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Trent’anni senza Andy Warhol

Molti amano definire Andy Warhol il re della Pop Art, ma l'artista americano non solo ha rappresentato visivamente il suo tempo meglio di chiunque altro, ha soprattutto analizzato e rielaborato la società e la cultura contemporanea prima di qualsiasi sociologo

Andy Warhol, New York, 1966. Foto di Herve GLOAGUEN/Gamma-Rapho via Getty Images

UNITED STATES - CIRCA 1966: Andy Warhol in New York, United States in 1966 - Andy Warhol at the Factory, he tears a huge banana plastic before fixing it on the paper. (Photo by Herve GLOAGUEN/Gamma-Rapho via Getty Images)

Ad Andy Warhol piaceva guardare. Di tutto: fiori, mucche, lattine di zuppa impilate. Pop star, strisce di fumetti, tabloid stracciati. Ricche ragazze che pippano, drag queen che perdono il controllo, giovani prostitute impegnate in qualche fellatio. Il suo sguardo era instancabile e incredibile nel suo distacco. «Un’intera giornata della mia vita» diceva, «È come un’intera giornata di televisione». Warhol ha dimostrato l’effetto seduttivo e anestetico dell’immagine – della realtà a portata di mano. Questa vita di seconda mano può essere analizzata e assaporata, o semplicemente ignorata. Tutto era egualitario. Andy guardava alla vita scrollando le spalle. «Gee», diceva.

Negli anni sessanta, ovviamente, potevamo osservare con lui. Non c’era grande scelta: Andy era dappertutto. Conoscete davvero qualcuno che non sia rimasto paralizzato dalla meraviglia di fronte alle sue lattine Campbell, alle sue Marylin, ai suoi sfrenati film underground? Qualcuno che non abbia pensato, «ma questo chi diavolo è?». Warhol, ovviamente, non aveva nulla da aggiungere.

«Se volete davvero sapere tutto su Andy Warhol» ripeteva, «guardate alla superficie dei miei quadri e dei miei film ed eccomi, Andy Warhol, sono proprio lì. Non c’è niente a parte questo».

Riusciva a diventare un buco nero delle emozioni attorno al quale erano attratti tutti gli eventi più bizzarri. Lui era il semplice bigliettaio. E, quando il Warhol “superstar” sarà dimenticato, quando i suoi lavori più scioccanti saranno invecchiati, sarà la sua natura introversa che gli permetterà, forse, di essere ricordato come la figura cruciale di una delle epoche più controverse in assoluto.

Andy, con grande leggerezza, ha fatto diventare mainstream materiale che era sempre stato considerato come proibito, desensibilizzando sia noi che il materiale stesso (anche l’immagine più scabrosa diventa noiosa se guardata abbastanza a lungo). Con le sue mostre multimediali e la sua instancabile inclinazione verso il nuovo e lo sperimentale, ha inventato gli anni Sessanta. Come una sorta di infaticabile archivista, ha praticamente definito la sbandata collettiva per le celebrità degli anni Settanta. E, infine, è diventato il grande vecchio dell’avanguardia Americana, finalmente a casa in un mondo che aveva largamente ristrutturato.

«Lui era la persona che ha inventato l’attitude», ha detto Tom Wolfe alcuni giorni dopo la morte di Andy, il 22 febbraio del 1987. «Prima di Warhol, nei circoli d’artisti, c’era l’Ideologia – tu non facevi altro che prendere posizione di fronte alla grossolana vita americana. Andy Warhol ha trasformato questo concetto nella sua testa e ha creato l’attitude. L’attitude era “È così osceno da diventare bellissimo. È così provocatorio, sguazziamoci dentro per un po! Fare così ti metteva al di sopra delle cose, perché dimostravi di saperne un sacco. Ti poneva al di sopra della grossolanità della vita americana, ma ti permetteva allo stesso tempo di godertela”».

