ci sono stato davvero da bambino, oppure l’ho sognato ritrovandomici in una specie di transfert. 

Hai sempre raccontato di aver avuto una adolescenza turbolenta. Come mai?
A vent’anni potevo già morire perché avevo visto e fatto tutto. Compresi gli abbandoni e le riprese di mia madre. Mi hanno messo a lavorare a 9 anni a 20 avevo provato tutti i mestieri. La vera svolta è arrivata quando ne avevo 19 perché è morto mio nonno. 

Cosa rappresentava per te il nonno?
È stato la mia guida biblica, un patriarca padrone repubblicano-rivoluzionario, nato nel 1907 come Alberto Moravia. Bigamo, violento ma di grande moralità e altrettanta ferocia. La sua scomparsa in casa è stato un cambio della guardia. Quando mi avvertirono che era morto pensai “meno male, così non mi rompe più i coglioni”, pensa l’inconscio cosa può fare… Ero il suo erede predestinato. Ma dopo il terzo giorno ho cominciato a sentirmi solo. Che la terra mi scuoteva. Ancora per un anno ho fatto lo scellerato in giro, poi ho cominciato a maturare l’idea di dover trovare una mia legge, al posto di quella imposta dal nonno. E dovevo trovarla da solo. Un giorno lessi Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo e fu come guardarmi allo specchio. 

Com’è che si passa dalle corse in auto notturne, come hai raccontato delle tue follie giovanili, alla scrittura che invece è una attività sostanzialmente sedentaria. 
Me lo chiedo ancora oggi. Intanto ho cambiato vita, ho mollato l’hashish, in particolare l’afghano e il nepalese che qui in zona eravamo solo in tre ad avere. Ho il mito dell’eroina, però non l’ho mai usata. Poi per 6-7 anni sono stato fuori dal mondo, ho accettato la notte e rinnegato il giorno. Invece di stare nel mondo, ne rimanevo fuori e lo osservavo. Quando ho capito di essere diventato uno scrittore, ho ripreso per un po’ la vita di prima tra belle auto, abiti eleganti e tante donne. Ma da una vita selvaggia senza legge mi sono organizzato una vita con una mia legge capovolgendo tutto. 

E quando scrivevi?
Per anni ho scritto negli alberghi, in macchina, ovunque mi capitasse. Io prendo sempre appunti, scrivo ancora a mano i pensieri fragili, poi li ripasso al computer. Quando ho scritto libri ambientati in altre città che non fossero la mia ho effettivamente abitato in quei luoghi. Non creo i meccanismi da letterato classico con il culo sulla sedia. I miei libri me li sono scritti prima addosso. 

Com’è stato il primo impatto con l’editoria?
All’inizio l’editore Theoria a Roma mi rifiutò. Non cercavo agganci.  Aspettavo. Gli lasciai il dattiloscritto di La schiuma che ci avevo messo 8 anni a scrivere. Dopo un anno che stava lì, mi chiamò Enzo Siciliano: “Ma lei che ne vuole fare di questo libro?”. Lui aveva una collana da Gremese e pubblicai con loro senza chiedere nulla. Poi conobbi Elisabetta Sgarbi che era a Bompiani, la quale mi invitò ad aspettare qualche mese, solo che nel frattempo Giunti di Firenze chiamò Siciliano perché voleva lanciarsi nella narrativa e tramite lui gli passai due libri micidiali. Con I mulatti, che è arrivato molto prima di Houellebecq, già sui quei temi facevo un culo così a tutti, con l’attraversamento del corpo e dell’Italia, un libro del tutto psichedelico che se lo leggessero i ragazzi oggi andrebbero al manicomio. Ero trent’anni in anticipo. 

È già la terza volta che citi Houellebecq.  
Sai quante cose in comune abbiamo? Io sono appena stato tradotto in francese e credo che Elisabetta Sgarbi lo abbia fatto apposta a chiedermi di scrivere di lui per Linus. Tra me Houellebecq ho ritrovato tantissime cose che ci uniscono, dalla globalizzazione al patriarcato, dalla svirilizzazione all’amore puro prima della seduzione che esiste in assoluto e la sessualità virtuale che lo distrugge. Tutte cose che scrivo anch’io da tempo. 

