C’è una frase che negli ultimi anni ricorre sempre più spesso: “Il Mediterraneo è una frontiera”. Eppure, per migliaia di anni, il Mediterraneo non è stato un confine. È stato una strada. Un archivio liquido. Un luogo dove lingue, commerci, religioni e civiltà hanno imparato a convivere molto prima che qualcuno iniziasse a disegnarne i limiti sulle carte geografiche. Per questo le fotografie di Mimmo Jodice continuano ad apparire così contemporanee.
La mostra Mediterraneo, in programma ai Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi fino all’8 novembre 2026, non racconta semplicemente uno dei cicli più celebri del maestro napoletano. Parla di un’idea di tempo che oggi sembra sembra appartenere a un altro ritmo, quasi sovversiva: quella secondo cui il passato non è qualcosa che ci si lascia alle spalle, ma una presenza silenziosa che continua a interrogare il presente.

Foto: Andrea Laudisa
La fotografia, normalmente, serve a fermare un istante. Jodice dilata il tempo. Davanti ai suoi marmi, ai bronzi, ai templi e alle rovine non si ha mai la sensazione di trovarsi davanti a reperti archeologici. Sembrano piuttosto figure che hanno semplicemente smesso di parlare pochi secondi prima dell’arrivo dello spettatore. È un dettaglio che cambia radicalmente la lettura del suo lavoro.
Da decenni il patrimonio culturale viene fotografato come una destinazione. Si arriva, si scatta e si riparte. Le immagini di Jodice sembrano sbattersene altamente del turismo. Eliminano il rumore, cancellano il presente, fanno sparire ogni traccia della contemporaneità. Niente automobili. Niente cartelli. Niente selfie. Nemmeno le persone. Resta soltanto lo sguardo.

Foto: Andrea Laudisa
Non è un caso che la serie Mediterraneo, nata tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta e consacrata dalla mostra del Philadelphia Museum of Art del 1995, continui oggi ad apparire sorprendentemente attuale. Non nasce come documentazione dell’antico. È un esercizio di immaginazione. Lo stesso Jodice raccontava di aver viaggiato sulle tracce dei Greci e dei Romani cercando nel Mediterraneo la radice di una cultura comune.
Negli ultimi anni il Mediterraneo è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso la cronaca. Rotte migratorie, emergenze, geopolitica, guerre, cambiamenti climatici. Tutto vero, ci mancherebbe.

‘Guerriero’. Foto: Mimmo Jodice Studio
Ma inevitabilmente incompleto. Le immagini di Jodice ricordano che, molto prima di essere una questione politica, il Mediterraneo è stato un’invenzione culturale. Una gigantesca officina di idee. Le statue della Villa dei Papiri di Ercolano, gli Atleti, le Danzatrici, l’Apollo di Baia, i templi di Paestum, le coste di Stromboli, Cartagine, la Grecia, la Turchia o la Tunisia non vengono mai trattati come monumenti da catalogare. Attraverso un uso quasi teatrale della luce e della camera oscura, i volti acquistano malinconia, dolcezza, rabbia e ironia. Il marmo sembra essere carne.

‘Testa di bronzo romano’. Foto: Mimmo Jodice Studio
La fotografia di Jodice ha questa qualità rara: sa raccontare la memoria senza trasformarla in nostalgia. La differenza è sostanziale. La nostalgia guarda indietro. La memoria continua invece a produrre domande.

‘Galata ferito’. Foto: Mimmo Jodice Studio
La mostra è la prima grande esposizione istituzionale dedicata all’artista dopo la sua scomparsa e riunisce ottantatré fotografie, molte delle quali sono le celebri stampe vintage ai sali d’argento realizzate personalmente da Jodice tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, affiancate da lavori più recenti che dimostrano come il Mediterraneo non abbia mai smesso di accompagnare la sua ricerca. Si dice che i grandi fotografi non si limitano a documentare il mondo, ma lo riscrivono. Jodice appartiene a questa categoria. Non ritrae ciò che vede, ma ciò che resta quando tutto il resto scompare. Forse il Mediterraneo di Jodice non racconta ciò che è stato, bensì ciò che continua a resistere. Perché le civiltà scompaiono, gli imperi crollano, le coste cambiano forma. Ma alcuni sguardi, se sono davvero grandi, riescono ancora a trasformare il passato nel modo più radicale di immaginare il futuro.