Prima di Warhol, il mondo dell’arte a New York era un affare con la A maiuscola, una collezione di rituali imperscrutabili portati avanti da artisti narcisisti e dallo sguardo pesante, dai critici che li veneravano su piccole riviste di settore e da un giro di collezionisti e battitori d’aste accuratamente coltivato. Il pubblico – gli sloboisie (il corrispettivo di quello che viene definito il “popolino” dall’intellighenzia) – non aveva alcun ruolo in tutta questa recita. Il pubblico, corrotto dall’odiato consumismo della cultura popolare, era considerato come incapace di avere gusto. La gente che si fermava a guardare queste opere – una tela di Barnett Newman, magari totalmente blu se non per una singola grande striscia di tonalità più scura – non avrebbe potuto, o voluto, capirci nulla.

Durante gli anni Quaranta, l’espressionismo astratto – la corrente di pittori come Newman, Arshile Gorky, Adolph Gottlieb, Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline e Mark Rothko – è stato il primo movimento artistico americano a raccogliere il consenso internazionale. Il palcoscenico dell’arte si era spostato da Parigi a New York, dove molti degli espressionisti vivevano e si ubriacavano (era tutta gente molto virile), permettendo alla Scuola di New York di resistere fino all’alba dei Cinquanta, quando Warhol si presentò sulla scena. Probabilmente si sarà reso conto subito che non c’era posto per lui.

Ultimo di tre figli – il padre era un minatore Ceco – Warhol è cresciuto nei dintorni di Pittsburgh. Nel 1949, dopo essersi diplomato in pictorial design al Carnegie Institute of Technology, l’artista dedicò tutta l’estate a farsi un nome nel commercio d’arte di Manhattan. In quel periodo, diventare un artista commerciale a New York era più o meno come annunciare di poter sentire la voce di una qualche divinità. I giovani artisti più seriosi che si ritrovavano a dover fare lavori commerciali per pagare le bollette, lo facevano sotto pseudonimo. Warhol non solo utilizzava il suo vero nome, ma addirittura accettava premi – la depravazione definitiva secondo coloro che la pensava come gli espressionisti.

Andy Warhol, Londra, 1975. Foto via AGIP/RDA/Getty Images

Il movimento espressionista aveva creato una cultura cameratesca, pugilistica, di uomini duri che facevano cose da duri, che lanciavano la loro ispirazione nel deserto della cultura americana. Di lì a breve, tre attacchi della Malattia di Huntington, una patologia neurologica, avrebbero indebolito Warhol. L’artista si ritrovò immediatamente pallido, con pochi capelli, divenendo così un bersaglio del machismo dei colleghi che si prendevano gioco della sua parrucca e del suo accento britannico. «Di certo non sono mai stato un tipo virile di natura», ha ammesso una volta.

L’epoca dell’espressionismo astratto, comunque, stava già volgendo al termine. Lo stile era diventato di maniera, senz’anima, un rito privato che si svolgeva solo tra gli iniziati. A sconvolgere l’ambiente fu una mostra alla Whitechapel Art Gallery di Londra, nel 1956, grazie alla quale Warhol s’impose sulla scena insieme ad un gruppo di giovani artisti che avevano scelto come oggetto della loro arte elementi che appartenevano all’universo del consumismo – caramelle, fumetti, pubblicità di body-building, pessima mobilia – tutto ciò che gli espressionisti astratti odiavano così profondamente. Questa nuova arte traeva ispirazione dalla televisione e dalla pubblicità; era fresca, provocatoria e divertente. Un critico Britannico, Lawrence Alloway, la definì “Pop Art”.

