Riprendersi il proprio corpo, un numero di burlesque alla volta | Rolling Stone Italia
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Riprendersi il proprio corpo, un numero di burlesque alla volta

Per l'artista napoletana Fanny D'Amour, salire sul palco è sempre stata una questione personale. E un gioco di scena in cui l'eros, e la sessualità, sono solo i componenti minimi di una performance molto, molto più ampia

burlesque Fanny D'Amour

Fanny D'Amour, artista di burlesque

Foto: Kristel Pisani

«Il burlesque non cerca la perfezione, ma celebra l’unicità e la diversità di ogni donna». Sono parole di Dita Von Teese, celebre artista statunitense di burlesque, e bastano da sole a smontare uno dei fraintendimenti più comuni. Ridurre quest’arte a una semplice forma di strip-tease non è solo limitante, ma profondamente fuorviante. Perché, partecipando a uno spettacolo, almeno per l’esperienza di chi scrive, quello che si percepisce è qualcosa di completamente diverso: un linguaggio in cui l’inclusività è centrale, dove corpi diversi, magri, morbidi, fuori dai canoni, prendono vita in modo sensuale e ironico, dando forma al proprio immaginario. Non è un corpo che si spoglia, ma un mondo che si costruisce. Non è esposizione ma creazione, una forma d’arte magnetica che seduce e, allo stesso tempo, diverte.

«Fare burlesque non significa solo essere disinibiti» — racconta Fanny d’Amour, artista burlesque napoletana tra le pioniere della scena partenopea — «richiede disciplina, profondità, consapevolezza. Bisogna nutrirsi di teatro, cinema, arte, letteratura. Essere profondi per essere leggeri. Quando ho visto il mio primo spettacolo durante un Erasmus in Spagna è stata una folgorazione, sono rimasta affascinata dalla combinazione di diverse discipline, teatro, danza, sperimentazione. Ho visto una grande libertà». Laureata in storia dell’arte contemporanea, con una formazione che attraversa fumetto, illustrazione e teatro, anche di strada, arriva al burlesque quasi per necessità. «Avevo tanti interessi artistici e a un certo punto sono confluiti tutti lì. Ho trovato nel burlesque la possibilità di esprimere pienamente la mia creatività».

burlesque Fanny D'Amour

Fanny D’Amour. Foto: Natasha Zivadinovic

Il corpo, in questo contesto, diventa uno strumento di potere e consapevolezza, un mezzo attraverso cui costruire identità e narrazioni. Una femminilità che si sottrae ai classici cliché imposti e si ridefinisce in modo personale, ironico, eccessivo o fragile, ma sempre scelto. «Ho capito che potevo mettere dentro tutto il mio background e creare un alter ego. Un po’ come nel fumetto, una doppia identità alla Clark Kent». Nel burlesque, infatti, il performer non è solo interprete, ma è soprattutto autore e regista del proprio mondo. Non esiste una regia esterna, ma un controllo totale della visione, della costruzione scenica, del ritmo e dell’immaginario. È un atto di creazione completo, in cui il corpo diventa linguaggio e il palco, che sia un teatro o uno hub artistico come A’Mbasciata di Napoli (dove Fanny e la sua comunità di artisti si esibiscono ogni domenica) si trasforma in un luogo altro. Dove essere altro o, forse, più profondamente sé stessi.

Fanny costruisce così universi sospesi tra estetica retrò e immaginari fantastici, tra cinema muto e suggestioni alla Georges Méliès. «Mi piace creare figure romantiche, quasi fiabesche. Ma anche smontarle. Dissacrare l’idea della diva». Seduzione e rottura convivono in un equilibrio instabile. «Metto in scena la diva e poi la faccio a pezzi, perché quell’ideale non esiste più». L’ironia, meglio conosciuta come dialettica del “teasing”, diventa un dispositivo critico. «Mi interessa inserire elementi comici, quasi da clown. Far cadere l’aura, giocare». I suoi personaggi sembrano provenire da una dimensione lunare, ma vengono continuamente riportati a terra, decostruiti, resi umani. Questo gioco ha un effetto diretto anche su chi guarda. «Libera lo spettatore. È qualcosa di catartico, sociale. Vedi corpi che gioiscono della propria umanità e ti senti più libero anche tu».