Però il tuo primo successo arriva nel 1998. 
Sì, dopo I mulatti mi dicevo: e adesso cosa posso scrivere di più? Era composto da due viaggi che si intrinsecano, angeli e demoni, il sangue mischiato. È attualissimo. Per quello mi cercò Feltrinelli, ma in ritardo, per cui feci un contratto con Rizzoli per il libro che titolammo Tuttestelle, del ’98. Una autobiografia devastata di un bambino che vive in un palazzo abbandonato, che è anche l’autobiografia dell’Italia. Il paese raccontato attraverso i suoi occhi con la televisione sempre accesa, dagli anni ’60 agli anni ’90, fino al grande funerale di Lady Diana in mondovisione. 

Ti senti già un classico? 
Non credo più nella posterità, anche perché la modernità ne farà man bassa. Le tombe alle quali io ero tato affezionato crolleranno. In tanti hanno bisogno di spazio e arriverà un nuovo di Editto di Saint Cloud come quello di Napoleone. Lui all’epoca lo fece allo scopo di contenere i morti, ma oggi tutti sono per gli inceneritori per avere più spazio. Intanto il successo che volevo da bambino, cioè di diventare un vero scrittore singolare, l’ho ottenuto e nessuno me lo toglie. Ora vorrei aumentare i miei lettori, ma non è un problema mio quanto della casa editrice. 

Stai lanciando dei segnali alla tua casa editrice?
Alla Rizzoli stavo bene, solo che ai tempi c’era Baricco che vendeva l’ira di dio, c’era Enzo Biagi che aveva il suo pubblico televisivo, per cui io ero visto come la mezz’ala che gioca un quarto d’ora con il presidente della squadra che si vanta di avere Picca e poterlo tenere in panchina. Ora si sono allargati gli spazi per cui è il momento di occuparli. 

Negli ultimi anni in molti sono passati alla arrembante Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi. Non avete mai avuto contatti?
Finora avevo un contratto e volevo rispettarlo. Poi chissà cosa succederà, il resto non posso prevederlo. Elisabetta, comunque, è una vera potenza, il più grande editore italiano. Se fossi stato con lei dal ‘97 oggi avrei vinto sette Premi Strega e sarei un autore da 100mila copie a libro. Pensa che nel 2011 fino al venerdì ero il vincitore dello Strega, ma quando lei venne a saperlo in 24 ore fece vincere Edoardo Nesi. Lo rispetto, è un amico, ma solo per far capire quanto conta Elisabetta. 

Il Premio Strega è così controllato dagli editori?
Siamo a livello di combine. 

Eppure, nonostante tutto, come mai attira ancora così tanto gli scrittori?
Qualche giorno fa stavo guardando un documentario su Truman Capote. A un certo punto dicono: “Nell’Arkansas hanno letto due libri nella vita, la Bibbia e A Sangue Freddo”. Ecco perché attira, gli italiani comprano la strenna natalizia e il libro Premio Strega. Anche se vituperato è un must, una istituzione, fa figo averlo in libreria. E spesso vince il libro più brutto. 

Chi lo ha vinto è uno scrittore che è scomparso recentemente e ha raccontato un territorio attiguo al tuo, mi riferisco ad Antonio Pennacchi e alla sua Latina. Avevate rapporti? 
Nell’ultimo periodo abbiamo discusso sul suo ultimo libro La strada del mare. Mi aveva chiamato per chiedermi se potesse inserire un mio ritratto, solo che per quello che ha scritto mi ha fatto dispiacere. Certe volte vado a Latina e tratto quella città come un nosocomio, una piccola Eur un po’ sfatta. Ogni tanto lo beccavo e da quegli incontri mi ha descritto come “lo scrittore di Velletri, con le mani dietro la schiena, petto in fuori, spavaldo” come per dire “guarda che mio nonno qui ci veniva a cacciare”. Mi è sembrato un ritratto fumettistico. 