Più o meno nello stesso periodo, a New York, Jasper Johns iniziava a dipingere le sue prime bandiere e i suoi primi bersagli. L’ethos della Pop Art americana cominciava a galleggiare nell’aria. Warhol, che stava prosperando grazie all’arte commerciale, abitava con sua madre, Julia Warhola (Andy aveva scelto di togliere l’ultima vocale dal suo cognome), in una casa popolare nell’Upper East Side. Andy ammirava Johns e voleva sentirsi un “vero artista” anche lui. Gli aveva mostrato qualcuno dei suoi piccoli quadri a olio, purtroppo senza grande successo. Finalmente, spinto da un amico, nel 1960 inizia a inseguire un nuovo stile più coraggioso, rappresentato dal lavoro sui personaggi dei fumetti come Superman, Dick Tracy e Braccio di Ferro, sulle visioni considerate banali, come le bottiglie di Coca Cola. Questi oggetti bizzarri gli parlavano. «Quello che è davvero fantastico di questa nazione» disse più avanti «È che i consumatori più ricchi acquistano essenzialmente gli stessi prodotti di quelli più poveri. Mentre guardi la TV e vedi la Coca Cola, dentro di te sai che anche il Presidente beve Coca Cola, anche Liz Taylor beve Coca Cola, proprio come te».

Quando Andy scoprì che un altro artista, Roy Lichtenstein, era al lavoro come lui sulle strisce di fumetti, si sentì incoraggiato. Qualcosa stava succedendo e forse poteva farne parte anche lui. Fu nel 1962, però, che Andy riuscì a proporre la sua prima mostra personale alla Ferus Gallery di Los Angeles, dove potè registrare le reazioni confuse dei locali di fronte alle sue lattine Campbell. Tutto cambiò quello stesso autunno, quando poté mettere in mostra il suo lavoro a New York, presso la Stable Gallery. La mostra, di cui facevano parte Gold Marilyn e Red Elvis, i suoi quadri delle banconote da due dollari, migliorò la reputazione di Warhol. La Pop Art – come il surrealismo quattro decadi prima – fece sembrare l’arte di nuovo divertente, eccitante e sovversiva. Warhol, Lichtenstein e altri artisti di questo tipo si ritrovarono venerati dai mass media. Andy non ne fu sorpreso. «Gli artisti pop lavorano su immagini che chiunque potrebbe riconoscere in un attimo», disse, «Tutte quelle grandi cose moderne che l’Espressionismo Astratto ha cercato di ignorare così intensamente».

Nel 1962, mentre lavorava alla sua serie Death and Disaster – manipolazioni rozze di fotografie di incidenti stradali prese dai principali quotidiani – Warhol capì di voler abbandonare la tradizionale tela in favore della serigrafia, un processo che permette di stampare l’opera sulla tela in maniera tale da ottenere superfici brillanti e soprattutto mai toccate dalla mano dell’uomo. L’artista, inoltre, una volta scelta l’immagine che voleva ingrandire e riprodurre, non doveva partecipare nemmeno al processo di serigrafia: un assistente poteva fare benissimo il lavoro al suo posto. Ad Andy questa cosa piaceva molto. «Volevo qualcosa… una sorta di catena di montaggio» diceva.

«L’aspetto davvero radicale di Warhol», ha scritto il critico d’arte Robert Hughes, «risiedeva nell’applicazione delle tecniche produttive delle lattine di zuppa sulla produzione di opere d’arte, trasformandole in qualcosa di massa – una forma d’arte che imitava non solo l’aspetto, ma anche il processo produttivo della cultura consumista».

Nel Novembre del 1963, Warhol e il suo assistente Gerard Malanga si trasferirono in un nuovo studio, un loft in una fabbrica abbandonata sulla Quarantesettesima Strada. Inevitabilmente, dati i metodi di Andy, finì per chiamarsi Factory. Una nuova “recluta”, Billy Name, si trasferì lì e ricoprì tutti i muri di carta argentata. Gli amici di Billy iniziarono a passare sempre più tempo sul luogo, ragazzi che non disdegnavano lo speed con nomi come Rotten Rita, the Duchess e Pope Ondine. Warhol si rese conto che questi personaggi erano perfetti per le pellicole a cui stava lavorando – esercizi di destrutturazione del cinema verità intitolati Kiss, Sleep, Eat. (I titoli definivano il contenuto di queste opere con grande precisione: Sleep era una ripresa di otto ore di un uomo che dorme.)

