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Tutta Venezia è il Metropole, e viceversa

Gloria Beggiato ha costruito una casa per sé e tutta la città. Tra collezioni di crocifissi e ventagli, le amicizie con Lou Reed, e la curatela di James Putnam
metropole Venezia

Foto: metropole Venezia

Venezia è avvolta da una nebbia densa, anche il Campanile di San Marco appare e scompare confondendosi nel bianco del cielo. In questo dicembre Venezia è insolitamente deserta, e la piazza sembra mostrarsi senza indugio ai pochi passanti che la attraversano come fosse un posto qualunque, come se si fosse in una città qualunque. Diviene così naturale percorrere con lentezza Riva degli Schiavoni senza l’urgenza di sfuggire alle orde dei turisti che solitamente vagolano disperatamente, sfiniti dalla loro gita e stupiti dal luogo in cui si trovano.

Ora è tutto libero, e insieme alla nebbia il silenzio offre nuovi rumori: si avverte quello dei passi così come lo sciabordio della laguna. Venezianissimo. E tra le cose venezianissime c’è pure una porta qui, di fianco a noi. Quella del Metropole, che tra gli alberghi veneziani è sicuramente tra i più veneziani, se con questo aggettivo s’intende un’idea di cura che sta in perfetto equilibrio tra il dentro e il fuori, tra l’incontro e il saluto, in quel dondolio che è tipico di chi sa distinguere al volo il mare dalla terra ferma.

Gloria Beggiato. Foto cortesia

Gloria Beggiato ha un sorriso gentile e luminoso. Non è solo la proprietaria del Metropole. Figlia di una dinastia di albergatori veneziani, lei ha creato una sua accoglienza e un suo mondo. Il Metropole è un corpo; e affonda le sue radici in una Venezia che, nei medesimi ambienti, ha visto Antonio Vivaldi insegnare e comporre. Mentre tra gli ospiti abituali c’erano Sigmund Freud e Thomas Mann. Dal Settecento al Novecento nulla qui è privo di storia. Ogni ambiente, ogni oggetto che vi fa parte, porta con sé una vicenda, un incrocio di destini sorprendente dentro al quale Gloria Beggiato ha saputo negli anni dare forma a meravigliose suggestioni e a incontri che rilucono di vita e arte.

Tutto nasce da una persuasione apparentemente lontana, un soggiorno a Londra e poi New York, il Chelsea Hotel: il contemporaneo diviene per Gloria il modo migliore per interpretare il passato senza trasformarlo e il Metropole, di passato, ne ha molto, frutto della passione sopratutto paterna per l’antiquariato e il bello. Il risultato è un modo di vivere: una casa aperta a ogni ospite. «I miei genitori hanno iniziato un percorso appena arrivati qui al Metropole, per per loro è stato tutto subito molto chiaro. Entrambi amavano tantissimo l’antiquariato, le tradizioni, l’artigianato. La ricerca ha preso avvio a partire dai mobili per le camere. I miei giravano per mercati e antiquari in Italia e in Europa. Una passione che viveva anche negli oggetti minimi come i cavatappi o i cofanetti per i biglietti da visita, di cui è possibile vedere le collezioni al primo piano».

Foto cortesia

E infatti poco dopo, a testimoniare un legame non superficiale con la città, un piccolo gruppo di residenti veneziani attraversa con passo felpato la hall per una visita guidata tra le preziose collezioni contenute all’interno dell’hotel: «Il Metropole è una wunderkammer veneziana», ricorda Beggiato. Vi si trovano infatti, alcuni esposti altri da scoprire – come all’interno di un elegante allestimento – una serie di oggetti e di curiosità di grande pregio. Dalle trousse da sera agli schiaccianoci, dai crocefissi (una delle collezioni private italiane più importanti al mondo) fino all’ampia e stupefacente collezione di ventagli antichi che supera ormai i duecento esemplari.