Certamente fra due caratteri “particolari”, per usare un eufemismo, basta poco per discutere. 
Io non sono uno da mediazioni. Magari quelle importanti di strategia colta e raffinata, sì, ma non di piccolo cabotaggio. Il libro non mi era piaciuto e così se uno non mi piace glielo dico in faccia. Lui mi ha risposto male: “Ma tu non hai studiato tutti i miei libri”. Allora gli ho ricordato che ero preparato quanto lui e che non devo certo imparare dai tuoi libri, alcuni sono veramente illeggibili. E poi l’ho incalzato: ma insomma, cosa vuol dire “fasciocomunista”, ce lo vuoi dire una volta per tutte se sei fascista o comunista? Non ha saputo far altro che mandarmi a quel paese, però… 

Però cosa?
Quando ho saputo che è morto mi è dispiaciuto. Non sono andato al funerale perché vado solo a quello di amici che fanno parte del mio sangue. Considero il funerale la più grande esibizione di mondanità che ci sia e io rifiuto la mondanità. Ma non l’ho mai stimato come scrittore, era troppo costruito. Io sono una persona pulita, ho vissuto in mezzo a gente che mi ha bastonato e l’ho perdonata. Se mi fai del male non mi vendico, però non mi dimentico. Sono ferocemente a metà tra paganesimo e cristianesimo, non a caso sono nato in questo territorio di sincretismo puro, fra il tempio di Diana, il culto di Iside e quello della Madonna. Per due terzi siamo genetica e morfologia. 

Tornando al Premio Strega, nell’ultima edizione con Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani) prima della cinquina eri tra i favoriti secondo i bookmaker. 
L’ultimo libro mi ha massacrato, l’ho scritto tutto abitando sul lago. Quasi trasformandomi nel protagonista Alfredo Braschi. Stavo anche trattando l’acquisto di una Ferrari 412, che non avevo mai avuto, da un ragazzo ebreo torinese. Meno male che non l’ha mollata. Se avesse ceduto di 20mila euro avrei comprato l’ennesima automobile. 

Nel presentarlo hai detto che un tempo artisti e criminali erano molto simili, perché entrambi puntavano all’assoluto. 
I criminali come Laudovino De Sanctis erano gli ultimi eredi della ferocia dei guerrieri dei boschi, che oggi si sono trasformati in imprenditori pavidi che lasciano a poveri aguzzini analfabeti e ignoranti il compito di ammazzare. Quei criminali quando uccidevano erano come le belve o i guerrieri antichi, non soffrivano per la pietà. Era un gesto sacro. In questo senso, il criminale e l’artista si sovrapponevano perché puntavano all’assoluto. Ora la criminalità è diventata imprenditorialità e si mette d’accordo anziché uccidere per continuare a trafficare. 

C’è qualche scrittore che ti ha colpito recentemente? 
Un giovane scrittore che mi piace, perché vedo che ha personalità e ho letto le sue poesie che mi hanno spiazzato. È un ragazzo che vive nascosto tra i boschi, un po’ selvaggio. Si chiama Orso Tosco e ha pubblicato per Minimum Fax. Lui mi ha colpito molto. 

Useresti mai gli asterischi o le schwa come Michela Murgia?
No, anzi, perché non è questione di civiltà, qui si gioca sulla cultura e sulla sua espressione. E l’espressione è la dinamica più visibile del corpo. Se noi rendiamo l’espressione delle parole, che esprimono il corpo, comunicative e interscambiabili, perdiamo la parte animale rispetto al tempo. Diventiamo interscambiabili anche noi. È questo il rischio. Non è una battaglia civile, perché la partita vera della nuova globalizzazione sarà quella di influenzare sempre di più la cultura. Con questa tendenza la cultura prenderà il posto della tv generalista, cioè sarà utile a creare consenso. 

Non sei in linea con il politicamente corretto. 
Negli anni ’60 il corpo era tutto, se uno era frocio era frocio. I neri ancora oggi tra loro si chiamano negri. Ricordo Elsa Morante, alla quale io preferisco Anna Maria Ortese perché più visionaria, che diceva “non chiamatemi poetessa”, altro che quote rosa, “io sono un poeta”. È una cosa pazzesca questa degli asterischi, non ai fini della civiltà, è una battaglia molto più insidiosa. Invece, più la lingua torna paradossalmente asintattica e sporca e più tira fuori la parte indomabile. 

A questo punto immagino che tu sia contrario al Ddl Zan. 
Ma certo, perché crea dei recinti e il sospetto. Immagina chi non ha vissuto certe epoche, come un magistrato che ha 40 anni e che quindi non sa quello che accadeva negli anni ’60-‘70 in cui la fisicità era dominante, come può giudicare certi episodi? Se domani ti dico “frocio mi hai rotto i coglioni”, ma mica per offenderti, cosa fa mi condanna? Per me c’è dietro una grande strategia dove il campo di battaglia è la cultura per creare consenso. Non possiamo far diventare gli omosessuali una specie protetta. Così si crea una competizione di genere e una divisione nella società. 