Lorna Luft, Jerry Hall, Andy Warhol, Debbie Harry, Truman Capote e Paloma Picasso al Party di “Interview” presso lo Studio 54 , New York City, 1979. Foto via PL Gould/IMAGES/Getty Images

Soap Opera, del 1964, introdusse una delle prime superstar lanciate da Warhol – Baby Jane Holzer, una ragazza ricca e giovane di Park Avenue con il perfetto look anni sessanta. Era The Girl of the Year – «Nel futuro» diceva Andy «chiunque, in tutto il mondo, sarà famoso per quindici minuti».
Questo è il perfetto pensiero Pop. Come i cheesburger scolpiti di Claes Oldenburg e i fumetti di armi di Lichtenstein (“BRATATATATA!”), ciò che si voleva affermare è che l’arte poteva risiedere nei materiali più poveri, nelle persone più insolite. Nel futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti proprio per consentire agli altri di esserlo a loro volta. Immaginate le possibilità!

Altre superstar seguirono Baby Jane: Edie Sedgwick, Mario Montez, Ultra Violet, Viva, Candy Darling. Le pellicole di cui furono protagonisti negli anni – collezioni di girato senza alcun tipo di recitazione – rappresentano la banalità visiva come una sorta di nuovo stile.

Era il Gennaio del 1966 quando Warhol portò la sua prima band nella Factory, un gruppo chiamato The Velvet Underground. Li aveva incontrati al Cafè Bizarre – due notti prima che il gruppo venisse licenziato per la sua proposta musicale antisociale – e decise di accoppiarli alla modella tedesca Nico. Lou Reed scrisse alcune canzoni per la ragazza e Warhol fece esibire la band all’interno di una mostra multimediale in un teatro underground, la Cinematheque, per un’intera settimana. «Ci disse “Eh, ho questa settimana per fare una mostra e vorrei proiettare i miei film. Percgè non suonate così da poterveli proiettare addosso?» questi i ricordi di Lou Reed.

«Ha creato l’arte multimediale a New York», disse ancora il leader della band. «Tutti questi club con la musica e i proiettori – devono tutto direttamente ad Andy. Il modo in cui la gente vestiva era influenzato da lui, tutto era influenzato da questa cosa. L’intera struttura della città cambiò, forse l’intera nazione. Niente fu più lo stesso dopo quella mostra.»

A marzo i Velvet si ritrovarono a portare in tour questa sorta di rock multimediale, uno strano circo che Warhol chiamò The Exploding Plastic Inevitable. L’EPI aveva luci stroboscopiche, proiezioni di pellicole – tutto quello che in seguito è diventato lo standard di ogni concerto rock. Con l’aiuto di Tom Wilson, un produttore che aveva lavorato con Bob Dylan, Warhol produsse il primo storico disco della band, disco per cui disegnò l’ancor più celebre copertina con la banana. Nello stesso anno, l’artista produsse la sua mucca, The Chelsea Girls e l’iconica serie Jackie – stampe serigrafate di fotografie della vedova del Presidente Kennedy. Le sue energie sembravano infinite. «Aveva un’etica del lavoro davvero intensa e ci pressava sempre» diceva Lou Reed. «Quando scrivevo una canzone mi diceva “Perchè non ne hai scritte cinque? Il lavoro è tutto. Il lavoro è davvero tutto.»

Nel 1967, Andy collaborò al lancio di una discoteca chiamata Gymnasium e ideò l’opera di arte non-performativa con un attore della Factory, Allen Midgette, che si tinse i capelli d’argento e impersonò Warhol per una serie di letture – è uno dei classici degli anni Sessanta. Nel giro di cinque anni, Warhol aveva creato tutta una nuova avanguardia multimediale – un movimento con potenziale tanto artistico quanto commerciale. Come disse lo stesso Andy più avanti, «Fare buoni affari è la forma d’arte più affascinante».