burlesque Fanny D'Amour

Foto: Francesca Erricchiello

Il burlesque si allarga così a spazio condiviso, dove si ridefiniscono i rapporti con il corpo e con il desiderio. «Lo vedo durante i miei corsi, aiuta tantissimo donne, uomini (sì, esiste anche il boylesque) e persone che hanno, per esempio, disforie di genere. Se hai un corpo che non accetti o che non viene accettato, il burlesque ti aiuta a dire e a pensare che, invece, il tuo corpo vada bene. Non è esposizione, è un’esperienza estetica che ti restituisce potere e fiducia». Non è un caso che questo linguaggio sia intrecciato con istanze queer e LGBTQIA+. Si tratta si uno spazio fluido, dove identità e corpi trovano una rappresentazione libera.

Anche i costumi partecipano a questa costruzione. Non sono un dettaglio, ma parte integrante della drammaturgia. Fanny li progetta personalmente, partendo da disegni influenzati dal fumetto e dall’illustrazione, e poi li affida a costumisti che li realizzano. Sono creazioni quasi couture, frutto di un lavoro artigianale complesso, materiali di qualità, precisione estetica e soprattutto funzionalità, perché ogni elemento deve dialogare con la performance, con i tempi della scena, con il gesto dello “svelamento”. Un processo che tiene insieme visione e tecnica, immaginazione e mestiere.

burlesque Fanny D'Amour

Foto: Kristel Pisani

Un po’ di storia: il burlesque nasce tra Ottocento e primo Novecento come forma di teatro satirico e popolare, capace di mescolare ironia, sensualità e critica sociale. Dalle scene europee si sviluppa negli Stati Uniti, dove conosce il suo periodo d’oro fino agli anni Cinquanta, per poi entrare in una fase di declino, complice l’avvento di nuovi media e una progressiva deriva verso forme più commerciali. La rinascita arriva nei primi Duemila, anche grazie a figure come Dita Von Teese, ma soprattutto a una nuova generazione di performer che ne espandono il linguaggio. Quando Fanny si avvicina a questo mondo, circa dieci anni fa, a Napoli non esiste ancora una scena. «Non c’erano punti di riferimento. Ho studiato tra Roma, Milano e all’estero, andando a vedere spettacoli e seguendo corsi. È stato un percorso costruito da sola, prendendo e riportando qui quello che imparavo».

Un lavoro che nel tempo ha contribuito a creare una comunità artistica locale. Anche se il suo percorso è stato molto personale. «A vent’anni ho sofferto di una malattia autoimmune che aveva modificato la percezione del mio corpo. Il burlesque mi ha aiutata a riappropriarmi di me stessa, a riscrivere la mia immagine». Non si tratta di cancellare le insicurezze, ma di trasformarle in materia con cui creare. «È un mestiere artistico. Quando dietro a un personaggio e a una rappresentazione ci sono studio e ricerca, si percepisce immediatamente. Il palco su questo non inganna. E a tal proposito, come conseguenza, anche l’espressione erotica cambia; diventa colta, intelligente. «Non è solo sessualità. È energia vitale, è gioco, è relazione».

burlesque Fanny D'Amour

Foto: Matteo Anatrella

Le influenze di Fanny D’Amour attraversano mondi diversi, da David Bowie, maestro del trasformismo, a Rumiko Takahashi, fino al cinema di Federico Fellini e alle icone come Marlene Dietrich. Il burlesque diventa così un contenitore capace di assorbire e rielaborare tutto. Negli ultimi anni, questo percorso si è tradotto anche nella nascita di un festival internazionale a Napoli. «È il risultato di un lavoro sul territorio iniziato dieci anni fa. Insieme ad altre artiste, tra cui Roby Rogers, mia socia, abbiamo costruito una scena partendo da zero, portando performer internazionali e formando nuove generazioni. La prima edizione è andata oltre le aspettative, teatro sold out e artisti da tutto il mondo».

Un passaggio che segna la maturità di un movimento: «Per me il burlesque è una via di fuga dalla realtà più grigia. È una forma di resistenza. Io faccio quello che voglio. Creo il mio mondo e ti convinco che esiste». Non è solo performance, ma autodeterminazione. Un gesto artistico che diventa dichiarazione. E forse è proprio qui che il burlesque continua a trovare la sua forza, nella capacità di prendere tutto ciò che sembra già definito, fra cui corpo, genere, desiderio. Rimescolandolo, integrandolo con ironia, sensualità, e una grande libertà.