Prima dicevi di non aver mai avuto una Ferrari. Quante altre auto hai avuto? 
Tutte! Ho imparato a guidare a 12-13 anni con la Giulia Super. Quando c’era il mito della 500 io avevo una Porsche, per cui se me l’avessero proposta gli avrei sputavo in faccia. Dal Maggiolino alla Saab 900 turbo, da Bmw con 350 cavalli alla Z3 M, diverse Porsche cabriolet e varie Maserati e Jaguar. Ho avuto anche un modello preparato solo per me di Mini nel ‘99 con le gomme aperte e sbassate con gli interni in radica, era mostruosa: ai semafori battevo anche le Miura. Solo le Ferrari non ho mai acquistato, stavolta ci sono stato davvero vicino. 

A questo punto mi invita a fare un giro sull’auto che ha oggi, una Lexus 4300 V8 color lapis, “in tinta con l’anello che porto raffigurante Anubi, il dio dei morti” per le strade di Velletri. 

Come mai ora hai quest’auto?
Un giorno scendendo da Palazzo Borghese l’ho vista parcheggiata, sembrava antica e moderna insieme, tutta con gli interni in acero. Mi sono innamorato! Ho chiesto a un amico di trovarmela a Milano e di questo colore ce l’ho solo io in Italia. Mi ero stufato delle Porsche. Adesso non riesco più a venderla e alla fine me la terrò. In fondo il mondo della velocità e dei motori, della macchina come prosecuzione del tuo corpo e della tua virilità è ormai finito. 

Un’altra tua passione sono i vestiti. Quanto pensi di aver speso finora in “vizi”?
Tra abiti, auto, quadri e gioielli credo 5-600mila euro. 

Vista la lista solo delle auto sembra poco. 
Può essere che ne abbia spesi di più. Solo di giubbini di grandi firme originali ho investito una fortuna. Ne ho uno con la croce gotica, ne arrivarono solo due in Italia e lo pagai 5 milioni di Lire perché contiene 700 grammi di argento. Una volta a Milano da Dior un cliente mi ha offerto 10mila euro, ma non ho accettato. Non lo metto mai, però non lo venderò. Di capi del genere ne avrò una ventina. Calcola 5mila euro l’uno… Per non parlare dei gioielli. Solo quelli che indosso, queste tre “cosette”, varranno 20mila euro. Non mi rendo conto neanch’io e forse la cifra è molto al ribasso. 

Di gioielli te ne intendi, tanto da autodefinirti “gemmologo”. 
Non ho il diploma, ho imparato da mia madre fin da bambino quando mi portava a venderli. Poi ho fatto un corso, anche se l’ho seguito poco. Però ho l’occhio. La gente non sa ancora cosa significa taglio brillante o taglio Amsterdam, comprano e non ci capiscono un cazzo. Io amo il diamante, lo zaffiro e le pietre. Da qualche tempo mi piace il diamante giallo, che è molto chic. Il diamante è imbattibile, taglio brillante. 

Oggi chi ostenta di più i gioielli sono i trapper. 
È una anomalia. Io avevo 28-29 anni e già mi vestivo nel negozio a Roma dove andavano Fellini e Mastroianni. Avevo un conto aperto di 12 milioni. Nell’89 ho comprato un cappotto beige che poi ha acquistato anche un altro signore, sai chi era? Goffredo Parise… E giravo pieno d’oro già allora. 

Portare troppo oro non è un po’ coatto?
Ma perché gli italiani sono degli impiastri, in questo gli americani ci battono anche se noi veniamo dall’Impero Romano. Adesso l’hanno sdoganato le serie come Gomorra e i vari trapper. Sembra che io li copi, ma l’ho sempre portato fin da bambino. Come la pistola che è sulla cover francese del libro Arsenale di Roma distrutta, la tenevo con me prima di tutte queste mode. 

