Che cosa sarà Artissima quest’anno? Una fiera, direte voi. Sì, ma non una qualunque: la più internazionale delle italiane, la più contemporanea delle contemporanee, la più torinese delle torinesi (perché Torino non smette mai di ricordarci che ha inventato il Futurismo e la Fiat, e che da queste parti la parola “avanguardia” non è solo un’etichetta ma un vizio di famiglia). L’edizione numero trentadue, diretta per la quarta volta da Luigi Fassi, si presenta con un titolo che sembra uscito da un manuale di fantascienza new age: Manuale operativo per Nave Spaziale Terra, in omaggio al visionario Buckminster Fuller. Tradotto: per affrontare le turbolenze del presente, servono strumenti. E se l’arte non può salvarci, almeno ci può confondere in modo elegante.

Ilaria Vinci, ‘Key to Revolution’ (2025). Cortesia dell’artista e di Alice Amati. Foto: Fabio Karrer
Il cuore pulsante resta l’Oval, dal 31 ottobre al 2 novembre. Quattro sezioni principali, tre curate, e soprattutto 176 gallerie da 36 paesi. Per chi crede ancora che l’arte contemporanea sia una faccenda esclusivamente europea o americana, qui troverà voci da Vilnius a Seul, da San Paolo a Bucarest, fino allo Zimbabwe. Una piccola ONU del contemporaneo, con tutte le sue tensioni, i suoi entusiasmi e le sue incomprensioni. Il che fa già notizia: in un’epoca di fiere che tendono a chiudersi nelle solite rotte commerciali, Artissima continua a far entrare aria fresca. Certo, a volte l’aria è gelida e sa di concettualismi troppo esili per reggere tre giorni sotto i fari dell’Oval, ma almeno è ossigeno.

Carlos Aires, ‘Reflections in a Golden Eye VIII’ (2023). Cortesia di Ani Molnár Gallery. Foto: Carlos Aires Studio
Tra le sezioni curate, Present Future resta il laboratorio più rischioso e quindi più eccitante. Qui, materiali strani e fragili si trasformano in metafore di tensioni sociali e ambientali. La domanda che sorge spontanea, dopo aver ascoltato le parole dei curatori Léon Kruijswijk e Joel Valabrega, è: davvero il futuro si gioca tutto tra leggerezza e pesantezza, organico e industriale, trovato e costruito? Forse sì, forse no, ma intanto questa è la parte della fiera da non perdere: non perché tutto sarà memorabile, ma perché qualcosa, fra dieci anni, lo diventerà. Ed è un piacere poter dire: io c’ero, anche se allora non ci avevo capito nulla.
Back to the Future, invece, è la sezione vintage della fiera. Non lasciatevi ingannare: non è un ripiego, ma un modo per rimettere ordine nei secoli recenti. Qui si trovano pionieri della cibernetica, linguaggi radicali dagli anni ’40 agli anni ’90, e artisti che hanno anticipato la contemporaneità senza avere i social network a portata di mano. È una sezione che regala spesso più stupore delle novità, perché ci ricorda che tutto è già stato detto, ma in altre lingue.
E poi c’è Disegni, la parte romantica di Artissima. Nonostante la fiera vada avanti a colpi di installazioni immersive, luci stroboscopiche e materiali improbabili, ogni anno qui si torna alla carta, al tratto diretto, al segno come gesto primario. Un piccolo miracolo: vedere code davanti a stand in cui non ci sono neppure schermi. Forse la vera rivoluzione è questa.

Linda Fregni Nagler, ‘Untitled (Priscilla with Macaw) #1’, dalla serie ‘News from Wonderland’ (2023). Cortesia di Monica De Cardenas
Le New Entries meritano invece la curiosità che si riserva alle prime volte. Dodici gallerie provenienti da tre continenti: alcune si avventurano in territori tematici nuovi, altre portano giovani artisti con la freschezza ancora addosso. È la sezione che più divide: si esce dallo stand domandandosi se si sia di fronte a un colpo di genio o a un esperimento destinato a sciogliersi nell’aria. Ma non è questo il bello?
Fuori dall’Oval, Torino diventa un prolungamento naturale della fiera. La città, come sempre, si trasforma in un festival diffuso. Alla GAM, la Terza Risonanza esplora incanto e inquietudine con una serie di mostre che oscillano tra sogno e perturbante. Al MAO, Chiharu Shiota tesse le sue ragnatele monumentali, mentre a Palazzo Madama, Tintoretto e Vedova dialogano in un match generazionale improbabile ma affascinante. Il Castello di Rivoli, come sempre, gioca la carta dei grandi nomi accanto a sperimentazioni più radicali (da Guglielmo Castelli a Oscar Murillo), e la Fondazione Merz rilancia con Push the Limits 2, titolo che sembra un disco punk ma è invece una collettiva sul superamento dei limiti (tematici, politici, linguistici).

Gideon Rubin, ‘White Bra’ (2025). Cortesia di Monica De Cardenas
E ancora: la fondazione Sandretto Re Rebaudengo festeggia i suoi primi 30 anni con una mostra collettiva dal titolo News from the New Future, la Pinacoteca Agnelli porta Alice Neel, con il suo sguardo tagliente sull’umanità, e inaugura la nuova installazione di quel gran genio di Paul Pfeiffer sulla Pista 500. Le OGR accolgono Laure Prouvost, che di solito trasforma ogni mostra in una favola un po’ storta. Le Gallerie d’Italia mettono sul piatto un gigante come Jeff Wall, e già questo basterebbe per un pellegrinaggio.
Che cosa vedere, dunque? Tutto, se avete tre vite a disposizione. Ma se dobbiamo ridurre: non perdete Present Future, perché lì si misura la tenuta della fiera sul lungo periodo; non saltate Back to the Future, perché ricordarsi da dove veniamo è l’unico modo per capire dove stiamo andando; e concedetevi almeno una deviazione verso Shiota al MAO, che è uno spettacolo non solo artistico ma fisico, quasi coreografico.

João Gabriel, ‘Untitled’ (2024). Cortesia dell’artista e della Lehmann gallery
E le perplessità? Restano quelle di sempre: la bulimia di progetti che rischiano di sovrapporsi, la difficoltà di distinguere l’arte dalla sua retorica, l’impressione che a volte la fiera diventi un carosello di stand più che un viaggio nel pensiero visivo. Ma, in fondo, fa parte del gioco. Artissima non è fatta per rassicurare: è fatta per mettere in scena, ogni anno, un piccolo manuale di sopravvivenza estetica. E quest’anno, con la Nave Spaziale Terra, ci ricorda che siamo tutti a bordo. Anche chi finge di essere scettico.













