Mario Banushi, il sintetizzatore. Viene da paragonarlo a una macchina in grado di imitare strumenti realmente esistenti in musica, così come effetti o suoni che in natura non esistono. Perché il processo che ha attuato in Mami, lo spettacolo che ha aperto la nona edizione di FOG, il festival di arti performative di Triennale Milano Teatro, sembra molto simile: una sintesi di immagini che rappresentano la figura della madre attingendo tanto a una memoria concreta e condivisa dell’archetipo della madre, quanto a una personalissima fantasia e rielaborazione di che cosa questa figura rappresenti nel corso della vita di una persona.

‘Mami’ di Mario Banushi. Foto: Foto: Andreas Simopoulos
Banushi mette in scena un viaggio dentro la memoria, personale e collettiva. Infatti lo spettatore ritrova la mami in una giovane donna che genera la vita, ma anche in un’anziana da lavare, vestire e nutrire, o in un giovane uomo innamorato, o ancora nel personaggio che ricorda le fate delle fiabe, interpretato da una performer affetta da nanismo che sembra comparire dal nulla ogni volta che qualcuno necessita di cura. Tanti rimandi, tante immagini simboliche che appaiono e si modificano in un flusso costante, tante visioni che ciascuno si porta dentro nel proprio inconscio legato ai natali, confezionate con una potenza visiva che restituisce uno spettacolo a metà fra il cinematografico e l’album fotografico d’infanzia: rimane impresso negli occhi, meno nelle viscere
La linea che l’enfant prodige – che ricordiamo aver vinto il Leone d’Argento della Biennale di Venezia qualche mese fa, all’età di ventotto anni – sembra aver tenuto in questo lavoro è quella di accentuare l’aspetto profondamente naturale, quasi animale, del rapporto con la madre, che, come spiega lui stesso, per lui non è una sola persona, ma una collettività: sono più figure che decidono di prendersi cura dell’altro, sia esso un figlio, un anziano o più genericamente un bisognoso, rappresentate in una sintesi studiata di immagini di una bellezza commovente ma mai troppo, che non arriva mai a far scattare un’esplosione patetica ma che rimane piuttosto nella distante potenza di un dipinto rinascimentale.

‘Mami’ di Mario Banushi. Foto: Pinelopi Gerasimou
Sembra inoltre che Banushi abbia attinto proprio da quell’estetica per creare una delle immagini più forti di questo spettacolo, quando una delle performer, completamente nuda, appoggia la schiena a un palo della luce assumendo una posa da San Sebastiano, poco dopo aver simulato il parto di due uomini dal corpo possente che, appena venuti al mondo, divengono preda di una serie di istinti primordiali: dall’amore fraterno a quello erotico, dalla violenza del maschio al distacco e all’abbandono della madre generatrice, dando vita ad una scena estremamente pittorica che ribalta una serie di stereotipi, da quelli di genere alle tenere memorie legate all’infanzia.
Ma perché proprio la mamma? Come spiega in un’intervista rilasciata al festival, Banushi è cresciuto con tante donne: ha tante mamme, non ne ha solo una. La sua biologica, dopo il divorzio con l’ex marito, si trovava in una situazione troppo precaria per poter crescere da sola un figlio ad Atene, per cui si è trovata costretta a lasciare il figlio alla propria madre in Albania: per il piccolo anche sua nonna era “Mami”.

‘Mami’ di Mario Banushi. Foto: Andreas Simopoulos
Dopo qualche anno Mario torna ad Atene e conosce la seconda moglie di suo padre, che inizia a chiamare nello stesso modo. Oltre a ciò la sua madre biologica era un’ostetrica, si occupava ogni giorno di mettere al mondo bambini: Mario è nato così, fra mille altre creature, cresciuto da donne diverse e con le cure di un’intera collettività. Chi si prende cura di chi? Questa la domanda a cui cerca di rispondere e che risuona potentemente in uno dei quadri dello spettacolo, nel quale un’anziana viene allattata da una giovane donna mentre allatta a sua volta un uomo sulle sue ginocchia – un’immagine vertiginosa in cui eleganza, repulsione e pulsione vitale si bilanciano con dosaggi da piccolo chimico.
Dal vociferare post spettacolo (così come da confessione sincera della sottoscritta) pare che il pubblico si aspettasse di andarsene piangendo, o comunque sofferente e in qualche modo toccato da questa tematica, che attraversa i sentimenti e gli archetipi più radicati nell’essere umano. Invece sorpresa: niente lacrime nella sigaretta post replica, godetevi piuttosto una settimana di riflessione su cosa avete visto e i ritorni delle immagini di “mami” giovani, anziane, dolci, arrabbiate, intrecciate, disarticolate, partorite che vi verranno a trovare nei momenti più inaspettati.















