L’Ovest americano è una bugia bellissima che continua a funzionare. Una specie di set permanente dove il mito si ostina a recitare se stesso anche quando la sceneggiatura è cambiata da tempo. In The New American West: Photography in Conversation da 10 Corso Como a Milano, dall’11 marzo fino al 7 aprile non si entra in una mostra, ma in un montaggio parallelo: un secolo di immagini che si accavallano come se qualcuno avesse premuto “shuffle” sulla memoria visiva dell’America.

Wim Wenders, ‘Entire Family, Las Vegas, New Mexico, from the series, “Written in the West”’, 1983. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
Weston e Strand aprono la playlist con un minimalismo che ha del religioso — rocce, linee, luce — come se il paesaggio fosse un tempio senza fedeli. Poi arriva Arbus e rompe l’incantesimo: improvvisamente l’Ovest non è più un orizzonte ma uno sguardo che restituisce l’inquietudine nascosta sotto la superficie. Robert Adams e Friedlander raccontano la fase post-eroica, quella in cui il sogno si incrina e restano parcheggi, case prefabbricate, silenzi che sanno già di fine corsa.

Maryam Eisler, ‘The Texas’, 2024. Foto courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Esther Bubley, ‘At the Local Amateur Rodeo’, 1945. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
Il vero cortocircuito però non è nel passato, ma nel presente. Maryam Eisler e Alexei Riboud attraversano gli stessi deserti nel 2024 senza mai scambiarsi una foto, come due inviati su pianeti paralleli. Lei costruisce immagini che sembrano fotogrammi di un film mentale, cariche di tensione emotiva; lui risponde con una grammatica asciutta, quasi meditativa. Due visioni che non si contraddicono: semplicemente coesistono. Ed è forse la fotografia più precisa dell’America di oggi, dove realtà parallele convivono senza mai davvero incontrarsi.

Maryam Eisler, ‘Old Car Hoods’, 2024. Foto: courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Alexei Riboud, ‘Car wreck’, 2024. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
Guardare queste immagini nel 2026 significa inevitabilmente portarsi dietro il rumore del presente. L’America che negli ultimi vent’anni ha oscillato tra la promessa digitale della Silicon Valley e la nostalgia identitaria dei comizi, tra l’illusione di un futuro aperto e la sensazione crescente di vivere dentro una narrazione sempre più polarizzata. Il mito della frontiera — libertà, opportunità, reinvenzione — oggi si intreccia con un immaginario politico e mediatico che va dai cappellini MAGA alle infinite battaglie culturali che riempiono talk show e timeline.
In questo contesto, il paesaggio dell’Ovest sembra quasi un palcoscenico immobile mentre attorno cambiano le storie che lo abitano. Le distese fotografate da Adams o Meyerowitz, un tempo simbolo di possibilità, oggi risuonano con un’altra frequenza: quella di un Paese che convive con le proprie contraddizioni, dalle tensioni sociali alle ossessioni mediatiche, fino ai grandi scandali che hanno ridefinito la percezione del potere e dell’élite, come il caso Epstein, diventato emblema di un sistema osservato con crescente diffidenza.

Alexei Riboud, ‘Central El Paso’, 2024. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Alexei Riboud, ‘Los Cerrillos’, 2024. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
È qui che la mostra diventa sorprendentemente contemporanea senza bisogno di dichiararlo. Le immagini non commentano l’attualità, ma la assorbono. L’Ovest appare come un archivio emotivo dove si depositano, di volta in volta, sogni collettivi e paure private. Un territorio che negli anni Sessanta incarnava la controcultura, negli anni Novanta la promessa di espansione economica e oggi un paesaggio simbolico attraversato da domande più che da certezze.
C’è molto rock in questo processo: la sensazione che il mito americano sia sempre stato una forma di storytelling, un concept album visivo fatto di deserti, motel e identità in movimento. Le fotografie funzionano come tracce di un disco che continua a essere remixato, dove ogni epoca aggiunge la propria distorsione.

Edward Weston, ‘Dunes’. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Mark Citret, ‘US 50 Near Eureka’, 2002. Foto: Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
La forza della mostra sta proprio nel non voler spiegare troppo. Si limita a mettere le immagini una accanto all’altra, lasciando che siano le frizioni a parlare. E in queste frizioni si intravede un’America che non è mai stata una sola: quella della promessa e quella della disillusione, quella dell’orizzonte aperto e quella delle narrazioni chiuse, quella che continua a reinventarsi e quella che rimane intrappolata nella propria mitologia.
L’Ovest è dunque un’idea che cambia pelle ogni volta che qualcuno la racconta. Oggi, tra miti consumati e nuove narrazioni, quelle foto fanno una cosa semplicissima e al tempo stesso potentissima: ricordano che la frontiera non è sparita. Ha solo smesso di essere geografica.















