«Io sono vicina all’inizio della terra. Sento il battito dei fiori. Conosco il destino umido dell’acqua e la verde abitudine degli alberi». Così Fourough Farrokhzad, poetessa iraniana, nella sua raccolta di poesie Another Birth (Un’altra nascita, nda), raccontava una donna che rivendica la propria voce ed esistenza.
Versi che risuonano oggi nel lavoro di Tina Dion, artista iraniano-americana, classe ’92, che porta per la prima volta le sue opere a Roma alla Galleria T923 (visitabile fino al 17 aprile 2026). La mostra si chiama Behind the Cypress, parte dalle donne ed è sulle donne, ma non solo.

Tina Dion, ‘Behind Cypress Forests’ / ‘پشتِ جنگلهایِ سرو’. T293, 13 marzo – 17 aprile 2026. Foto: Eleonora Cerri Pecorella. Cortesia dell’artista e di T293, Roma
Si tratta di un progetto stratificato, nato da anni di ricerca su memoria, identità e storia prima della rivoluzione del 1979. Nei suoi lavori i volti femminili sono cancellati, coperti da strisce di nastro adesivo che negano l’identità visiva ma amplificano la presenza. Restano visibili solo i capelli, dipinti con una precisione quasi ossessiva, trasformati in simbolo di resistenza silenziosa.
Dion è nata in Iran ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1998 (attualmente risiede a New York), quando aveva sei anni. La sua famiglia ha lasciato il Paese dopo la rivoluzione islamica, cercando di ricostruire una nuova vita a Los Angeles. «Non parlavo inglese quando sono arrivata, racconta, il farsi è la mia prima lingua». L’esperienza della diaspora ha segnato profondamente la sua identità, nel suo sguardo dove l’Iran diventa una memoria indiretta, costruita attraverso i racconti famigliari. «Non ho vissuto direttamente l’oppressione del regime, ma le storie della mia famiglia sono state il mio legame con quella realtà».
Il progetto, allora, nasce da una domanda: come ricordare un Iran che molti non conoscono più? Prima della rivoluzione del 1979, il paese stava attraversando una fase di profonda modernizzazione sotto il regno di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah. «Durante il regno dello Shah, l’Iran stava diventando molto occidentalizzato. Il Paese si sta modernizzando rapidamente, alfabetizzazione, università, sviluppo culturale. Ma allo stesso tempo esistevano forti disuguaglianze sociali. Quando il leader religioso Ruhollah Khomeini iniziò a mobilitare il malcontento popolare, molti gruppi politici si unirono alla protesta contro lo Shah. Khomeini promise democrazia, ma ovviamente era una menzogna. Quando lo Shah lasciò il Paese, la rivoluzione prese una direzione completamente diversa. Lo Shah e sua moglie erano simboli di speranza per molti iraniani».

Ritratto di Tina Dion. Foto: Felipe Echeverry
Le immagini di quegli anni raccontano un Paese lontanissimo da quello attuale, donne con capelli scoperti, abiti occidentali, un paese con una scena culturale molto attiva e vivace. «Nel corso della mia ricerca» – racconta – «mi sono imbattuta in alcune copie di Zan-e Rooz (La donna di oggi, nda), una popolare rivista femminile iraniana degli anni Sessanta. Sfogliandola ho scoperto che molte delle modelle ritratte non erano iraniane, ma europee o americane. Era come se quell’idea di modernità appartenesse solo a una piccola élite. Da li ho iniziato a scavare più a fondo nella storia della rivoluzione».
Il titolo della mostra prende ispirazione da un verso di una canzone, Khooneye Ma (La nostra casa) della cantautrice iraniana Marjan Farsada, in cui si parla di una casa nascosta dietro una foresta di cipressi. «Nella poesia persiana il cipresso è un simbolo ricorrente» – spiega Dion – «rappresenta dignità, grazia e resilienza, ed è spesso associato alla figura femminile. Mi è sembrata un’immagine perfetta. Qualcosa che appartiene al passato ma che continua a vivere nella memoria».
Le figure ritratte nei suoi dipinti non sono causali: sono le tre regine dell’Iran che hanno condiviso la vita dello Shah tra il 1940 e il 1979: Fawzia d’Egitto, Soraya Esfandiary-Bakhtiary e Farah Pahlavi. Tre vite diverse che attraversano un momento decisivo della storia del Paese, ma che nei suoi dipinti diventano archetipi, presenze sospese fra storia, mito e simbolo. La scelta di coprire i loro volti è arrivata quasi per caso durante il processo creativo. «In un primo momento stavo dipingendo un’immagine dell’attrice Natalie Wood trovata su una rivista iraniana degli anni Sessanta, appunto. Coprendo il volto con del nastro adesivo per un collage, mi sono resa conto che proprio quell’assenza aveva una forza narrativa enorme. Ho capito che quel gesto parlava di censura, di silenzio, di inesistenza, ma anche del modo in cui il mondo guarda le donne. Siamo abituati a identificare il loro valore nella bellezza del volto. Io volevo spostare l’attenzione altrove».