Come mai sentivi il bisogno di portare con te una pistola?
Era un gesto d’amore. È una delle poche cose che ho ereditato da mio padre. Quel modello di Beretta calibro 6,35 non esiste più, un’opera d’arte. Da ragazzino a 12 anni me la portavo appresso come fosse la sua ombra. Era un pieno, un segreto e una forza contemporaneamente. Non era da usare, però era eccitante. Solo una volta, quando fecero uno sgarbo a una ragazza, andai una settimana in giro con la pistola carica. Non so se l’avrei usata, ma lo feci. 

Il giro in auto ci conduce a casa sua, appena fuori città e immersa in un giardino di ulivi. Una struttura moderna, con ampie stanze illuminate da grandi vetrate e piena di quadri enormi alle pareti: “Ho commerciato anche in arte, sono arrivato ad avere 50-60 opere di grande valore”. 

Hai una casa molto moderna nell’architettura e nell’arredamento. 
Questa in campagna sì, ma io ho il fascino per le case distrutte. Siccome da bambino ho vissuto in un palazzo semi abbandonato, una casa immensa dove entravano i topi, mi è rimasta la fissazione. Durante il lockdown ho acquistato una palazzina del ‘700, devo rimetterla in ordine e ci farò uno studio. Ho poi un’altra casa sul punto più alto di Velletri, la chiamo “la piccionaia delle reliquie”. Da lì vedo il mare, torreggia i Castelli, con le isole Ponziane e Pontine e il promontorio del Circeo. Non ci vado in estate perché fa caldo, è all’ultimo piano e non ci vogliono mettere l’ascensore. L’ho comprata con un assegno postdatato nell’86, pensa un po’… Avevo delle case di mio nonno che non riuscivo a vendere e poi alla fine ce l’ho fatta e ho trovato i soldi. 

Auto, gioielli, abbigliamento, case, quadri. Scrittore, certo, ma anche commerciante. 
Qualsiasi lavoro avrei fatto nella vita, persino il verduraio, sono convinto che sarei stato miliardario. Perché so vendere tutto. È una dote di famiglia. Mio padre era un commerciante visionario, mia madre idem. Lo abbiamo nel DNA. Devo ammettere che ora compro bene però vendo male, perché mi rompo i coglioni. A un certo punto mi scende la passione ed è come se dovessi staccarmi da una cosa per un’altra. Un po’ di compulsione c’è, ovviamente. 

Esagerato in tutto. 
I quattrini che ho guadagnato e sono stato abile a trovare, se li avessi tenuti, oggi avrei un impero. Ma sono passato dalla castità ad avere sette fidanzate contemporaneamente. Vivo tra la contemplazione e il piacere sfrenato, mai però in comitive e in baraonde. Sono spudorato come i bambini, non come gli adulti. È quello che mi ha salvato. Sono un uomo di contraddizioni e conflitti. Sono anche austero, so vivere con poco. A volte non esco per mesi. Bisogna fare attenzione ai vizi, perché ti schiavizzano. 

È grazie al successo che si possono mantenere 6-7 fidanzate contemporaneamente? 
No, a 30 anni avevo già queste fidanzate contemporaneamente. Ero affascinante, intelligente, con in tasca i quattrini da spendere e le belle auto con cui portarle in giro. Tutto si basava sulla fisicità. Poi la questione si è fatta difficoltosa. Il successo aumenta le possibilità, ma ti cercano persone problematiche. Il narcisismo è aumentato esponenzialmente ed è un disturbo grave. Il narcisista isterico deve soddisfare solo le proprie indicazioni e inclinazioni e non sa stare in relazione, è solo seduttivo. Scopare bene senza avere una relazione è qualcosa che ti distrugge o porta l’altro a fagocitarti. In passato ho avuto una stalker per cinque mesi e dopo che mi ha “ammazzato” ho somatizzato e mi sono fermato un attimo. Ora sono al venti per cento e ho una fidanzata da anni.

Aver avuto così tante fidanzate contemporaneamente dev’essere stato un bell’impegno. 
Quando mi lamento con gli amici, dicono: “Ma che cazzo vuoi, hai 60 anni e fatto qualsiasi cosa”. L’aver avuto più donne contemporaneamente deve avere una origine patriarcale. Ho continuato così per anni e non storielle, veri e propri fidanzamenti seri. Se ci penso adesso non so spiegarmi come ci sono riuscito. Non sono un maschilista, le amavo davvero e con tutte c’era una relazione stabile. Certo, una bella fatica. Poi sono cambiato dopo la morte di mia madre. 