Ma non va immaginato che il Metropole sia così un luogo fossilizzato. Gloria Beggiato ha chiaro che, per costruire, servano tanto le radici quanto un discorso contemporaneo. Un lavoro di curatela e di cesello costruito con attenzione, cura ed estrema competenza grazie anche alla complicità di James Putnam, per anni curatore al British Museum dove ha diretto il programma Contemporary Arts & Cultures in cui incrociava la tradizione con il contemporaneo. Uno sguardo che Putnam ha subito riportato anche al Metropole – dove è ormai di casa – con una serie d’iniziative come Fragile Nature, che ha visto l’artista Tony Cragg misurarsi con una serie di sculture di vetro pensate in dialogo con i vetrai di Murano e presentante all’interno del Metropole durante la Venice Glass Week del settembre scorso.

Foto cortesia

Altro esempio d’incontro tra storia e presente è l’installazione permanente di Joseph Kosuth all’interno del bar del Metropole: una scritta al neon luminosa che riporta una frase di Freud (già ospite dell’albergo) tratta dai suoi diari di viaggio: «Entrare in un luogo come questo significa entrare in relazione con la sua storia e in qualche modo diventarne parte. È un percorso che si costruisce a partire da un’accoglienza accurata ed estremamente personalizzata. Si tratta certamente di professionalità, ma non solo. È necessario amare questo luogo e questo modo di vivere. Perché avere un albergo, tanto più a Venezia, significa viverlo ogni giorno, farne la propria casa e la casa dei propri ospiti».

Si emoziona Gloria a ricordare in particolare l’incontro con Lou Reed, mito dell’adolescenza che si ritrovò nella hall in un giorno qualunque (anche se non esistono giorni qualunque a Venezia). E fu l’inizio di una relazione di amicizia e affetto: «Non si può alla fine che diventare amici e complici quando ci si prende cura di persone così note in un modo così intimo. Penso a Crazy Jones, a Laurie Anderson, e in particolare a Vinicio Capossela che qui ha trovato una sua seconda casa».

Foto cortesia

Ogni tanto qualche ospite si affaccia al salottino salutando Gloria come se salutasse un’amica di famiglia. Siamo sui divanetti rossi di velluto che lei considera un po’ il suo ufficio e un po’ la sua coperta di Linus, là dove l’accoglienza diviene anche una forma di reciproca protezione, tanto più in tempi complicati come quelli odierni: «Durante la Seconda Guerra Mondiale, prima che i miei genitori subentrassero nella proprietà, il Metropole è stato anche un ospedale militare. Mi ricordo dai racconti di mio padre che in quegli anni la cosa più importante erano le patate. C’era una stanza sempre buia nell’albergo precedente della mia famiglia, in piazza San Marco dove venivano conservate le patate, erano un bene primario. Ebbene un giorno queste patate furono ritrovate per uno sbaglio di conservazione che germogliavano. Può immaginare quanto quello fu un brutto giorno».

Foto cortesia

La storia ha attraversato e attraversa questo albergo e lo si può intuire anche da un atteggiamento che appare ed è disinvolto e affettuoso, ma mai di maniera da parte di chi vi lavora. Una coscienza radicata di far parte non tanto di un luogo meramente esclusivo, ma di un posto in cui è fondamentale prendersi cura – senza infingimenti e manierismi – dell’intimità delle persone ospiti. Un’intimità che a Venezia è sempre esposta per la vicinanza obbligata dei corpi e dei corpi all’acqua. Qui i legami sono sempre fluidi, liquidi. Si scivola e ci si aggrappa, e la malinconia gioca quotidianamente con la curiosità di una prospettiva inedita così come di un ricordo che improvvisamente riaffiora. E non c’è discontinuità tra il dentro e il fuori. Il Metropole infatti è pienamente, totalmente e assolutamente Venezia, così come lo è percorrere le sue fondamenta in un giorno in cui la nebbia mostra solo passo dopo passo il percorso da prendere e in cui ogni taglio di luce offre un nuovo modo possibile di vedere e di vivere il presente.

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