In questi anni, la Factory diventò un magnete per tutti quelli che volevano fare qualcosa con questa nuova arte – un posto dove Judy Garland ballò il twist con Rudolph Nureyev per poi rendersi conto di essere oscurata dalle superstar di Warhol. La politica di accoglienza della Factory, però, attirò anche un sacco di freak. Baby Jane Holzer andò via lamentandosi proprio di «tutti quei pazzi» e di «tutta quella droga». Nel 1968, Warhol spostò la Factory in un quartiere più elegante del centro, Union Square West, abbastanza vicino al Kansas City di Max, un locale dove Andy e il suo entourage passavano moltissimo tempo. («Pagava da mangiare a tutti» ricorda Iggy Pop, che incontrò David Bowie lì per la prima volta.) Warhol era al massimo della fama quando, il 3 Giugno, una donna disturbata chiamata Valerie Solanis entrÚ nella nuova Factory, impugnÚ una pistola, e sparÚ due proiettili nello stomaco di Warhol, quasi uccidendolo. Durante l’operazione chirurgica per salvarlo, inoltre, l’artista fu dichiarato molto. Per fortuna riuscÏ a sopravvivere, ma fu la fine di un’era.

Warhol passò il resto dell’anno – il resto della decade, in realtà – cercando di guarire dalle terribili lesioni interne e dalla paura mortale che aveva provato. Nuove serrature e varie misure di sicurezza vennero installate alla Factory. Warhol, in quel periodo, non produsse né pellicole né quadri. Dopo il 1968 ha limitato il suo lavoro cinematografico al ruolo di produttore. Nell’autunno del 1969, con gli anni Settanta alle porte, lanciò Interview, un magazine ispirato, secondo le sue parole, a Rolling Stone ma interamente dedicato all’arte, al gossip e ai deliri della celebrità del mese – quindi altro gossip. Il magazine aveva un innegabile fascino. Negli anni Settanta, come Andy potrebbe aver sospettato, il gossip stesso divenne una forma d’arte – soprattutto grazie al lavoro del suo amico Truman Capote, che intervistò per Rolling Stone nel 1973. La collaborazione tra Andy e il nostro magazine continuò a lungo: nel 1977 firmò la copertina con Bella Abzug di Rolling Stone 249 e, tre anni dopo, disegnò la copertina del libro sui Beatles a cui Rolling Stone stava lavorando.

L’Andy Warhol degli anni Settanta era lui stesso una celebrità fatta e finita. I Rolling Stones gli chiesero di disegnare la copertina del loro disco del 1971 Sticky Fingers (il famoso e celebrato close-up di una chiusura lampo). Bianca Jagger entrò nel suo entourage. Così come Halston, il famoso designer e Diana Vreeland, l’editor di Vogue. Andy divenne presenza fissa allo Studio 54. Passava le serate con Liz Taylor, Liza Minelli, tutte le star del periodo. «Ho una malattia sociale», disse Andy. «Devo uscire ogni sera». «Ma credo che andasse sempre a casa piuttosto presto», ha affermato in seguito la sua amica designer Diane Von Furstenberg.

Susan Blond, una delle prime collaboratrici di Interview e attrice per la Factory, ricorda di aver presentato ad Andy Michael Jackson, che diventò uno dei primi artisti a campeggiare sulla copertina del magazine. «Chiese a Michael se avesse conservato gli abiti di quando si esibiva da bambino», ricorda Susan Blond, «e Michael l’aveva fatto. Ad Andy piaceva molto – entrambi collezionavano di tutto, no? Mangiammo da Regine e io chiesi a Michael di ballare. Lui mi disse “Oh no, io non ballo. Ballare è il mio lavoro”. Entrambi avevano strane, interessanti idee su cosa fosse o meno il lavoro, capito? Si sono piaciuti da subito. E Michael chiese ad Andy se avesse delle figlie. Michael faceva sempre quella domanda. Andy disse di no.»