È pomeriggio inoltrato e per concludere l’incontro ci tiene a farmi assaggiare “il gelato più buono del mondo” che, dice, fanno solo al bar La Spiaggetta di Velletri. Effettivamente ne vale la pena: è a metà tra un gelato e una granita sormontato da una enorme spruzzata di panna. 

Politicamente dove ti collochi? 
Mi sono sempre interessato alla politica senza partecipare. Una certa mia eccentricità, quindi non immediata riconoscibilità, è stata definita di destra se non fascista, anche se non c’entro niente con quel mondo. È vero, invece, che mi interesso storicamente al fascismo, non come ideologia, quanto a grande tragedia dell’Italia. Io amo la tragedia, non la commedia. 

Per certi aspetti, però, mi sembri più vicino a un mondo conservatore. 
Vengo da famiglia repubblicana e mazziniana, che sono posizioni anti-ideologiche. Conservatori non come li intendiamo oggi. Ma come Pasolini, io voglio conservare la cultura, la tradizione dei frescanti, i pittori italiani del Medioevo, dei cristiani non clericali. Quindi anche con tendenze anarcoidi. Un mondo dove valeva il merito, la parola data, il lavoro. Più difficile la risoluzione di un problema e meglio era. Con una forte attenzione all’individualità. Sono antropologicamente un conservatore rivoluzionario. Non credo a questo progresso. Mi sento un uomo antico che con vitalità e forza va verso il futuro, non ordinabile rispetto agli asset che il grande potere globale costruisce per dividerci. Non c’è niente da fare, più siamo divisi, più siamo oggetto di consumo, più siamo orchestrabili, più siamo controllabili. Dalla sessualità ai libri. 

Che opinione hai dei politici di oggi?
Fanno parte del grande avanspettacolo di piccolo trasformismo italiano. Il problema è che la vera politica si è interrotta quando sono caduti i grandi blocchi. Tutti gli italiani erano fascisti, anche gli intellettuali, poi quelli che dovevano far funzionare lo Stato sono passati con la Democrazia cristiana, mentre quelli di cultura sono entrati nel Partito comunista. Ma siamo tutti figli di quella stagione lì, che è l’ultima ad aver organizzato l’Italia. Finché c’era una situazione conflittuale del mondo c’è stato un pensiero, in seguito soltanto la vittoria del grande capitale. Sono certo che la vera globalizzazione deve ancora iniziare. 

In che senso?
La stanno organizzando nel post-pandemia. La prima è fallita proprio a causa del virus. Ci dicevano che l’informazione diffusa e l’informatica per tutti ci avrebbe salvato, invece è crollato tutto. In un saggio che sto preparando parlo proprio del fatto che il ‘900 non è stato un secolo breve, ma lungo, interrotto appunto dalla pandemia. Entreremo nella vera globalizzazione soltanto in seguito. Prima solo il 30% aveva una connessione internet veloce, quante scuole erano pronte alla didattica a distanza? È uno scatto del grande capitale: ha fatto un passo indietro per farne cinque avanti. 

Sei contrario al Green Pass?
È un elemento che si aggiunge a ulteriori possibilità di controllo che verranno. Lo interpreto come il primo gradino. Come i cellulari che registrano qualsiasi cosa, ma non in maniera manifesta, persino ciò che diciamo. Il potere ormai utilizza mezzi democratici per avere un controllo su di noi. 

Ti sei vaccinato? 
Io sì, anche se sono mesi che sto sdraiato tutto il girono sul letto a pensare. L’ho fatto senza molte analisi sulla civiltà e sulla malattia. Mi sono informato da un immunologo amico. Io sono come un bambino, che quando il medico gli dice di fare qualcosa non discute. In questo mi sono lasciato trasportare, come quando la mamma ti diceva di mettere la maglia di sotto e io me la sono messa. Non ne avrei avuto bisogno, visto che uscivo solo di notte e non vedevo nessuno, ma sticazzi! 

Come mai hai deciso di rimanere a vivere a Velletri e non ti sei trasferito a Roma?
Perché chi sta a Roma diventa romanocentrico. Qui ho a disposizione un territorio immenso e in venti minuti vado a Roma, al mare, in Ciociaria. È la mia California e Velletri è Los Angeles!

