'Tutto in linea' di Saul Steinberg | Rolling Stone Italia
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Sulla linea di Saul Steinberg

La nuova edizione Adelphi di 'Tutto in linea' mette davanti a un'artista che mai, come nel mondo squassato del 2026, è sembrato contemporaneo. Non rimane che seguire il suo tratto

Saul Steinberg

Un autografo di Saul Steinberg

Foto: Abebooks

La forma è quella di un quaderno color ocra: in copertina il disegno di un volto di profilo appare giusto un po’ più inclinato e un po’ più dubbioso rispetto a quello presente sulla prima edizione del 1945. Il profilo si auto-disegna, una linea che prende sembianze umane, una linea che è tutto. Inoltre in questa nuova e bellissima edizione Adelphi compare una boccetta d’inchiostro in basso a destra, quasi a segnalare la natura manuale e fisica del disegno e al tempo stesso la sua immediatezza: fatto senza pensarci, fatto come pensiero esso stesso.

Primo grande successo editoriale di Saul Steinberg, Tutto in linea rappresentò una rivoluzione nel modo d’intendere il disegno. L’artista rumeno, cresciuto artisticamente in Italia e naturalizzatosi newyorkese offriva infatti una semplificazione estrema e mai immaginata fino ad allora, unita a una profondità capace con così grande precisione di cogliere le infinite variazioni dell’animo umano. Un arte capace di vivere al tempo stesso all’interno di un tempo traballante e vibrante, che chiudeva una Guerra Mondiale lasciando fratture difficili da rimarginare oltre che macerie ancora tutte da ripulire in quell’Europa da cui proprio Steinberg proveniva.

Saul Steinberg Tutto in linea

Saul Steinberg, ‘Tutto in linea’, la nuova edizione Adelphi (2026). Foto press

La linea per Steinberg significa principalmente senso, là dove la parola non va intesa come ordine ma come organizzazione, come flusso possibile di pensiero. Se si potesse infatti indicare un testo fondativo di un’idea di ricostruzione probabilmente nulla sarebbe più preciso e adatto di Tutto in linea, che pur raccogliendo disegni e vignette pubblicate in precedenza sul New Yorker rappresenta pienamente un cambio d’epoca, l’inizio di un modo di vedere che sembra nascere tutto all’interno della modernità contemporanea e di una quotidianità che improvvisamente accelera, dando vita a quella mutazione antropologica su cui molti intellettuali finiranno per sbattere la testa, senza mai per davvero coglierne le necessità intime così slegate dalle dinamiche ideologiche.

I disegni appaiono così come il frutto di una distrazione, come il risultato di una telefonata e del suo naturale scarabocchiare, come spesso avveniva con il bloc notes a portata di cornetta. Una distrazione che in realtà rivela un’attenzione ossessiva, perché esattamente come oggi dove tutto è on line nulla permette più una distrazione dalle cose, dagli impegni privati così come dalla situazione politica internazionale che entra nelle case di chiunque.

Steinberg è un artista che si vede e si legge: la sua linea è una grafica dentro alla quale il segno stesso si fa forma significante. Un filo lunghissimo e infinito. Non servono didascalie, bellissime non a caso sono le diciture steinberghiane in nota, che titolano le vignette quasi sempre e semplicemente come Senza titolo. Non occorrono infatti riferimenti, non serve orientarsi, non avrebbe proprio alcun senso. Voltare le pagine del libro ha lo stesso significato del tirare un filo verso sé, che piano piano assume forme diverse fino ad appallottolarsi nella mano come un gomitolo.

L’acutezza di Saul Steinberg, così tardamente riconosciuta come una arte assoluta – come spesso capita a chi proviene da forme d’arte considerate stupidamente come generi o sotto categorie -, oggi appare straordinariamente non solo attuale, ma essenziale a comprendere noi stessi e tutta la nostra sempre più caotica confusione. Difficile non ritrovarsi all’interno dei disegni e dei loro protagonisti senza pensare di esserne parte. Il garbuglio produce sempre infatti una possibilità di senso, solo che non si sa mai per davvero quale potrà essere l’esito del proprio sgomitare e sgomitolare, e in particolare non si sa qual è il rischio che si corre nel momento in cui ci si perde.