Andy Warhol, New York, 1968. Foto di Santi Visalli/Getty Images

Warhol, durante le sue serate mondane, si portava sempre dietro una macchina fotografica Polaroid per documentare tutto quello che sarebbe successo. «Era ossessionato dal collezionare immagini», ricorda Mick Jagger con una risata. «Avrebbe scattato un miliardo di foto – e la cosa è davvero fastidiosa se succede mentre ti sei appena rovesciato del minestrone addosso. Poi si portava sempre dietro una piccola telecamera per collezionare le cose dette.»

Per Warhol questo collezionismo rappresentava uno strano conforto. «Nei tardi anni Cinquanta», scrisse una volta, «Ho iniziato una relazione con la mia televisione che continua ancora oggi… Ma non mi sono sposato fino al 1964, quando ho conosciuto la mia prima telecamera.»

«L’acquisto della mia prima telecamera», spiegò, «distrusse quel poco che era rimasto della mia vita emotiva, ma ero felice di lasciarla andare. Niente era più un problema, perché un problema significava avere una grande cassetta… Un problema interessante era una cassetta interessante. Tutti lo sapevano e tutti si esibivano di fronte alla telecamera. Non potevi sapere quali problemi fossero reali e quali delle bugie dette solo per finire davanti alla telecamera. O, per dirlo ancora meglio, le persone che ti parlavano dei loro problemi non riuscivano a capire se soffrivano davvero per qualcosa o se stessero solo recitando.»

Dal canto suo, l’artista più famoso del mondo continuava a dichiarare di non avere niente da dire. Andy, però, aveva un consiglio che dispensava sempre a chi soffriva di problemi di cuore. «Quando avevo problemi con qualche uomo», disse Susan Blond, «mi diceva sempre “Lavora davvero duro così da avere abbastanza soldi e fama da poter scegliere chi ti pare.»

Alla fine degli anni Settanta, Warhol pensava di avvicinarsi alle sue opere più grandi. I suoi quadri diventavano più ricchi, più pittorici – in particolare le tele di Mao a cui lavorò a partire dal 1972 – e i delicati ritratti della madre, del 1974, suggerivano una ritrovata emotività. Riusciva comunque ad essere profetico – i suoi ritratti di Mick Jagger del 1975 anticiparono lo stile copia-e-incolla delle prime opere Punk che sarebbero venute fuori dall’Inghilterra l’anno successivo.

Durante gli anni Ottanta, però, Andy Warhol sembrava sempre meno scioccante – un tributo, forse, alla fama mondiale della sua visione. Ormai cinquantenne, l’artista accettava ritratti su commissione, contribuì all’enorme successo di Interview e diventò lui stesso modello e mentore per la nuova generazione di artisti di New York, tra cui Keith Haring, Henny Scharf e Jean-Michel Basquiat. Lanciò il suo personalissimo show televisivo, Andy Warhol’s TV e, più tardi, Andy Warhol’s Fifteen Minutes su MTV. È apparso in pubblicità, videoclip e persino in The Love Boat. Disegnò progetti per un fast-food – Andymat! – da aprire accanto al Whitney Museum, a New York. E, grazie ad una ritrovata espansività, si avvicinò ad artisti come Franz Kafka e Sarah Bernhardt (per una serie intitolata Ten Portraits of Jews of the Twentieth Century); ha dipinto quadri per bambini e quadri di specie animali in estinzione. Completò addirittura una sua versione dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, esposta a Milano, mentre l’originale subiva una ristrutturazione.