E poi Roma non mi sembra messa benissimo in questo periodo. 
La bellezza di Roma è un set cinematografico in rovina. Vive solo nelle borgate. Prima era fatta di tanti quartieri che erano veri paesi, quella era la grandezza di Roma. Ognuno parlava un suo romanesco, il Belli se lo è inventato. A Testaccio e a Trastevere, che sono vicini, c’erano già delle differenze. Da quando è diventata “Roma Capitale” si è uniformata ed è nato l’imbroglio. Puntando sul turismo e sui fast food le sue vie hanno perso l’anima. È tutto squagliato, sfarinato, incastrato, non c’è più la sfida. Le notti romane erano fantastiche, perché i fantasmi ti guidavano in una città silenziosa, passavi da un posto all’altro in una atmosfera un po’ livida, per strade poco illuminate, era tutta una battaglia. Avevo casa a Roma, ma quando andavo preferivo stare negli alberghi. 

Hai rimpianti?
Sono pieno di rimpianti. Ho coniato una formula per essere in pace con me stesso: un uomo che non ha rimpianti è un uomo che non ha vissuto. Rimpiango la vita austera che ho condotto per attenermi alla disciplina della letteratura che mi ha costretto a vivere di meno. Ho covato l’idea che la scrittura mi avrebbe fatto vivere di più, invece oggi mi accorgo che per ogni libro ho sacrificato una parte della mia esistenza. Un giorno mi dissero: “Sei un patriarca, ma un patriarca solo”. Me l’hanno tirata. Sono un patriarca che guarda alla sua visione. Un patriarca che non ha fatto figli, pur avendone concepiti alcuni che a volte sono stati mandati al macero, ma non per colpa mia. 

Ti manca non aver avuto figli? 
È una proiezione che mi torna. In una parte del mio destino mi vedevo con molti figli, come un vero patriarca. Se avessi sfondato quella resistenza sono convinto che ancora oggi avrei una grande energia per poter arrivare fino a 90 anni. Invece, credo, non vivrò ancora più di dieci anni. Non sono uno scrittore mentale e senile, ma uno che può lavorare se sente pulsare la propria parte vitale. L’unica cosa che mi ossessiona oggi è il tempo che passa. Forse la pandemia mi è servita per capire che le mie giovinezze stanno finendo. Questo mi fa rodere molto il culo. Ho sempre somatizzato molto, sono ipocondriaco. E soprattutto comincio a vedere che il tempo stringe. 

Come vorresti morire?
O come mio nonno di infarto o con una pistolettata. Nel primo caso, io ho 6 milioni e 500mila globuli rossi, 1 milione e mezzo in più e l’emoglobina a 51 genetica. Quindi c’è questa possibilità nei miei geni. Ma se per qualche ragione dovessi sopportare una agonia lenta e dolorosa, vorrei essere accompagnato da un amico in una morte dolce. Io credo nel Dio dei bambini e nella Madonnina. Così come non voglio che gli altri mi vedano vecchio, non voglio neppure che mi si veda malato. Come accadde a mia madre, l’aiuto a un vecchio o a un malato lo devono passare mani sacre, devote, amorose, materne. Se non passa da questo sei ostaggio della miseria. Allora meglio farla finita. Negli ultimi tempi, però, ho ripensato a questa circostanza. 

All’eutanasia?
No, ho riflettuto sulla morte suicida. Poi un giorno ho visto la serie Yellowstone con Kevin Costner e a un certo dice al figlio: “Non ti devi suicidare, perché puoi aver fatto qualsiasi cosa nella vita, ma gli altri si ricorderanno di te soltanto per quest’ultimo gesto e non è giusto”. Mi ha fatto pensare. Io che ho cominciato a scrivere con l’idea di lasciare un segno, sognando un giorno che accadesse ciò che è accaduto a me: acquistare da una bancarella un libro di Bataille ed esserne ispirato per cominciare. Solo questo vorrei: che un ragazzo un giorno prendesse in mano un libro di Picca che lo spinga a scrivere per lasciare a sua volta un segno. Questa è la “posterità”, nient’altro, per cui il suicidio potrebbe soltanto rovinare tutto quello che ho costruito finora.