Tina Dion, ‘Behind Cypress Forests’ / ‘پشتِ جنگلهایِ سرو’. T293, 13 marzo – 17 aprile 2026. Foto: Eleonora Cerri Pecorella. Cortesia dell’artista e di T293, Roma
I capelli allora diventano il centro di tutto e in Iran sono visti come un simbolo politico. Le donne, infatti, sono obbligate a coprirli in pubblico e possono essere perseguitate se non lo fanno. «Nel libro Leggere Lolita a Tehran di Azar Nafisi c’è una scena molto intensa, le ragazze entrano in casa dell’insegnante, si tolgono l’hijab, si tolgono il chador, si liberano di tutto, e lei descrive i vestiti che indossano sotto. I loro capelli si sciolgono, emerge la loro personalità, e si vedono la loro vitalità, i loro colori, ciò che sono davvero, tutto quello che, fuori, resta nascosto sotto quegli strati di abiti».
Da sempre protagoniste delle rivolte, le donne iraniane si sono ricavate un ruolo importante nella scena politica e sociale del Paese. Recentemente abbiamo tutti visto video e immagini che le immortalavano mentre bruciano con una sigaretta il ritratto di Khomeini, un gesto creativamente politico, che trasforma un simbolo di potere in cenere. Durante le rivolte del 2022, esplose dopo la morte di Mahsa Amini, molte donne hanno iniziato a tagliarsi i capelli come atto di protesta, dando vita al movimento Woman Life Freedom Movement. «Quelle immagini sono state di forte impatto» – dice Dion. «Pensare che io possa camminare liberamente per le strade di New York mentre loro rischiano la vita per i capelli è qualcosa di difficile da accettare».
Nei suoi dipinti ogni ciocca diventa una espressione quasi di sfida, di resistenza. Il colore si stratifica, i capelli si trasformano in una allegoria delle emozioni, le strisce di nastro adesivo che coprono i volti restano visibili sulla superficie della tela, spesso segnate da tracce di colore lasciate durante il processo pittorico, quasi a testimoniare la presenza fisica dell’artista dentro l’opera. «La mia arte racconta la mia prospettiva sul mio Paese d’origine, non vuole di certo rappresentare né la voce degli iraniani, né avere uno sfondo politico».

Tina Dion, ‘Behind Cypress Forests’ / ‘پشتِ جنگلهایِ سرو’. T293, 13 marzo – 17 aprile 2026. Foto: Eleonora Cerri Pecorella. Cortesia dell’artista e di T293, Roma
Eppure il suo lavoro è inevitabilmente politico. Non solo per i temi che affronta, ma per l’intenzione stessa di riportare alla luce una memoria che rischia di scomparire. Anche oggi, nonostante la repressione, l’arte continua a essere una forma di resistenza nel Paese. Spazi come Dastan Gallery, una delle gallerie d’arte contemporanea più importanti dell’Iran, con sede a Teheran, testimoniano la vitalità della scena artistica iraniana. Dalla sua apertura nel 2012, la galleria ha ospitato artisti molto importanti nella scena internazionale, fra cui Fereydoun Ave, figura storica dell’arte iraniana contemporanea, attivo da decenni, presente in musei come il MET e il Pompidou; Mehdi Ghadyanloo, famoso per i murales surrealisti; e Reza Aramesh, i cui lavori, fra scultura, fotografia, video e performance parlano di violenza, potere, identità.
«Davanti alle mie opere, mi piacerebbe che le persone si chiedessero cosa stanno guardando, anche senza capire che le immagini ritratte fanno parte della memoria dell’Iran. Ma se un’opera spinge qualcuno a cercare, a informarsi, allora ha già fatto qualcosa». I ritratti, quindi, diventano una sorta di archivio emotivo che non raccontano solo la storia di un Paese, ma anche quella di una memoria collettiva al femminile che continua a resistere. Proprio come un cipresso.















