Il programma di Una Boccata d'Arte | Rolling Stone Italia
20 giugno-4 ottobre

Venti paesi, venti artisti, zero influencer

L'idea da cui nasce Una Boccata d'Arte, il progetto diffuso di Fondazione Elpis ideato da Marina Nissim, è semplice: fornire i mezzi (artistici) per tornare a osservare la piccola realtà urbana senza eccezionalismi passeggeri

Boccata d'Arte

Adele Di Pasquale, 'L'infestata Roccacaramanico', Abruzzo

Foto: Giacomo Alberico

Ogni estate migliaia di persone partono alla ricerca dell’Italia “autentica”. La cercano nei vicoli di pietra, nelle trattorie senza menu in inglese, nei borghi “segreti” consigliati da qualche influencer seguito da due milioni di persone. Naturalmente, una volta arrivati, scoprono di essere insieme ad altre tremila anime che stavano cercando la stessa autenticità. Forse è arrivato il momento di cambiare strategia.

Da sette anni Una Boccata d’Arte, il progetto diffuso di Fondazione Elpis ideato da Marina Nissim, dimostra che l’Italia più interessante non è quella che si limita a conservare il passato, ma quella che accetta di contaminarlo con il presente. Venti artisti, venti borghi, venti regioni: una formula semplice che, dal 20 giugno al 4 ottobre, raggiunge un risultato impressionante, 140 interventi realizzati in 140 piccoli centri italiani.

Boccata d'Arte

‘Campostabile Mercatorum’, Cornello dei Tasso, Lombardia. Foto: studiomare.co

Ma la cosa più sorprendente è un’altra. Qui l’arte contemporanea non arriva nei paesi per civilizzarli, decorarli o renderli più instagrammabili. Arriva per ascoltare. Prima delle opere ci sono settimane di permanenza, incontri con gli abitanti, magari avanti a una tazza di caffè o di spuma, esplorazioni di archivi, passeggiate, racconti, memorie e perfino ricette. Gli artisti lavorano come geografi sentimentali o archeologi del quotidiano. L’opera è soltanto la conseguenza finale di una relazione.

È un cambio di prospettiva che dovrebbe far riflettere molti musei italiani e non solo. Perché mentre le grandi istituzioni rincorrono sempre più spesso la spettacolarizzazione e l’esperienza immersiva, Una Boccata d’Arte sceglie il gesto opposto: rallentare. Il pubblico non entra dentro un’installazione, ma dentro un territorio. E così succedono cose meravigliosamente improbabili. Alcuni esempi? In Umbria un relitto extraterrestre atterra a Ficulle e usa la fantascienza per raccontare i miti contemporanei delle migrazioni nel Mediterraneo. Nelle Marche una dea preromana ritorna sotto forma di un altare costruito insieme a bambini e anziani, trasformando il mito in un progetto partecipativo. In Toscana un ponte distrutto dall’alluvione continua a esistere attraverso due sculture sonore che dialogano da rive opposte, ricordandoci che alcune connessioni sopravvivono anche quando le infrastrutture crollano. In Lombardia, invece, la protagonista diventa la biodiversità invisibile della pianura Padana: Anouk Tschanz fotografa insetti e microecosistemi come fossero paesaggi cosmici, dimostrando che l’esotico spesso si nasconde sotto i nostri piedi.

Boccata d'Arte

Giuseppina Giordano, Gressoney-Saint Jean. Foto: Claudiu Asmarandei

A colpire chi scrive è però soprattutto una cosa. Negli ultimi anni abbiamo parlato moltissimo di rigenerazione urbana, quasi sempre immaginandola come una questione di architetture, investimenti e grandi masterplan. Una Boccata d’Arte suggerisce invece un’idea diversa: prima di rigenerare uno spazio bisogna rigenerare lo sguardo. Perché un centro abitato non si salva aprendoci un concept hotel. Si salva quando qualcuno ricomincia a raccontarlo.

Allora anche la nostalgia, tema ricorrente di questa edizione, viene completamente ribaltata. Rebecca Moccia, a Cusano Mutri, parla di “nostalgia radicale” non come desiderio di tornare indietro, ma come possibilità di immaginare un futuro alternativo a quello imposto dal mito della crescita infinita e dello spopolamento inevitabile. È una riflessione che riguarda tutti noi. Siamo cresciuti pensando che il centro fosse sempre altrove: Milano, Londra, Berlino, New York. Che il contemporaneo coincidesse con la velocità e che la periferia fosse soltanto un ritardo. Una Boccata d’Arte dimostra l’esatto contrario: il contemporaneo può nascere anche da una piazza di provincia, da una processione, da un torrente, da una leggenda locale, da un forno che prepara pani rituali o da una comunità che decide di trasformare la propria memoria in materia artistica.

Boccata d'Arte

Campania, ‘Tavola preparatoria’. Foto: Rebecca Moccia

L’intuizione più radicale della manifestazione sta nel ricordarci che l’arte non serve soltanto a produrre immagini nuove, ma a cambiare il modo in cui guardiamo quelle che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi. Così, alla fine, il gesto più rivoluzionario potrebbe essere proprio questo: fermarsi in un piccolo paese italiano e accorgersi che il futuro è già lì, seduto sulla panchina della piazza.