Steinberg agisce con una forza simile a quella della fotografia e che della fotografia non perde né l’immediatezza né la velocità. La sua arte è pienamente moderna perché ancestrale nel gesto. Là dove lo strumento meccanico ha insegnato il click dell’otturatore, ecco che qui è lo scorrere automatico e naturale di una matita tra le mani a decidere l’istante e a cogliere il momento giusto. Tanto che quello che sorprende non è tanto che tutto – davvero tutto – possa essere contenuto in una linea, ma che Steinberg riesca a non perderla mai, a non perdere così mai il filo del proprio discorso, pur comprendendo sempre inciampi e indecisioni così come scarti improvvisi e cambi d’umore.

Nessuna linea si ripete mai, come raccontano così icasticamente le due copertine che si guardano a distanza di più di ottant’anni: quella di Penguin Books del 1945 e quella Adelphi del 2026. Una semplice variazione che racconta due epoche distinte: se nel 1945 la speranza prendeva il sopravvento sulla paura innescando qualche nuova certezza e accennando a un possibile sorriso futuro, ecco che ora tutto sembra capovolgersi in una paura che invade la società, ma che al tempo stesso si confonde con una fin troppo accaldata noia. Là dove le guerre tragicamente si ripetono, ecco si ripete infatti la stanchezza di popoli che si sentono coinvolti sì, ma alla fine sempre e solo come pubblico privilegiato, come osservatori. Peccato che, come mostra sempre Steinberg, osservatori esterni non si può esserlo per davvero mai. E tanto meno si può esserlo di noi stessi perché il gesto, il segno parte da noi che nel guardare l’altro non facciamo altro che auto ritrarci.

all in line Saul Steinberg

La copertina della prima edizione di ‘All In Line’, Penguin, 1945. Foto: Abebooks

Perdere la misura come sempre più sta avvenendo in questo 2026 assume così le sembianze di uno smarrimento tragico del filo, della linea che dovrebbe invece mantenerci ben saldi a terra. Ecco che allora Saul Steinberg diviene la guida più salda a un mondo oscuro, il nostro, visto da chi l’oscurità e insieme la banalità del male la colse direttamente dagli occhi di Adolf Hitler, non a caso più volte ritratto come un buffone tronfio e ordinario, comico nella sua pochezza e non certo per la sua tragica violenza, che appare così insita nella sua stessa stupidità.

Per Steinberg la misura è la forma più reale e concreta di originalità, così come la follia non esprime altro che una misera decadenza logica e come tale priva di ogni reale e possibile visione. Inevitabilmente anche ben al di là delle intenzioni dell’autore, Tutto in linea rappresenta, oltre che un meraviglioso testo visivo capace di contenere e liberare al tempo stesso infinite intuizioni e visioni, anche un libro politico, là dove la politica diviene parte strutturale dello stare insieme in pace seppur attraversati da caratteri profondamente distinti e da ambizioni contrastanti.

Steinberg non è mai infatti riducibile a uno solo sguardo, a una sola ipotesi, ma esattamente come la sua linea è infinito, ma sempre pienamente sensato là dove la sensatezza diviene una forma continua di scoperta e di liberazione. Ha perfettamente ragione Tullio Pericoli nel suo scritto che accompagna l’edizione Adelphi, là dove scrive: «Nei disegni di questo libro le linee sembrano in attesa. Ferme, aspettano che i nostri occhi le scovino e trasmettano loro l’energia per muoversi, vivere, parlare e intrattenerci». E noi, pubblico vasto di questo mondo squassato e anche non poco scassato, restiamo in attesa di altre linee per capire quale direzione prendere, quale posizione cogliere. Magari facendoci suggerire ancora una volta dalla penna illuminante di Saul Steinberg.