L’infinito entusiasmo di Warhol per le novità oscurò la sua paura per la malattia e la morte. Faceva esercizio fisico, prendeva molte vitamine. Il 21 Febbraio 1987, infine, dovette ricoverarsi al New York Hospital-Cornell Medical Center per un intervento chirurgico alla cistifellea. L’operazione fu considerata un successo, ma alle 5:30 del mattino successivo, Warhol soffrì di un attacco di cuore. Morì un’ora dopo.

Warhol è stato sepolto a Pittsburgh il 26 febbraio, accanto alla madre (morta negli anni Settanta) e al padre. L’artista ha lasciato un patrimonio stimato intorno ai 10 o 15 milioni di dollari, insieme ad un’enormità di quadri, disegni, sculture, cassette, film e diversi libri. Nonostante tutto, però, la domanda rimane: Chi era Andy Warhol? Cosa ha fatto e perché?

A quanto pare, l’eminenza dai capelli argentei dietro alla folle scena sex-and-drug non era altro che un devoto cattolico che non mancava mai l’appuntamento con la messa settimanale. Non era un drogato e non aveva una vita sessuale particolarmente attiva. Gli piaceva osservare – l’osservazione è la sublimazione della sua arte e la sua ossessione per le celebrità ne era un tema chiave. Ma prima di tutto Warhol era un artista e la sua serietà verso l’arte è chiara leggendo il suo testamento, attraverso il quale ha devoluto gran parte del suo patrimonio a una fondazione dedicata alle arti visiva. Il testamento, inoltre, lasciava 500.000 dollari ai suoi fratelli, Paul e John, e 250.000 dollari al suo partner d’affari di sempre, Fred Hughes.

Tutti sentirono la mancanza di Andy Warhol. Lou Reed lo ha definito «Una delle poche persone che ho incontrato sul lavoro che non ha mai cercato di fregare nessuno. Pochi sanno quanto fosse davvero una brava persona.»

«La cosa che sembrava riuscirgli sempre», dice Mick Jagger, «era ritrarre la società, qualunque strato della società. Questa è una di quelle cose che fanno gli artisti, mostrare agli altri come stanno le cose. Se vuoi ricordare quel periodo, puoi guardare quello che stava facendo Andy. Era sempre accordato con quello che accadeva intorno a lui. Certo, ha subito tante critiche per il suo essere alla moda. Ma penso che questo sia parte del talento di alcune persone.»

«Aveva una volontà incredibile», ricorda Tom Wolfe. «Ma tutto rimaneva nella sua testa. La sua volontà non veniva fuori con parole forti, veniva fuori non dicendo mai nulla. Era una questione di tempismo, come Jack Benny».

«Secondo me c’era una grande verve dietro al suo approccio anestetico alla vita. Sai, oggi ci sono tanti scrittori che scrivono quello che io chiamo il romanzo anestetico. Questi ragazzi stano trasformando in letteratura qualcosa che è nato con Warhol, l’idea di immergersi in una vita eccitante – la vita dei club e delle discoteche – e non sentire assolutamente nulla. Anche questo, alla fine, è un ribaltamento delle nostre aspettative. La più grande emanazione della sua volontà, infine, è rappresentata dal fatto che nessuna delle sue opere famose in tutto il mondo fosse davvero sua. E lui non ha mai detto il contrario. Le lattine di zuppa Campbell, le scatole Brillo, erano tutte immagini d’altri. La mucca, la serie di fiori Burpee – si tratta di opere create da qualcun altro, spesso un artista commerciale. Lui le prendeva e ne faceva qualcosa, non firmava nemmeno le sue opere. La gente glielo ricordava spesso, “Mr. Warhol, non ha firmato questo”. E lui rispondeva, “Oh, mi ero dimenticato”».

Andy Warhol è stato l’artista Pop più democratico, sempre voglioso di diffondere la sua popolarità in giro per il mondo.

«Faceva sentire tutti come se fossero delle star», dice Susan Blond, «anche se in realtà la stella più grande, più bella e più brillante era proprio lui.”

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